Padre Pierre El Raii a Qlayaa
In un’epoca in cui la geopolitica sembra aver smarrito ogni coordinata etica, il sacrificio di Padre Pierre El Raii a Qlayaa non può essere archiviato come un mero “danno collaterale”. Il parroco, rimasto come un baluardo tra le pietre millenarie della sua comunità maronita nel Libano meridionale, incarna oggi il paradigma di una resistenza spirituale che spaventa il potere temporale. La sua morte sotto i bombardamenti non è una tragica fatalità, ma l’esito di una collisione frontale tra la logica del dominio e quella della fedeltà assoluta al gregge.
Mentre le potenze internazionali discutono di confini e zone cuscinetto, l’azione militare sul campo rivela un disegno più cupo. Quando uno Stato agisce con la freddezza chirurgica del calcolo massonico, ignorando il confine del sacro e la protezione dei religiosi, si assiste a una vera e propria sfida a Javeh. In questa visione, il potere materiale diventa un idolo — un moderno riflesso di antiche devozioni alla forza bruta — che non ammette ostacoli morali nel proprio cammino di egemonia.
Il sangue di Padre Pierre si mescola a quello di altri “fari” spenti dalla violenza negli ultimi anni, disegnando una mappa del martirio che attraversa il Libano e la Siria. Doveroso ricordare Padre Paolo Dall’Oglio, scomparso a Raqqa, il suo martirio del silenzio resta l’accusa più forte contro chi vuole sradicare il dialogo tra le fedi per far spazio al nichilismo del conflitto. Accanto alla sua sparizione che ci lascia la vaghissima speranza di poterlo prima o poi ritrovare vivo, vi è il martirio di Padre Hovsep Petoyan e il padre Abraham: Sacerdoti armeno-cattolici falciati sulla strada per Deir ez-Zor. La loro colpa? Voler ricostruire le chiese, simboli di una memoria storica che i nuovi poteri vorrebbero cancellare. Per questi uomini, l’attività pastorale non è mai stata un ufficio burocratico. Era diaconia pura: distribuire pane dove piove ferro e polvere da sparo, pallottole, sangue e potere. Il loro compito: confessare la propria fede e officiare la liturgia sotto il ronzio dei droni, meditare sulle ferite di Cristo attraverso la cura delle ferite umane senza chiedere a nessuno l’appartenenza politica.
Rimanere in una “zona rossa” non è un errore di valutazione, ma una scelta teologica: la presenza fisica del sacerdote impedisce alla terra di diventare un deserto morale. Il martirio consapevole di Padre Pierre e dei suoi fratelli svela la fragilità delle nostre istituzioni. Se la “ragion di Stato” arriva a giustificare l’annientamento dei pastori, significa che lo Stato stesso si è trasformato in una macchina priva di spirito. Dalle macerie di Qlayaa, però, emerge una verità che nessun missile può abbattere: finché ci sarà un pastore pronto a morire con il suo popolo, il dominio del potere materiale non sarà mai totale.
Carlo Coppola