Fischia…?
Dalla rivolta di Portoria alla reazione contro la cancellazione della Storia, il gesto di Giovan Battista Perasso rivive in chi rifiuta l’indottrinamento ed il pensiero unico.
C’è una nuova occupazione che tenta di impantanare l’Italia: l’occidente, ma non usa i mortai di bronzo dell’esercito austriaco. Usa i dogmi ideologici, la cancel culture, i linguaggi artificiali e i tribunali mediatici del mondo woke. Eppure, la pietra scagliata nel 1746 dal giovane Giovan Battista Perasso, il “Balilla”, continua a fischiare nell’aria.
Oggi quel sasso ideale non colpisce una divisa militare, ma l’ipocrisia di un’ideologia d’importazione, che ha minato ormai anche i nostri modi di fare politica, cultura, opinionismo e che vorrebbe processare il passato, cancellare l’identità e anestetizzare l’audacia naturale dell’uomo.
Nel 2026, la “Madre da liberare” è la libertà d’espressione, le nostre culture ancestrali, morali, finite sotto il fango del conformismo progressista. Non possiamo non annoverare, ad esempio, la Madre del bosco allontanata con il padre dai propri figli. O, ancora più attuale, il completo isolamento di una famiglia che, come ultimo e più drammatico gesto – non ricevendo l’aiuto sperato, fatto anche di appartenenze – ha dovuto realizzare che questo mondo a parole sostiene tutti per poi girarsi dall’altra parte, e ha deciso di mettere fine alla propria esistenza, a quella della bambina affetta da gravi patologie e persino a quella del loro cane, consapevole che questa società ha ormai smarrito la pietas romana.
La vecchia canzone ci ricorda che di fronte al mortaio nemico «il ragazzo fu d’acciaio». Oggi il fango della canzone è rappresentato dalle derive della cultura della colpevolizzazione, che vorrebbe imporre al mondo occidentale un perenne senso di colpa per la propria storia e le proprie radici. Ma laddove il mondo accademico, i giganti dell’industria, dalla siderurgia all’alimentare, dal cinema alla scuola e al costume, si piegano ai diktat del politicamente corretto, una nuova generazione risponde con la concretezza dell’acciaio.
Secondo la tradizione, una frase fu gridata il 5 dicembre 1746 dal Balilla, quando scagliò una pietra contro un soldato delle truppe di occupazione; quel grido e quel gesto diedero fuoco alla ribellione popolare che portò alla liberazione della città. «Che l’inse?». E’ il rifiuto categorico di farsi censurare, la scelta di difendere il buonsenso, la realtà biologica e quella storica contro le narrazioni fluide, artificiali e artificiose dei vari dottor Fauci e accoliti.
I versi che uniscono idealmente i “sardi tamburini” e i “siculi picciotti” oggi fotografano una realtà che riscopre l’orgoglio dell’appartenenza, rifiutando la globalizzazione culturale. Gli studenti i genitori gli educatori difendano nelle scuole lo studio dei classici, della storia nazionale e dei monumenti finiti nel mirino della censura iconoclasta. Gli scrittori, specialmente giovani, quelli che lavorano col web sfidino la scure degli algoritmi per denunciare le follie del dogma woke. Uomini e ragazzi legati alle proprie radici locali, regionali e nazionali vedano nella specificità culturale la vera barriera contro l’omologazione globale.
Il ritornello descrive perfettamente l’antidoto alla fragilità emotiva promossa dalla cultura contemporanea, spesso focalizzata sul vittimismo, tanto da creare mostruosi comportamenti. «Fiero l’occhio, svelto il passo» è l’esatto opposto della realta quotidiana ripiegata su se stessa e iper-protetta: rappresenta la fierezza di chi guarda la realtà a testa alta. «Ai nemici in fronte il sasso, agli amici tutto il cuor» diventa così il manifesto di una ferma intransigenza intellettuale contro chi vuole decostruire la società, bilanciata però da un profondo e autentico senso di comunità, cameratismo e solidarietà generazionale.
La canzone si chiude celebrando un “maggio che brilla e ride”, l’età dell’oro della giovinezza non esclusivamente anagrafica, che auspica, che chiede, rivendica il diritto di crescere senza l’ossessione del controllo linguistico e ideologico. Al giorno d’oggi questa onda anomala di intolleranza culturale continua ad incancrenirsi a incendiare definitivamente le fondamenta stesse della nostra civiltà, questi uomini, queste donne, questi giovani hanno già scelto da che parte stare. Non saranno i militi di una fazione politica, ma la «mitraglia della santa Libertà» intesa nel suo senso più puro e originario: la libertà di essere, di ricordare e di non piegare la testa davanti al nuovo inquisitore manipolatore di turno.
Rodolfo Frassanito