In viaggio con la madre

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Massimo Del Pizzo ha da poco pubblicato per le edizioni Arsenio, in un’elegante veste singola, In viaggio con la madre, un racconto suddiviso in quindici capitoli.

In copertina è raffigurato un dipinto di Johannes Vermeer, il pittore olandese che fu maestro nel ritrarre momenti e ambienti della vita quotidiana della borghesia del suo tempo: Donna in azzurro che legge una lettera (1663 circa).

Quel che di questo dipinto ci colpisce, a lettura ultimata, è la segreta analogia che c’è col racconto. Ci piace a questo proposito riportare un passo dal capitolo 8 del racconto:

«E che ne sai tu, mamma, dei miei poeti e della mia giovanile poesia, come del traffico e delle case: “Non ci si capisce niente”. Così ti sei sempre salvata. E mi hai salvato. Le mie poesie poi le leggevi lo stesso, senza capire. Di nascosto. Non so come, ma lasciavi misteriosi segni o segnali su quei fogli sparsi che comunque nascosti non erano. Non frugavi certo nei miei cassetti, quando non c’ero; del resto, era tutto ben visibile sulla scrivania. Ma, ripeto, lasciavi tracce invisibili dei tuoi passaggi».

Questa nostra impressione, d’una straordinaria sintonia col racconto, ci è confermata, d’altronde, dallo stesso autore che spiega come «questa immagine “commenti” per così dire il racconto, dove il rapporto fra madre e figlio è spesso spezzato, interrotto, ovvero complicato da segreti, da cose taciute e ormai inesprimibili: come appunto una presunta incursione della madre fra le carte intime del figlio, quasi a voler capire di più, a voler penetrare chi sa quale verità. Hai capito che il quadro mi ha affascinato…».

La trama è piuttosto lineare. Un figlio e la propria madre, che alterna momenti di lucidità a momenti di assenza, compiono un viaggio in auto che li porta dalla casa dell’una a quella dell’altro, in un’altra città, per un trasloco che forse è definitivo.

Il viaggio con la madre diventa un’occasione per il figlio di interrogarsi sul rapporto con lei. È una sorta di autoanalisi, in cui a dominare è  la scoperta da parte dell’io narrante, come dice Del Pizzo con un ossimoro significativo, di  quella “distratta attenzione”, che lui ha avvertito, o forse immaginato, come un peso nella sua infanzia.

Lo sfondo del viaggio è quello delle città che si espandono in modo mostruoso, del traffico veicolare denso e frettoloso, del via vai di tanta gente, della campagna che arretra, tutte cose che la madre non manca di notare nella sua ingenuità (“Madonna quante case!”, “E dove stava prima tutta questa gente!”, “Quanto traffico!”). Lei non ha voluto lasciare il suo paese, il suo giardino, i suoi gatti. Il figlio, che invece si è allontanato dal paese ed ha messo su famiglia in un’altra città, sente quelle annotazioni della madre, apparentemente innocue,  quasi come un tacito rimprovero e si irrita, ma finisce per ricordare che anche lui aveva provato la stessa sensazione di estraneità andando a stare in città.

Memoria e vita presente si accavallano durante il viaggio, creando un piano narrativo “fluttuante”, dove gli eventi non sono sempre cronologicamente ordinati. Uno stile scorrevole, e tratti poetico, rimarca

il rapporto del narratore con la madre, fatto di tenerezza e di avvertita e sofferta lontananza, che da parte di lei può apparire perfino durezza.

Non cerchiamo però nel racconto l’autobiografia dell’autore. Come osservava in uno dei suoi taglienti aforismi Nicolás Gómez Dávila: «L’anima dello scrittore non si coglie nelle indiscrezioni aneddotiche, o nelle confidenza autobiografiche, ma nel timbro della sua prosa».

Sandro Marano