Mancanza di scorte? Intervenga l’Esercito Italiano a garanzia del diritto alla salute.
Rebibbia, 1° febbraio 2026 – 395° giorno di carcere. Nel precedente Diario vi abbiamo raccontato la storia di Giorgio, una persona detenuta perché finita, da homeless, negli scantinati bui della nostra società. Oggi, invece, vi raccontiamo una storia opposta: quella di Daniele Z., colpevole di essere un uomo emergente e generoso che difende il prossimo.
Daniele è uscito ieri a fine pena dopo 5 anni e 3 mesi di detenzione, tra carcere e domiciliari. Al momento dei fatti per cui è stato condannato aveva 38 anni, era un tecnico sportivo con un diploma di alto livello, istruttore di sport da combattimento con 100 allievi tra corsi e allenamenti personalizzati, 70.000 followers su Facebook e 30.000 su YouTube, raccolti pubblicando suggerimenti sull’allenamento sportivo. Bello, solare e prestante come può esserlo un atleta nella sua maturità.
Cosa è successo? Nell’ottobre 2019, in una tarda serata davanti ad un pub, Daniele sta parlando con alcuni amici, quando vede uscire dal locale un piazzato signore sui 45 anni, visibilmente alterato dall’alcool, che insegue due ragazzi probabilmente minorenni. L’aggressore brandisce un pesante portaombrelli con cui minaccia urlando questi ragazzini, colpevoli, secondo lui, di averlo deriso perché “calvo”.
Daniele non ce la fa a farsi gli affari suoi – come sempre più spesso accade nelle nostre strade dove i passanti assistono indifferenti, o magari riprendendo con lo smartphone, quando c’è qualche atto di violenza contro vittime innocenti – e redarguisce a voce l’aggressore. Ma questi, invece di recedere, posa il portaombrelli e carica a testa bassa Daniele, che, per fermarlo, gli assesta un bel ceffone.
Sufficiente? Macché: l’ubriaco scatta verso la sua macchina dicendo che va a prendere una pistola. A questo punto Daniele, per prevenire la minaccia a mano armata, fa sul serio: tira due cazzotti in faccia al Bullo che va subito KO.
Daniele si allontana e alla fine il signore si decide a desistere dalle sue minacce e va a farsi medicare al Gemelli, dove gli danno 20 giorni di prognosi e un calmante. Nel frattempo, approfittando di un fratello noto avvocato, sporge denuncia contro ignoti. Alla fine, dopo tre mesi, si fa operare all’occhio destro, perché non apre bene la palpebra.
Intanto Daniele vive tranquillo la sua vita, quando un anno dopo, il 17 novembre 2020, viene improvvisamente arrestato dai Carabinieri che lo vengono a prendere a casa.
Daniele si fa 7 mesi a Regina Coeli, poi viene mandato agli arresti domiciliari in attesa di giudizio. Viene condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi. Perché una pena così pesante? Perché oltre ai reati di aggressione e lesioni gravissime, viene condannato per l’art. 583-quinquies c.p., ovvero “Deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso”, un reato gravissimo istituito per contrastare l’ignobile tendenza degli uomini di deturpare con l’acido il volto delle donne. Una condanna veramente assurda, se si pensa che si tratta della reazione ad un aggressore, che ha riportato solo un piccolo danno ad un occhio.
Ma, niente da fare: in appello Daniele prende 6 anni e 6 mesi, la sentenza viene annullata dalla Cassazione che riconosce che lui aveva reagito a una aggressione, ma il nuovo Appello gli riduce la pena solo di un mese!
Alla fine la sentenza passa in giudicato il 22 settembre 2024 e Daniele, che nel frattempo si era fatto 3 anni e 3 mesi di arresti domiciliari, viene incarcerato qui a Rebibbia, da dove è uscito ieri, dopo un altro anno e 5 mesi di reclusione. In totale 5 anni e 3 mesi, ovvero tutta la pena inflitta, con solo le riduzioni previste per la buona condotta.
Qui al G8 Daniele ha partecipato ad un corso di teatro, ha frequentato la scuola per prendere il diploma, ha allenato decine di altre persone detenute – tra cui Gianni – nell’arrugginita palestra di pesi, ma, nonostante questo intenso impegno, non ha ottenuto nessun beneficio e nessuna attenzione da parte delle educatrici e dei Magistrati di Sorveglianza.
Sei anni e mezzo, più interdizione perpetua dai pubblici uffici, per due pugni ben assestati ad un aggressore. Cioè per non aver voltato la testa dall’altra parte quando una violenza stava per essere compiuta. Non male, vero? Adesso Daniele ha fatto ricorso in Corte di Appello, perché la Corte Costituzionale ha sentenziato che l’art. 583-quinquies c.p. può prevedere la riduzione della pena fino a un terzo nei casi di lieve entità, in più l’automatismo dell’interdizione perpetua può essere sostituito con una pena accessoria facoltativa e limitata nel tempo (max 10 anni). Otterrà un po’ di giustizia?
Intanto, con la sua aria da “duro ma buono”, ha varcato i cancelli del carcere per riprendersi la sua vita e per tornare a insegnare lo sport come scuola di vita. Per noi che lo abbiamo conosciuto bene, definirlo una “persona generosa e solare” è dire poco.
Intanto qui a Rebibbia, come in tutte le carceri italiane, sta scoppiando l’emergenza della “mancanza di scorte” per accompagnare le persone detenute nei presidi sanitari esterni alle strutture penitenziarie. Dopo le nostre sollecitazioni, alcune persone detenute che attendevano da tempo di essere portate in ospedale sono state richiamate dalla ASL di competenza come “casi urgenti”, ma, nonostante questo, non hanno potuto curarsi perché, all’ultimo momento, gli è stato comunicato che mancavano le “scorte” per accompagnarli.
Non è un caso isolato: oggi con il sovraffollamento carcerario il numero di agenti della Polizia penitenziaria è largamente sottodimensionato, mentre molte unità vengono assorbite dagli apparati burocratici centrali del DAP. Dovendo fronteggiare una simile emergenza, è ovvio che le scorte per gli ospedali sono il primo servizio che viene tagliato. Anche le visite specialistiche dentro le carceri scarseggiano, perché i bandi per reclutare nuovi medici negli istituti di pena vanno sistematicamente deserti (chi vuole esporsi a una simile vita di sacrificio per uno stipendio bassissimo?).
Insomma, il diritto alla salute delle persone detenute è gravemente a rischio. Non per colpa del personale sanitario interno che fa i salti mortali, ma per un enorme deficit strutturale di scorte e di medici in carcere.
E, allora, Signor Ministro, egregie Autorità competenti, perché non chiedere l’aiuto dei medici militari per supplire alla mancanza di specialisti nelle carceri? Perché non chiedere alle altre Forze dell’Ordine di integrare la Polizia penitenziaria per garantire il servizio di scorte per portare le persone detenute nei presidi sanitari esterni?
Non siete intervenuti per ridurre il sovraffollamento, non state garantendo i percorsi trattamentali per accedere alle pene alternative, almeno il diritto alla salute lo volete garantire alle persone detenute?
Gianni Alemanno e Fabio Falbo