Giovanni Pianori, il Brisighellino apostolo mazziniano
In un paese culturalmente arido come il nostro, soffocato dai passi schiaccianti e cadenzati del politicamente corretto in perfetta simbiosi con le censure a senso unico, parlare di Storia e disquisire di Cultura è impresa ardua.
Vige ormai, da decenni, un culturame a circuito chiuso che ha mietuto e miete vittime illustri a cominciare da quella Cultura della Nazione che è essenza e fondamento per una comunità, per un popolo.
Non da oggi, generazioni di cittadini sono stati volutamente fatti crescere a digiuno di Storia affinché sapessero poco e nulla della propria Nazione, dei propri avi, delle proprie tradizioni. Il ciarpame seminato ha fatto germogliare generazioni di ignoranti ed incolti con i risultati devastanti di cui solo pochi hanno coscienza e conoscenza di constatare, ma solo perché hanno avuto il coraggio di pensare con la propria testa.
L’emblema di tale degrado culturale e, quindi, anche morale, lo si riscontra, purtroppo, nel vedere ormai con una certa frequenza, un qualcosa di impensabile fino ad alcuni lustri addietro: cassonetti della spazzatura colmi di libri e camion più o meno capienti che destinano al macero intere biblioteche non solo di privati, ma anche di scuole che si disfano di autentici patrimoni culturali; e, per quel che concerne queste ultime, non si tratta – occorre precisare – di superati e vetusti testi scolastici, ma anche di libri ed opere intramontabili che vanno dalla Storia alla Letteratura, dai Romanzi all’Arte, ecc. ecc.
Non c’è quindi da meravigliarsi se, non da oggi, il nostro Risorgimento, ovvero quel grande portento di Idea Nazionale, che vide concorrere sotto un’unica Bandiera monarchici e repubblicani fautori dell’Unità d’Italia sia, fra le altre, una delle vittime illustri delle citate e deleterie devastazioni.
Si è trattato di un progetto disgregatore, avviato sul finire del Secondo Conflitto Mondiale, allorquando presero corpo in Italia forze anti risorgimentali, fra loro alleate, di matrice totalitaria (PCI e PSI), cattolico-democratica (DC) e laica (azionisti).
È da aggiungere che, in tale contesto, si integrarono incredibilmente, con l’adesione al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), quelle che dovevano essere le forze risorgimentali, o quanto meno eredi del Risorgimento come il Partito Liberale ed il Partito Repubblicano.
Stretto nella morsa antirisorgimentale della DC e delle forze filosovietiche, comunista e socialista, il PLI, incapace di rimarcare la propria identità risorgimentale, divenne il vaso di coccio fra i vasi di ferro democristiani, comunisti e socialisti.
Nato dalle ceneri della breve e fallimentare stagione politica del Partito d’Azione di Ferruccio Parri del secondo dopoguerra, il Partito Repubblicano, sposando in primo luogo le concezioni azioni(stico)-economiciste, di fatto si pose al fuori dagli ideali risorgimentali peraltro in netta antitesi al pensiero di Mazzini che, subordinando l’economia alla Nazione, palesava una concezione economica cooperativistica, dai molti tratti comuni con la dottrina sociale della Chiesa, peraltro antitetica al Marxismo.
Per quanto il PRI abbia rifiutato i principi mazziniani e l’Idea risorgimentale non disdegnando alleanze con la borsa e con il PCI, pur avendone rispetto, abbiamo sempre fatto fatica a capire come certi repubblicani dichiaratisi fedeli di Giuseppe Mazzini si siano potuti accasare nel citato partito.
Per quanto l’Idea risorgimentale originatrice dello Stato Unitario fosse ben radicata nel popolo italiano, la stessa tale rimase fino alla fine degli anni Sessanta, inizi Settanta, periodo in cui il Tricolore venne soppiantato dai vessilli di parte e di partito.
Nonostante le storture di cui sopra, c’è chi, ancora oggi, ritenendo intramontabili i valori risorgimentali, seppur isolatamente, cerca di raccontare gli stessi anche ed attraverso alcune figure sconosciute ma sicuramente importanti del Risorgimento.
In proposito, particolare attenzione merita il libro di Paolo Gulminelli, cultore di Storia Patria, “Giovanni Pianori apostolo mazziniano. Il Brisighellino e Napoleone III nel contesto Risorgimentale Italiano”.
La fatica di Gulminelli ha un triplice obiettivo:
- far conoscere alle giovani generazioni italiane l’ideale nazionale e risorgimentale di Giovanni Pianori;
- mettere in discussione la vulgata francese mitterandiana che “paragonò il Brisighellino – Giovanni Pianori – a Felice Orsini”;
- far conoscere anche attraverso il giudizio di alcuni storici di vario orientamento il “concetto di apostolato e mito mazziniano”.
Ma quale ruolo ha assunto il giovanissimo Giovanni Pianori nel Risorgimento, in qualità di apostolo di Giuseppe Mazzini?
Pianori nasce nel 1823 a San Martino in Poggio, frazione del comune di Brisighella nei pressi di Faenza, nel ravennate, terra “dove si stampa il meglio della gente di Romagna”, dirà Gabriele D’Annunzio nell’orazione in morte di Francesco Baracca, l’Asso dell’Aviazione italiana nella Prima Guerra Mondiale caduto il 19 giugno 1918 sul Montello.
Con Giovanni Pianori l’autore fa emergere la figura di un italiano, di un combattente che ansima per le sorti di una Patria non ancora unita.
Militante del Fronte Nazionale Mazziniano; dopo aver combattuto volontario a Vicenza, nel 1848 nella Prima Guerra di Indipendenza, l’anno successivo partecipa alla difesa della Repubblica Romana di Mazzini, Armellini e Saffi che ha deposto Papa Pio IX.
Il sogno dei tanti rivoluzionari che vedono in quella eroica esperienza Romana e Repubblicana, il germe dell’unità viene disintegrato da Napoleone III che restaura l’autorità temporale del pontefice. E dire che proprio Luigi Napoleone, da giovane esiliato in Italia aveva attivamente partecipato ai moti carbonari del 1831. Il Brisighellino vede in Napoleone un traditore della causa italiana.
Passano sei anni da quel tradimento quando, il 28 aprile 1855, Pianori attenta a Parigi la vita dell’Imperatore sparandogli due colpi di pistola che vanno a vuoto!
Immediatamente arrestato, il Brisighellino dichiara subito la sua vera identità: “Giovanni Pianori Patriota di Mazzini e dell’Italia unita eroica”.
Gi inquisitori fremono per sentire pronunciare il nome del suo Maestro politico morale: Giuseppe Mazzini.
Il Brisighellino non pronuncia alcun nome.
Il 7 maggio subisce una inquisizione che dura una manciata di ore.
Dinanzi alla corte afferma: “Napoleone ha distrutto la Repubblica Romana e ha rovinato l’Italia”.
La ghigliottina stronca la giovane vita del Brisighellino il 14 maggio 1855.
Volendoci soffermare su tale aspetto, importante al pari degli altri trattati con dovizia di particolari dall’autore, è d’obbligo specificare o meglio sconfessare talune tesi d’oltralpe che hanno accomunato l’azione di Pianori all’attentato commesso da Felice Orsini, che il 14 gennaio 1858, nel tentativo di assassinare a suon di bombe Napoleone III, provocò a Parigi 12 morti ed oltre 150 feriti non conseguendo peraltro l’obiettivo.
È opportuno rimarcare, in proposito, che il Risorgimento, la cultura risorgimentale, al di là dei summenzionati ed isolati episodi, sono stati sempre estranei ed avversi alla filosofia della bomba, al culto della bomba, alla strategia della bomba.
C’è, infatti, una chiarissima demarcazione fra il Risorgimento ed il terrorismo. Il terrorismo, il colpo alle spalle, il colpo alla nuca, le bombe gettate nel mucchio per provocare carneficine non hanno mai fatto parte dell’album storico, morale culturale ed ideale del Risorgimento che ha sempre privilegiato, per coronare il sogno Unitario, i campi di battaglia terreni di scontro fronte a fronte, fra eserciti armati e contrapposti, per giunta in uniforme.
Proprio Pianori ha combattuto fronte a fronte il nemico nella Prima Guerra di Indipendenza e nella difesa della Repubblica Romana. Anzi, volendo contraddire le accuse francesi, occorre precisare che proprio nel recente passato, quando in Italia furoreggiava la follia terroristica, ed anche dopo, la Francia, ivi compresa quella di Mitterand, ha accolto molti terroristi di sinistra italiani macchiatisi di gravi reati con tanto di colpi inferti alle spalle alle vittime che hanno causato.
Non vorremmo infatti che insorgessero vulgate pseudo storiche generatrici della furia iconoclasta imperversante in questi tempi di piatto conformismo, dedite ad imprigionare e falsificare la Storia del nostro Risorgimento di per sé già denigrato e sotterrato nel nostro paese, appioppando al difficile percorso unitario la follia terroristica.
Non manca da parte dell’autore una disamina attenta ed approfondita del concetto di apostolato mazziniano e di come si è riverberato nel corso delle varie epoche ivi compresa quella fascista, nei suoi aspetti mistico-spirituali in chiave naturalmente anti materialistica.
Pregevole infine lo spazio che Gulminelli dedica agli storici di vario orientamento, da Gentile agli antifascisti Omodeo e Del Noce fino a De Felice, non tralasciando De Felice.
Un’opera meticolosa e seducente quella di Gulminelli che, non avendo “alcuna finalità politica o propagandistica” si rivela, dal punto di vista culturale e storico, “esclusivamente finalizzata all’autocoscienza nazionale”. E non è poco per paese privo di quella Cultura della Nazione, centro motore della coscienza nazionale.
Michele Salomone
Giovanni Pianori apostolo mazziniano Il Brisighellino e Napoleone III (Paolo Guminelli, stampato in proprio dall’autore, euro 15,00. Per acquisti: Filograf, Forlì, https://www.filografartigrafiche.it; e-mail: box@filograf.com; telefono 0543-795681; Nero su Bianco, Perugia, https://nerosubiancopg.it; e-mail: info@nerosubiancopg.com; telefono 3489048895)