Destra ecologista e nucleare

cats

“A destra della destra contro il nucleare. Il dibattito sul referendum del 1987” è un breve e succoso saggio di Juan M. De Lara Vásquez, giovane ricercatore storico, apparso sul numero 65 di Diacronie Studi di Storia Contemporanea.

Diciamo subito che si tratta di un’accurata e stimolante disamina sul tema dell’ecologia nella destra radicale, con particolare riferimento alla posizione da essa assunta nei confronti del referendum sul nucleare del 1987. La disamina è stata condotta su fonti di prima mano come quotidiani e riviste d’area (Il secolo d’Italia, Linea, Trasgressioni, Diorama letterario, La contea), di cui si riportano anche alcuni stralci significativi.

Va innanzitutto rilevato che l’autore, correttamente, dà atto che l’interesse per la Natura e per le tematiche ambientali hanno percorso tutta la storia della destra radicale almeno a partire dagli anni ’60. Il che esclude che si sia trattato di un interesse contingente e strumentale in vista del referendum del 1987. Prova ne sia, oltre la cospicua pubblicistica, la nascita già nel 1978 ad opera di Rutilio Sermonti e Alessandro Di Pietro di un’associazione ecologista come i G.R.E. (Gruppi di Ricerca Ecologica), dalla cui costola nascerà nel 1986 l’associazione ecologista Fare Verde guidata da Paolo Colli.

Tra il 1976 e il 1977 nacqueroalcune riviste come Dimensione ambiente e Linea che «in perfetta continuità con la mozione “Linea futura” presentata da Rauti in occasione del congresso di Roma, tenutosi tra il 13 e il 16 gennaio 1977, si spesero per le battaglie ecologiche e ambientali che dovevano offrire un’alternativa al modello neocapitalistico e consumistico da loro denunciato. Sempre in questi anni, al di fuori del MSI, iniziò il proprio percorso la rivista Diorama Letterario di Marco Tarchi, che avrebbe contribuito anch’essa al dibattito sul nucleare».

Non c’è dubbio che negli anni Settanta del ‘900, l’area giovanile e i movimenti a destra del Movimento Sociale Italiano (MSI) avevano nel proprio bagaglio ideologico l’attenzione verso la Natura e le tematiche ambientali, tanto che l’autore può, non a torto, parlare di una destra ecologista, termine col quale fa riferimento, negli anni che precedettero il referendum, sia alla componente rautiana all’interno del MSI sia a quei gruppi al di fuori del MSI che si ispiravano alla Nuova Destra di Marco Tarchi e Alain De Benoist.

Pur partendo da presupposti diversi i due filoni della destra ecologista concordavano nella «critica verso la modernità industriale, combinandola con il comunitarismo, l’identità culturale e il localismo». Se le posizioni della componente rautiana derivavano, in buona sostanza, da una visione tradizionalista di matrice evoliana, per ciò che attiene la Nuova Destra di Marco Tarchi la critica all’industrialismo e alla scelta nucleare muoveva da presupposti metapolitici, essendo l’ambientalismo «un elemento strutturale della loro critica alla modernità» che ben si combinava con l’antropologia e l’etologia.

Queste posizioni di critica al modello di sviluppo neocapitalista, che già all’indomani dell’incidente di Chernoyl trovarono riscontro in una forte mobilitazione giovanile contro il nucleare, non furono pienamente recepite dalla dirigenza missina, sicchè, in occasione del referendum, emerse una spaccatura. Mentre  per la destra ecologista l’ambientalismo era una battaglia che aveva origine in una determinata concezione organica e comunitaria, l’approccio alla questione ambientale da parte della maggioranza  della dirigenza del MSI era di tipo pragmatico. La contrarietà all’utilizzo del nucleare sul territorio nazionale (quesiti 3 e 4), ma non alla partecipazione dell’ENEL alla costruzione di centrali nucleari all’estero (quesito 5), derivava soprattutto da ragioni di sicurezza. Le crisi petrolifere degli anni Settanta, peraltro, avevano fatto capire l’importanza dell’indipendenza energetica per uno Stato che volesse rivendicare la propria sovranità. E il nucleare sembrava andare in questa direzione.

«Se il MSI – scrive l’autore – si schierò favorevolmente per l’abolizione del terzo e del quarto quesito referendario, non fece lo stesso per il quinto quesito, che prevedeva l’esclusione dell’ENEL dalla partecipazione alla costruzione di centrali nucleari all’estero, contro il quale invitò a votare negativamente».

Di contro, le differenti  componenti ecologiste di destra, che vedevano la partecipazione dell’ENEL in progetti esteri «come una lesione degli interessi di altri popoli», «non concordarono nemmeno con la fiducia che i quadri dirigenti missini nutrivano su un ipotetico miglioramento tecnologico capace di garantire la sicurezza degli impianti nucleari. Anche sulla necessità di potenziare le fonti alternative le visioni non coincisero del tutto perché, dal lato dei movimenti ecologisti di destra, esse erano le uniche sulle quali si sarebbe dovuto investire maggiormente, mentre dalla parte della dirigenza missina si perorava l’utilizzo di entrambe le forme di energia, sia quelle rinnovabili che quelle nucleari».

In vari articoli apparsi su Linea dopo la vittoria del SI’ al referendum si sottolineava con soddisfazione di aver contribuito, assieme ad un ampio schieramento, a mettere in discussione la credenza nel mito del Progresso: infatti un aumento indefinito della quantità di energia messa a disposizione dell’umanità avrebbe comportato un sempre maggiore consumo di risorse in una spirale senza fine e sempre più pericolosa.

Secondo De Lara Vásquez questo diverso approccio trovava fondamento in una marcata differenza ideologica:

«L’attenzione verso la natura durante il Ventennio fu sì motivata da una volontà di preservare la ricchezza nazionale, ma soprattutto da una necessità di sviluppo che vedeva l’ambiente come una risorsa capace di produrre ricchezza per gli italiani. Se questa concezione fu ereditata da buona parte della classe dirigente del MSI, un’altra parte del neofascismo italiano, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, ricevette una serie di influssi ideologici diversi riguardo la gestione ambientale. Prevalentemente di matrice germanica, l’idea del ritorno alla terra e l’attenzione verso il mondo della natura servivano come contrappeso alla degenerazione che si riteneva apportata dal capitalismo attraverso i suoi prodotti valoriali come l’utilitarismo, il consumismo e l’idea di progresso che esso propugnava. Questa impostazione, in parte derivante dalla Rivoluzione conservatrice tedesca ma enunciata anche da gruppi come i Wandervögel nei decenni precedenti e da Walter Darré, fu recepita da molti volontari italiani nei reparti delle Waffen-SS negli ultimi due anni del conflitto mondiale. Difatti, furono esponenti del neofascismo afferenti alla corrente rautiana come Rutilio Sermonti, che aveva combattuto dentro alle Waffen SS Italia e fu influenzato dal pensiero di molti suoi membri, i principali organizzatori negli anni Settanta e Ottanta di gruppi come il Fronte Verde o i Gruppi di Ricerca Ecologica (GRE). Questa diversità di approcci fu arricchita negli anni Settanta dai Campi Hobbit [1977 – 1981] e dalla successiva ricezione e organizzazione della Nouvelle Droite in Italia, la quale, pur condividendo nella sostanza buona parte delle impostazioni del neofascismo, tentò di porsi come nuova sintesi politica nello scenario politico nazionale».

La tesi sostenuta dallo studioso ci pare senz’altro plausibile e in buona parte condivisibile. Tuttavia, riteniamo che andrebbe maggiormente approfondito il tema relativo al rapporto tra ecologia e Fascismo. Infatti, il Fascismo mostrò, sia pure tra contraddizioni, errori e spinte contrarie, la volontà di instaurare un diverso modello di sviluppo, come ampiamente dimostrato, secondo una progressione legislativa, dalla legge Serpieri del 1923 sulla tutela del patrimonio forestale (che introduceva pure la festa dell’albero), dall’istituzione sempre nel 1923 della prima cattedra di ecologia a Perugia, dalla complessa politica del ritorno alla terra, dall’autarchia, dalla legge Bottai del 1939 sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici. Tutti questi elementi, lungi dall’essere legati alla necessità di uno sviluppo economico “che vedeva l’ambiente come una risorsa capace di produrre ricchezza per gli italiani”, affondano, a nostro avviso, in una una visione del mondo organica, che anticipa in nuce proprio quell’ambientalismo di cui la destra ecologista fu portatrice.

Due sono le conclusioni cui giunge nel suo saggio De Lara Velásquez:

1) critica al modello di sviluppo ed ecologia erano un binomio inseparabile che la destra ecologista italiana poneva alla base della sua battaglia contro il sistema capitalistico di tipo statunitense;

2) il referendum fu per essa un banco di prova, perché «vide come una delle sue battaglie non solo era condivisa da una larga porzione della popolazione italiana, ma aveva il potenziale per diventare una forza di attrazione per una nuova generazione di simpatizzanti disillusi dal sistema partitocratico e disposti a seguire nuove declinazioni politiche che si distaccassero dall’oramai classica dicotomia destra-sinistra».

Sandro Marano