Il viaggio di ritorno dal carcere di Rossano-Corigliano di Fabio

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Le sbarre non fermano il tempo, lo dilatano fino a farlo diventare un carnefice, mio padre ha 93 anni, due femori rotti e un corpo stanco che chiede solo tregua. Voleva solo vedermi, accarezzarmi un’ultima volta.

Cinque ore di permesso concesse dopo giorni di attesa estenuante, percorrere chilometri con il fiato sospeso per arrivare al suo letto di dolore. Quando mi sono avvicinato e gli ho sussurrato all’orecchio: «Papà sono Fabio, sono venuto a farti visita», i suoi occhi lucidi hanno squarciato anni di silenzio forzato. Mi ha detto accarezzandomi «Fabio, non puoi capire come ti sto cercando e come volevo vederti prima di andare a nuova vita». In quel momento con la carne dolorante, mi ha impartito l’ennesima e immensa lezione di vita: «Ricordati che devi sempre avere fiducia nella giustizia, anche quando viene usata in modo non conforme ad essa. Segui sempre la legalità e stai con le giuste compagnie». In quelle parole c’era il peso della dignità, cinque ore volate via tra l’affetto di mia moglie, dei miei figli e delle loro fidanzate/i.

Poi l’inevitabile, il ritorno al buio, il rientro in carcere. Ma il prezzo per quell’abbraccio è stato altissimo, segnato da un’ingiustizia che rasenta la crudeltà, visto che da un ventennio viaggio in ambulanza, assistito da un infermiere e con il mio farmaco salvavita a portata di mano. Eppure un “fenomeno” di medico della struttura carceraria ha avuto il tempo di impormi un ricatto disumano innanzi ad un brigadiere presente e cioè la partenza su un blindato ordinario, senza alcuna scorta medica e senza i miei farmaci vitali. Le sue parole sono state un macigno: «Se vuoi vedere tuo padre in vita queste sono le modalità. Io non tengo conto dei medici che ti mandano in ambulanza». La sua alternativa terapeutica? Imbottirmi di ansiolitici di preparazione. Come a dire se parti devi farlo sedato, ridotto a un vegetale, dormendo al cospetto di un padre di 93 anni che ti sta cercando da anni. E se fossi stato male durante il viaggio? Lui risponde: «Se ti viene una crisi vai subito in un pronto soccorso», è stata la risposta liquidatoria.

Questo non è servizio sanitario, questo è cinismo burocratico, sfidare la propria vita e mettere a rischio la salute solo per esercitare il diritto sacrosanto di salutare un genitore è l’ennesima angheria di un sistema che, a volte dimentica di essere umano. Ho dovuto lottare con le unghie e con i denti, con la perseveranza di chi non accetta di essere calpestato per poter viaggiare in sicurezza. Appena rientrato in cella non ho esitato, ho preso carta e penna e ho inviato un reclamo giurisdizionale al Magistrato di Sorveglianza di Cosenza. Spero che l’autorità intervenga con fermezza, dato che ha il compito istituzionale di vigilare sulle condizioni e sui diritti negli istituti di pena. La mia battaglia per la legalità continua, non solo per me, ma per tutte le persone detenute che subiscono queste storture nel silenzio. Alla fine il viaggio di ritorno l’ho fatto in ambulanza, dimostrando che i protocolli medici e i diritti non si calpestano per capriccio.

Rivedere la Casa di Reclusione di Corigliano-Rossano, dove non mettevo piede dal lontano 2013 è stato un trauma. Una struttura imponente, con una storia pesante – che ha ospitato persino persone detenute transitati da Guantanamo, reparti di Alta Sicurezza e terroristi – che oggi vive in un limbo inaccettabile. Un istituto dalle potenzialità enormi, che sta in piedi miracolosamente solo grazie all’estrema professionalità e al sacrificio quotidiano degli agenti di Polizia Penitenziaria in servizio. Ma la buona volontà dei singoli non può colmare il vuoto dello Stato.

Il carcere è un’istituzione pubblica, gestita con i soldi dei contribuenti, la trasparenza non è un optional, è un obbligo costituzionale. Eppure, a Rossano si vive nella nebbia…. né nel 2025 la Comandante Elisabetta Ciambriello è stata rimossa forzatamente, ad oggi nessuno conosce le cause di quella rimozione. Al suo posto non è stata nominata una figura ufficiale, ma un comandante “facente funzioni”. Stessa identica sorte per il Direttore, anch’esso facente funzioni. Quando i vertici di un carcere sono precari, la struttura è strutturalmente al collasso. Perché è stato soppresso un comandante senza spiegazioni ufficiali? Chi risponde di questa gestione? La Calabria ha la fortuna di avere a capo del PRAP (Provvedimento Regionale Amministrazione Penitenziaria) una persona straordinariamente preparata come la dott.ssa Lucia Castellano, a lei l’elogio e la totale fiducia, siamo certi che metterà la sua indiscussa professionalità per risolvere questa cronica carenza di guide stabili. C’è anche del buono in queste mura ma viene soffocato, penso al lavoro del regista Adolfo Adamo, capace di trasformare la sofferenza grezza in qualcosa di raffinato attraverso il teatro.

Il teatro in carcere non deve essere considerato un semplice intrattenimento, un passatempo per riempire le ore vuote, ma una forma purissima di trattamento rieducativo, uno strumento di analisi interiore. In questa stessa compagnia teatrale lavora anche Pietro Ionta, che ho incontrato in quel carcere; un uomo che, oltre al suo passato da attivista ed ex garante dei detenuti a Napoli, porta sul palco la sua esperienza di attore, dimostrando quanto l’arte possa essere un terreno di espressione profonda anche dietro le sbarre. Purtroppo però le sintesi trattamentali degli uffici educatori rimangono quasi totalmente intramurate. Su circa 100 persone detenute in media sicurezza, lavorano solo in 8. E le modalità di questo impiego rasentano un “caporalato legale” di Stato: figure come lo scrivano o l’addetto alla lavanderia lavorano appena 2 ore al giorno per 3 giorni alla settimana. Il “Jolly” lavora solo la domenica per 2 ore. Gli oneri contributivi ai fini pensionistici sono a una soglia ridicola rispetto a qualsiasi Contratto Nazionale del Lavoro. È un’illegalità di Stato legalizzata e lo spreco delle risorse è un insulto al riscatto. La casa di reclusione vanta una grandiosa falegnameria con attrezzi di ultimissima generazione, capace di impiegare a pieno regime 50 persone se solo il Ministero inviasse le commesse per produrre gli arredi delle “celle 4.0”. Invece c’è un solo lavoratore, ci sono i laboratori di ceramica inutilizzati, c’è una grande serra totalmente abbandonata. Se un uomo non lavora e non impara un mestiere, il reinserimento fallisce e la stragrande maggioranza delle persone esce a fine pena senza alcuna alternativa alla strada.

L’emblema di questa palude burocratica e dell’immobilismo istituzionale l’ho vissuto sulla mia pelle prima di ripartire, ho voluto lasciare in donazione alcuni dei miei libri alla biblioteca del carcere, formalizzando il tutto con una regolare istanza scritta, solo che dopo dieci giorni al momento della mia partenza per il rientro, quei libri erano ancora lì, nello stesso identico posto in cui li avevo lasciati. Nemmeno un gesto di generosità e cultura riesce a muovere gli ingranaggi di una macchina burocratica inceppata dall’apatia.

Questo mio viaggio per quanto doloroso è stato profondamente costruttivo, è un viaggio nato per accendere un faro, per costringere le istituzioni a guardare. Il dramma profondo del sistema carcerario italiano è che tutti sanno ma nessuno interviene, i report vengono scritti, le criticità vengono denunciate, ma le celle restano chiuse e i problemi insoluti.

Il carcere di Corigliano/Rossano non può restare in questo stato fallimentare, chi ha il potere politico, amministrativo e istituzionale ha il dovere morale di intervenire oggi non domani. Non si tratta solo di garantire la sicurezza, ma di salvare l’umanità di chi sta dentro e di chi lavora.

Restituire una direzione stabile, far funzionare le fabbriche interne, dare dignità al lavoro e valore ai libri non sono concessioni, sono l’unico modo per far sì che la giustizia sia finalmente conforme a giustizia.

La nostra promessa fatta alle persone detenute in Calabria è con questo primo accenno.

Fabio Falbo