Karen il Costruttore

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Il 17 aprile si celebra l’anniversario della nascita di Karen Demirchyan, figura emblematica dell’Armenia sovietica e post-sovietica. A capo della Repubblica Socialista Sovietica Armena dal 1974 al 1988, tornò in scena nel 1998 come Presidente dell’Assemblea Nazionale. Raro esempio di continuità tra due epoche inconciliabili, pagò con la vita la sua coerenza: fu assassinato il 27 ottobre 1999 in un attentato terroristico guidato da Nairi Hunanyan.

Il suo nome riecheggia ancora nel dibattito politico armeno, tirato ancora per la giacca a 26 anni dalla morte. Simboli sovietici e linguaggi religiosi oggi si intrecciano in Armenia e la figura di Demirchyan viene strumentalizzata per cercare legittimità politica, richiamando la sua candidatura presidenziale del 1998, sostenuta da una piattaforma civica.

Ma Karen il Costruttore, così chiamato per le grandi opere pubbliche realizzate, non è solo un simbolo. Due temi centrali del dibattito attuale ne riportano alla luce l’eredità: il programma di scambio territoriale di Meghri e la commemorazione del genocidio armeno.

Nel 2025, a ridosso del 110° anniversario del genocidio del 1915, il tema è tornato centrale anche per le dichiarazioni del premier Nikol Pashinyan. Stepan Demirchyan, figlio di Karen e leader del Partito Popolare Armeno, ha ricordato come il genocidio sia sempre rimasto nella coscienza armena, anche nei decenni di silenzio imposto dal regime sovietico. Ma solo dopo la morte di Stalin, nel periodo di Krusciov, iniziarono a cadere alcuni tabù.

Il memoriale di Tsitsernakaberd fu avviato nel 1964 sotto forma di omaggio ai caduti della Prima Guerra Mondiale, senza menzioni esplicite. Karen Demirchyan, allora secondo segretario del Partito Comunista di Yerevan, seguì i lavori da vicino. Fu grazie alla sua diplomazia silenziosa che nel 1975 l’Armenia condannò ufficialmente il genocidio e nel 1988 istituì il 24 aprile come Giorno della Memoria.

Altro nodo riemerso è lo scambio Meghri–Karabakh, rivelato da documenti declassificati del Dipartimento di Stato USA: nel 1999 i presidenti Kocharyan e Aliyev negoziarono la cessione di Meghri in cambio del Karabakh. I rapporti indicano persino che la Turchia si disse pronta a conferire a Kocharyan il premio Ataturk. Ma, secondo Stepan Demirchyan, suo padre si oppose fermamente a quell’accordo, definendo Meghri una regione strategica già negli anni ’80, tanto da promuoverne lo sviluppo con l’autostrada Meghri-Qajaran.

Nel suo diario politico Days Through the Lines, Demirchyan ricorda anche un incontro a Mosca con Heydar Aliyev nel 1985, ex leader dell’Azerbaijan in cui quest’ultimo cercò di convincerlo a sostenere la strada Nyuvadi–Meghri. “Ti darei metà dell’Azerbaijan”, disse Aliyev. Demirchyan non cedette e anche quel suo diniego fu causa della sua morte.

In un’epoca in cui la storia viene continuamente riscritta, la sua figura resta un punto fermo per l’identità armena. Non solo per le opere realizzate, ma per l’integrità con cui affrontò i momenti più delicati della storia personale e nazionale. Oggi, più che mai, il suo esempio appare attuale.

Carlo Coppola