Curare o eseguire? Le tre riforme necessarie per rimettere l’uomo al centro e liberare il medico dall’obbligo dei protocolli
Il sistema sanitario europeo attraversa una fase di profonda tensione. Dopo la pandemia, tra liste d’attesa crescenti, vincoli burocratici e crescente peso dei protocolli, il dibattito non riguarda più soltanto l’efficienza, ma il senso stesso della cura. Il medico deve limitarsi a eseguire linee guida standardizzate o può – e deve – esercitare la propria responsabilità clinica mettendo al centro la persona?
Secondo Stefano Zamagni, economista e teorico dell’economia civile, non bastano più interventi correttivi: servono tre riforme strutturali. Una trasformazione che parta dal superamento della medicina puramente tecnica, ridisegni l’organizzazione ospedaliera e affronti le disuguaglianze istituzionali del sistema. Con lui abbiamo approfondito perché, oggi, la vera sfida sia rimettere l’uomo al centro e andare oltre la gabbia dei protocolli.
Professor Zamagni, lei sostiene che oggi non bastino più riforme, ma servano trasformazioni. Perché?
Perché la riforma, come suggerisce il termine, significa “dare una nuova forma” a una sostanza che però rimane la stessa. Le riforme sono interventi correttivi, spesso ordinari.
La situazione attuale, invece, richiede un cambiamento più profondo: una trasformazione. Non si tratta di aggiustare ciò che già esiste, ma di ripensarne i fondamenti.
Qual è la prima trasformazione necessaria?
La prima riguarda l’impianto filosofico del nostro sistema sanitario. Dobbiamo superare definitivamente l’impostazione cartesiana, secondo cui esiste la malattia come entità separata dalla persona. Cartesio, nel Seicento, sosteneva una visione dualistica: il corpo come macchina da riparare. In questa prospettiva, la medicina si occupa della patologia, non della persona nella sua interezza. Oggi questo modello non è più né funzionale né accettabile. Occorre passare da una medicina “cartesiana” a una medicina umanistica, che ponga al centro la persona. La stessa patologia, in individui diversi, produce effetti diversi. Le strutture psicofisiche non sono identiche: per questo il medico non può limitarsi ad applicare protocolli standardizzati. Le persone non sono oggetti osservabili in modo meccanico: il medico ha il dovere di osservarle, comprenderle, ascoltarle nella loro singolarità.
La seconda trasformazione riguarda l’organizzazione sanitaria. Cosa non funziona oggi?
L’impianto organizzativo dei nostri ospedali è ancora di tipo tecnocratico e verticale, ereditato da modelli industriali del primo Novecento. È un’organizzazione pensata per le fabbriche, non per le persone. Questo modello produce rigidità e sofferenza, sia per i pazienti sia per medici e infermieri. Pensiamo al tema delle liste d’attesa: molti le attribuiscono alla carenza di fondi, ma non è solo una questione economica. Il problema è che non si riconosce sufficiente autonomia di giudizio e di azione a chi opera sul campo. Oggi il medico si trova spesso davanti a un dilemma: seguire il protocollo imposto dalla burocrazia, pur sapendo che per quel paziente specifico potrebbe non essere la scelta migliore, oppure discostarsene rischiando richiami disciplinari. Se non superiamo questa organizzazione verticale e burocratica, non riusciremo a uscire da una concezione puramente amministrativa della sanità.
In Europa esistono esempi di cambiamento organizzativo?
Sì. In Svezia, ad esempio, si stanno sperimentando modifiche radicali. Al Karolinska Hospital di Stoccolma sono stati introdotti modelli organizzativi meno gerarchici e più orientati alla responsabilizzazione professionale. Questi esempi mostrano che un’alternativa è possibile: un’organizzazione più orizzontale, fondata sulla fiducia e sulla competenza, anziché sul mero controllo burocratico.
Qual è la terza trasformazione che lei ritiene indispensabile?
La terza riguarda l’assetto giuridico-istituzionale. Il nostro è formalmente un Servizio Sanitario Nazionale, ma nella pratica esistono fortissime differenze regionali. Un conto è fissare obiettivi comuni e livelli essenziali di assistenza; un altro è rinunciare a un controllo serio sui risultati. Il divario tra Nord e Sud, in ambito sanitario, sta crescendo. Alcune regioni attraggono pazienti da altre aree del Paese, generando disuguaglianze sempre più marcate. Occorre quindi un sistema che coniughi autonomia e responsabilità, con una valutazione basata sui risultati e non solo sul rispetto formale delle procedure.
Lei propone anche l’istituzione di una Scuola Superiore di Sanità. Perché sarebbe così importante?
Perché l’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una vera Scuola Superiore di Sanità. Non si tratta semplicemente di corsi universitari o di facoltà di medicina: una scuola di questo tipo sarebbe un luogo di alta formazione e produzione di sapere per dirigenti e operatori sanitari. Oggi il mercato della medicina è estremamente complesso, anche per la crescente influenza delle grandi imprese farmaceutiche e dei produttori di tecnologie sanitarie. Se la classe dirigente sanitaria non comprende le regole di funzionamento di questo mercato, rischia di subirlo anziché governarlo. Una Scuola Superiore di Sanità servirebbe proprio a formare competenze capaci di integrare dimensione clinica, economica e istituzionale.
In conclusione, qual è il rischio se ci si limita a piccole riforme?
Il rischio è continuare ad affrontare problemi strutturali con interventi marginali. Si tratta di “aggiustare il tiro” senza cambiare davvero direzione. Oggi, invece, abbiamo bisogno di tre grandi trasformazioni:
- Filosofica – dalla medicina della malattia alla medicina della persona.
- Organizzativa – da un modello verticale e burocratico a uno responsabile e orizzontale.
- Istituzionale – da un regionalismo diseguale a un sistema nazionale coeso e valutato sui risultati.
Solo così il sistema sanitario potrà tornare a essere uno strumento autentico di tutela del bene comune.
Cinzia Notaro