Leone XIV, viaggio nell’oriente cristiano

Lebanon historic byblos port

La Visita Apostolica di Papa Leone XIV si è conclusa con il rientro a Roma martedì 2 dicembre, lasciando una traccia indelebile in Libano. Tre giorni intensi, seguiti alla tappa in Turchia, hanno visto il Pontefice accolto non solo come capo spirituale, ma come un autentico “messaggero di pace e di speranza” in una terra spesso martoriata. Il pellegrinaggio, intitolato “Beati gli operatori di pace”, ha rafforzato il legame storico tra la Chiesa universale e il Paese dei Cedri.

Il cuore del messaggio di Papa Leone XIV è stato gettare le fondamenta per un necessario rinnovamento spirituale, centrato sulla forza inesauribile dell’Eucaristia, della Liturgia e della Preghiera, che in moltissimi – troppo presi dal complottismo e dalle visioni alterate dalla geopolitica – non hanno occhi per guardare. In una nazione più volte sull’orlo del collasso statale, il Papa ha offerto un ancoraggio che va oltre la politica e l’economia. Il culmine spirituale è stata la solenne celebrazione della Santa Messa presso il “Beirut Waterfront” nell’ultimo giorno. 

Questa Liturgia non è stata solo un evento di massa, ma una riaffermazione teologica: l’Eucaristia come fonte di unità, speranza e motore di quella carità concreta di cui il Libano ha disperato bisogno. La Santa Messa ha simboleggiato la presenza viva di Cristo in una storia segnata dal dolore. Prima di ciò, il viaggio è stato scandito da momenti di intensa preghiera e silenzio. Il pellegrinaggio alla tomba di San Charbel Maklūf ad Annaya ha rappresentato un’immersione nella profonda spiritualità maronita, un richiamo alla santità come fondamento di ogni rinascita nazionale. 

Questi gesti hanno elevato il dolore e la memoria a veri e propri atti liturgici, trasformando i luoghi della sofferenza in altari di fede. L’impegno del Papa per i più fragili ha trovato espressione nella visita all’Ospedale De la Croix a Jal el-Dib, una delle più grandi strutture per malati psichiatrici in Medio Oriente. Il discorso commosso di Suor Marie Maklouf, che ha parlato a nome dei “dimenticati” e del “battito di una patria ferita”, ha mosso il Pontefice. Leone XIV ha risposto con chiarezza: “Non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità… ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”. Ha definito i pazienti il “tesoro della Chiesa”, ricordando che la carità non è un’opzione, ma un imperativo sociale e spirituale. 

Papa Leone, che troppi considerano un timido, non bacia le Panagie o le croci pettorali dei vescovi e neppure le scarpe dei leader musulmani, non mette sullo stesso piano il Santissimo Sacramento e la pachamama di nessuno e sa ruggire – e quando parla lo fa dando voce allo Spirito Santo. 

Negli incontri istituzionali e con il clero, il Papa ha incoraggiato la tenacia del Paese, ma ha anche lanciato la “sfida della riconciliazione”. A Bkerké e Harissa, ha esortato i giovani e la Chiesa a farsi “responsabili della speranza” e dell’unità, incoraggiandoli a non smettere di “sognare, organizzare e compiere il bene“, ma lo ha fatto non secondo la logica mondana ma attraverso la logica evangelica, mettendo cioè Cristo al centro. 

Il viaggio si è concluso con l’appello accorato per la cessazione di tutte le ostilità in Medio Oriente. Sua Santità Leone XIV, non solo ha seguito le orme dei suoi predecessori (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) ma, ha ribadito un messaggio cruciale: la vera stabilità del Libano (e con esso, esemplarmente, del mondo intero) non risiede solo negli accordi politici, ma nel rinnovamento della sua Fede, nella centralità dell’Eucaristia come alleanza con Dio e tra gli uomini. Il Libano è stato invitato a ripartire dall’Altare per ricostruire la Nazione. 

Questo messaggio si connette anche con una delle conclusioni del viaggio. Il Papa ha rivelato durante il volo di ritorno di essere certo, lo scorso anno, di poter andare in pensione, ma di essersi arreso a Cristo accettando la chiamata alla guida della Chiesa.”

Carlo Coppola