A proposito di Referendum: la giustizia negata in carcere
Rebibbia, 8 marzo 2026 – 430° giorno di carcere. Da settimane ormai imperversa la campagna sul Referendum per la separazione delle carriere, sui media si parla solo di questo, oltre che dei nuovi eccidi in Medio Oriente. Anche noi abbiamo fatto il nostro dovere, girando per le celle per esortare le persone detenute a iscriversi nelle liste per partecipare al voto. Il risultato è stato buono: invece della solita decina di persone detenute nel nostro braccio che partecipa alle votazioni, questa volta sono stati 69 coloro che hanno chiesto di partecipare al voto. Adesso sta al Comune di Roma capitale far arrivare in tempo i certificati elettorali e le schede per il voto.
Ma mentre si parla di giustizia in tutte le salse, nessuno si ricorda di citare l’emergenza delle carceri italiane, che è l’effetto estremo delle disfunzioni del nostro sistema penale. C’è il sovraffollamento, se poche persone detenute accedono ai percorsi trattamentali per la riabilitazione, questo deriva anche da leggi e magistrati che prima mandano in galera con troppa facilità (lasciando magari in libertà chi invece meriterebbe di stare dentro) e poi consentono che le istanze per ottenere i benefici siano esaminate con esasperante lentezza e incomprensibile rigidità burocratica. Il sovraffollamento, poi, a sua volta, aggrava ogni problema, rendendo ancora più insostenibile il lavoro degli operatori della giustizia: colpa questa della politica che si ostina a non intervenire con provvedimenti che possano ridurre il numero delle persone in carcere.
Anche 3 morti nel nostro carcere, tutte a distanza di pochi giorni, rischiano di non fare notizia, forse non sono state neppure comunicate ai media. Noi lo abbiamo saputo oggi alla messa domenicale, durante la quale, su invito del cappellano Don Lucio, abbiamo pregato per queste persone.
Stiamo parlando innanzitutto di un agente della Polizia penitenziaria, Federico Basilischi di 41 anni, morto per malattia – una bronchite non curata o un infarto. Una morte a cui con ogni probabilità ha contribuito anche lo stress per il lavoro: un collega qualche giorno prima lo aveva trovato sofferente, appoggiato a un termosifone del posto di guardia. Vi abbiamo infatti raccontato, anche nel nostro libro “L’Emergenza Negata”, come tra gli agenti della Polizia penitenziaria vi sia il tasso di suicidi più alto rispetto a tutte le altre Forze dell’Ordine.
Questo deriva anche dal fatto che ogni agente oggi in servizio, non sta solo facendo il proprio dovere, sta portando sulle spalle una parte del lavoro che dovrebbe essere fatto da un collega che non esiste, perché la scopertura di organico e di ore di servizio arriva al 42%. Per anni, lo Stato ha occultato questo buco nero con lo strumento dello straordinario forzato. Ma nelle carceri italiane il lavoro oltre l’orario non è più l’eccezione dettata da una necessità improvvisa, bensì l’unico, disperato carburante che tiene acceso un motore fuso. Mentre ne scriviamo, ed è domenica, nel nostro reparto ci sono solo 3 agenti per circa 300 persone detenute.
Le persone detenute e detenenti non meritano questa politica penitenziaria, meritano solidarietà e vicinanza, non meritano di essere abbandonati al proprio destino in un caos carcerario primordiale, dove la parola “fatalità” invita alla rassegnazione.
Per questo preghiamo tutte le forze politiche e tutti gli opinion maker impegnati nella campagna referendaria, sia quelli schierati per il “Sì” che quelli schierati per il “No”, a misurare i loro ragionamenti sulla condizione carceraria, a non avere amnesie e rimozioni. A ricercare una “Giustizia giusta” anche e soprattutto per coloro che stanno pagando in prima persona nel modo peggiore.
Gianni Alemanno e Fabio Falbo