Il Sistema Sanitario Nazionale ed il disastro Puglia. La parola all’on. Marcello Gemmato.

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La Sanità è uno di quei pochi comparti che trovano riconoscimento nella Carta Costituzionale: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” (art. 31 Cost.). E’ altresì noto come la sanità sia “gestita” dallo Stato che ha la responsabilità di garantire l’equità e l’uniformità delle cure su tutto il territorio nazionale ma anche dalle Regioni che hanno la responsabilità diretta della spesa e della gestione pratica dei servizi sanitari sul proprio territorio. Di recente la notizia del buco di 350 milioni di euro della Regione Puglia nel settore sanitario ed il conseguente aumento Irpef ha fatto scalpore. Di tutto ciò ne parliamo con il Sottosegretario alla Sanità, l’on. Marcello Gemmato.

Sottosegretario, molti analisti sostengono che il SSN universale non sia più sostenibile a causa dell’invecchiamento demografico e dei costi delle nuove tecnologie mediche. Il Governo intende mantenere fermo il principio dell’universalità della cura o dovremo rassegnarci a una parziale privatizzazione della sanità?

Nato nel 1978, il Servizio Sanitario Nazionale è ancora oggi considerato tra i migliori sistemi sanitari al mondo, proprio perché fondato su principi di equità, solidarietà e accesso universale alle cure. Un patrimonio che va difeso, affrontando con consapevolezza e responsabilità le sfide del nostro tempo. L’Italia è un Paese che invecchia, e questo è innanzitutto un dato positivo: significa che abbiamo una popolazione che vive più a lungo grazie anche alla qualità dell’assistenza e dei progressi della medicina. Gli ultimi dati OCSE rilevano che l’Italia è il paese più longevo d’Europa, con un’aspettativa di vita di oltre 84 anni. Ma una maggiore longevità porta con sé nuove esigenze: aumentano le patologie croniche, la fragilità, la necessità di assistenza continuativa e quindi la pressione sul sistema sanitario.

La risposta deve essere quella di rendere il nostro SSN ancora più moderno, efficiente e sostenibile, difendendolo e rafforzandolo con maggiori risorse economiche e nuovi modelli organizzativi. Il Governo Meloni ha investito fin dal primo giorno nella sanità pubblica, garantendo oltre 17 miliardi di euro in più al Fondo Sanitario Nazionale in soli tre anni.

Ma il futuro del SSN passa anche dal territorio: medicina di prossimità, assistenza domiciliare, integrazione tra servizi sanitari, superando una visione esclusivamente ospedalocentrica.

La sfida dei prossimi anni sarà dimostrare che un grande sistema sanitario come quello italiano può adattarsi ai cambiamenti del nostro tempo. Non dobbiamo scegliere tra pubblico e privato: dobbiamo garantire che il pubblico rimanga il garante del diritto alla salute e che ogni collaborazione sia sempre funzionale all’interesse del cittadino e alla sostenibilità del sistema.

Le Case della Comunità previste dal PNRR dovevano decongestionare i pronto soccorso. Molte strutture rischiano però di rimanere scatole vuote per mancanza di personale sanitario. Come intende il Ministero garantire che la medicina di prossimità diventi realmente operativa nel prossimo decennio? 

Le Case della Comunità rappresentano un tassello chiave di un progetto molto più ampio e ambizioso di riorganizzazione della sanità territoriale. Non sono un intervento isolato, ma il pilastro di un modello di medicina di prossimità che punta a rendere il sistema più vicino ai cittadini e a ridurre la pressione impropria sui pronto soccorso.

E’ obiettivo del Ministero della Salute e del Governo garantire che le Case di Comunità siano operative nei tempi previsti, anche attraverso una maggiore integrazione e disponibilità condivisa dei professionisti sanitari. Infatti, nella seduta straordinaria della Conferenza Stato Regioni di venerdì 26 giugno è stata sancita l’intesa sull’ipotesi Accordo Collettivo Nazionale (ACN) per la disciplina dei rapporti con i Medici di Medicina Generale, finalizzata a garantirne la presenza all’interno delle Case di Comunità fino a un massimo di 6 ore obbligatorie settimanali e a renderle pienamente operative entro il 30 giugno 2026, in linea con i target del PNRR.

Non stiamo parlando solo di un adempimento legato a una scadenza europea, ma della costruzione di un nuovo assetto della sanità territoriale che richiede la partecipazione di tutti gli attori del sistema: Regioni, professionisti e istituzioni. È su questa collaborazione che si gioca la possibilità di trasformare le Case della Comunità da semplice infrastruttura a vero punto di riferimento per la presa in carico dei bisogni di salute, nel medio e lungo periodo.

Passando alla crisi della sanità pugliese, il tavolo tecnico con i Ministeri di Salute ed Economia ha confermato un buco di 369 milioni di euro per la sanità pugliese nel 2025. Lei ha definito questa situazione il risultato di ‘vent’anni di fallimenti della sinistra’. Quali sono, secondo i dati in possesso del Ministero, le voci di spesa specifiche che hanno generato questo disavanzo?

Il buco nella sanità pugliese nasce da un problema ormai divenuto strutturale: la difficoltà della Regione nel tenere sotto controllo la spesa sanitaria.

Dati netti che arrivano dal tavolo tecnico presieduto dal Ministero della Salute e dal MEF, che quantifica il disavanzo in circa 369 milioni di euro per il 2025. Innanzitutto, la Regione Puglia porta avanti da anni una gestione in deficit: dal 2019 in avanti si registrano sistematicamente conti in rosso prima delle coperture, quindi non un episodio isolato ma una tendenza consolidata.

Secondo punto: non si può dire che manchino i soldi. Il Fondo Sanitario Nazionale – come detto – è cresciuto sensibilmente negli ultimi tre anni e conseguentemente anche la quota di riparto assegnata alla Puglia: più precisamente parliamo di quasi 8,8 miliardi destinati al fondo sanitario regionale nel 2025, rispetto ai circa 7,2 miliardi di dieci anni fa. Solo negli ultimi anni parliamo di quasi un miliardo di euro in più. Il problema, quindi, non è tanto “quanto arriva”, ma come viene speso.

Poi c’è la mobilità sanitaria passiva: circa il 4% del fondo – che equivale a 250 milioni di euro – viene assorbito dai cittadini che si curano fuori regione. Questo, al netto delle spiegazioni politiche, è un segnale abbastanza chiaro di un sistema che sul territorio non riesce a dare risposte adeguate.

Pesano anche scelte organizzative e alcune voci di spesa aggiuntiva rispetto ai livelli essenziali di assistenza, i cosiddetti extra-LEA, che in più occasioni sono stati oggetto di rilievi e che hanno reso più complicato il rientro dell’equilibrio di bilancio.

Il tavolo tecnico non certifica che mancano risorse, ma che quelle risorse, negli anni, non sono state governate in modo efficace. E quando la spesa cresce più della capacità di controllo, il risultato è quello che oggi vediamo nei numeri.

La giunta regionale ha varato una manovra correttiva che aumenta l’Irpef sui redditi dei cittadini pugliesi per ripianare il deficit. Lei ha partecipato attivamente alle proteste di piazza del centrodestra contro questa misura. In che modo la Regione avrebbe potuto evitare l’aumento delle tasse senza incorrere nel commissariamento automatico?

Il punto è che l’aumento della pressione fiscale non è una scelta politica, ma l’esito obbligato di anni di squilibri accumulati, che hanno generato solo nell’ultimo anno un buco di 369 milioni di euro.

Nel caso della Regione Puglia, la questione non si esaurisce nella sola sanità, ma riguarda una più ampia capacità di programmazione e controllo della spesa regionale. I nodi vengono da lontano e si sono stratificati nel tempo, fino a rendere inevitabili misure correttive oggi particolarmente impattanti sui cittadini. È esattamente questo che abbiamo denunciato lo scorso 6 giugno a Bari, in una maratona oratoria contro l’aumento dell’IRPEF voluto dal Presidente Decaro a danno dei cittadini e delle famiglie pugliesi.

Sarebbe stato opportuno abbandonare ogni narrazione autoassolutoria, ammettendo i propri errori e le criticità strutturali invece di ricondurle sistematicamente a fattori esterni o congiunturali. Non ci si può nascondere dietro al fatto che anche altre Regioni, tradizionalmente considerate virtuose, registrino da anni una tensione crescente nei conti, perché nel caso della Puglia, non è mancato il sostegno finanziario del Governo, è mancata – o comunque non è stata adeguata – la capacità di tradurre quelle risorse in equilibrio di bilancio e in una programmazione coerente della spesa. Quando questo accade, il riferimento al contesto generale finisce per diventare una giustificazione di comodo, utile a spostare il fuoco del dibattito ma non a sanare gli squilibri.

Al netto dei bilanci in rosso, i cittadini pugliesi affrontano liste d’attesa lunghissime e una forte mobilità passiva verso gli ospedali del Nord. Quali tutele o interventi straordinari intende mettere in campo il Ministero della Salute per garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) in Puglia in questa fase di piano di rientro?

È proprio per rispondere a questo inaccettabile stallo che il Ministero della Salute è già intervenuto con la massima fermezza istituzionale. Di fronte a un disavanzo fuori controllo e a risposte del territorio del tutto inadeguate, abbiamo già attivato i poteri sostitutivi previsti dall’ordinamento, formalizzando nelle scorse settimane il commissariamento della sanità pugliese e nominando il Presidente della Regione quale commissario ad acta per il rientro dal deficit.

Le tutele per i cittadini sono state quindi già incardinate in questo percorso di rigida vigilanza ministeriale.

Sul piano pratico, abbiamo già perimetrato i tavoli tecnici affinché ogni misura correttiva locale intervenga sugli sprechi organizzativi, l’abbattimento delle liste d’attesa e sul monitoraggio di strutture cruciali ma ancora incompiute, come il nuovo polo di Monopoli-Fasano, bloccato a meno della metà dei posti letto previsti.

L’intervento straordinario del Governo si è quindi già tradotto in un’assunzione di regia e di controllo diretto. Ora spetta alla struttura commissariale regionale dare attuazione a queste tutele, traducendo le ingenti risorse che lo Stato ha garantito in servizi efficienti e finalmente coerenti con i Livelli Essenziali di Assistenza che i cittadini pugliesi attendono da oltre vent’anni.

Esponenti del centrosinistra pugliese replicano sostenendo che il buco sia causato dal sottofinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale da parte del Governo centrale e criticano le norme sulla distribuzione dei farmaci sul territorio. Come risponde a chi accusa l’esecutivo Meloni di sottrarre risorse alla sanità pubblica regionale?

Come ho già ribadito, i fatti parlano chiaro e smentiscono categoricamente qualsiasi narrazione basata su presunti tagli o sottrazioni di risorse. Comprendo la tentazione di invocare un alibi esterno per giustificare le difficoltà interne, ma il rispetto dovuto ai cittadini pugliesi impone un principio di realtà e di onestà intellettuale.

La tesi del sottofinanziamento crolla davanti ai dati ufficiali: lo Stato ha stanziato per la Puglia una cifra record del Fondo Sanitario Nazionale – quasi 8,8 miliardi di euro per il 2025 – segnando un incremento imponente rispetto al passato.

Alimentare polemiche infondate non serve a sanare il bilancio né a migliorare la qualità dei servizi nei reparti. Le risorse ci sono e sono ingenti: ora spetta interamente alla capacità amministrativa della Regione tradurle in prestazioni efficienti e tempestive per i propri cittadini.

Paolo Scagliarini