Giustizia, referendum e correnti: l’analisi del professor Sinagra

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In questa intervista, il professor Augusto Sinagra affronta alcuni dei temi più discussi del sistema giudiziario italiano: l’indipendenza della magistratura, il ruolo delle correnti, la separazione delle carriere e l’esito del recente referendum sulla giustizia. Tra riflessioni storiche, dati statistici e giudizi politici, emerge una posizione critica sia verso una parte della magistratura sia verso il contesto istituzionale attuale.

La magistratura è già pienamente indipendente e imparziale: come spiega le continue accuse di correntismo e spartizione di potere al suo interno? Sono tutte infondate?

No, guardi, storicamente la magistratura italiana, dai tempi dell’unità d’Italia, ha sempre avuto l’attitudine a compiacere il potere governativo e qualsiasi altra forma di potere (banche, assicurazioni, altre istituzioni dello Stato). Ragione per la quale il regime fascista non ebbe motivo di interferire sull’indipendenza e l’autonomia della magistratura, salvo una costruzione differente di quello che era l’ordinamento giudiziario e che ancora è l’ordinamento giudiziario. Quindi non c’è stata nessuna frizione tra la magistratura e il potere politico in quel periodo. Oggi questa attitudine, per una parte della magistratura, si è trasformata nella pretesa di arrogarsi sostanzialmente altri poteri, cioè la funzione legislativa e quella esecutiva. Se c’è un rapporto conflittuale tra la magistratura e i poteri dello Stato, il problema riguarda la politica, non la magistratura. È la politica che si deve difendere dalle pretese di una parte della magistratura. Sono sempre stato favorevole al sì. Infatti ho votato sì.

Nei principali paesi occidentali le carriere sono separate, mentre in Italia no. Siamo davanti a un modello più avanzato o a un’anomalia che non si vuole correggere?

In Europa, solo in Italia e in Grecia le carriere non sono separate. La correzione dobbiamo farla noi, e non gli altri.

Chi si oppone alla separazione teme davvero un controllo della politica sui PM?

Non è vero assolutamente. Non temo nessun controllo della politica. È un fatto meramente corporativo. Nessuna parola del testo sottoposto al referendum poteva giustificare questo timore. La realtà è che questa corporazione non è contraria alla separazione delle carriere in sé, ma al sistema di composizione dei futuri consigli superiori della magistratura, giudicante e requirente, cioè al sorteggio. Questo metterebbe fine alle correnti e alla gestione partitica del Consiglio superiore della magistratura. Anche la contrarietà riguarda l’alta corte di giustizia disciplinare, che avrebbe posto fine alla giustizia disciplinare domestica attuale, dove centinaia di esposti si concludono quasi sempre con un semplice trasferimento.

Questo intreccio di carriere tra giudice e pubblici ministeri mette in discussione la piena imparzialità?

Non c’è intreccio: è l’unicità di carriera che compromette gli esiti di una giustizia giusta. Io parlo con i numeri: nel 99,60% dei casi il giudice dell’udienza preliminare accoglie le richieste del PM. Questo non può essere un risultato ragionevole. Significa che c’è una capacità attrattiva del PM sul giudice, che quindi non è più un giudice terzo.

Non crede che definire questo voto “referendum sulla giustizia” sia stata una semplificazione fuorviante?

Il referendum è molto chiaro: lo approvate o non lo approvate. L’esito negativo non dipende da questo, ma dal fatto che si è trasformato in un giudizio verso il governo in carica, un giudizio di condanna e di deplorazione. Questo ha determinato la prevalenza dei no.

Si deve presumere che il sistema attuale funzioni, dato che molti hanno votato no?

Le posso dire che molte, tante, tantissime sono le disfunzioni dell’attuale modo di amministrazione della giustizia.

Esclude che esistano magistrati influenzati da orientamenti politici?

Certamente no. È evidente che ci sono magistrati che svolgono il proprio lavoro condizionati dalle proprie idee politiche o di partito.

Se la separazione delle carriere è così pericolosa, come spiega il sostegno ricevuto anche da giuristi non riconducibili al centro-destra?

Perché ci sono anche persone perbene, come il professor Augusto Barbera e altri docenti e magistrati, che hanno dato approvazione alla riforma e hanno votato sì.

A un cittadino che teme che chi lo accusa e chi lo giudica appartengano allo stesso sistema, cosa si sente di rispondere?

Non mi sento di rispondere niente, perché non ho argomenti per rassicurarlo. La rassicurazione poteva venire da questa riforma.

Quali potrebbero essere le conseguenze della vittoria del No?

Dal punto di vista sociale continueranno gli errori o le devianze di una cattiva giustizia. Dal punto di vista politico, è stato un giudizio negativo verso il governo. Cosa succederà dopo? Non sono in condizione di prevederlo. L’unica previsione è che questa nazione scenderà sempre più in basso in una crisi profonda.

Cosa vuole aggiungere?

Se avessi un’altra età me ne andrei da questo Paese che amo profondamente, per non soffrire nel vedere i guasti di questa nazione. Eravamo una grande nazione, non lo siamo più. Eravamo un grande popolo, siamo diventati una popolazione di ignoranti funzionali.

Cinzia Notaro