Abbiamo barattato l’eterno con l’effimero, la Verità con l’utilità della nullità.
Di fronte alle immagini cicliche delle nostre città europee in fiamme, travolte da tafferugli etnici che i media mainstream si ostinano a camuffare da “disagi scolastici” o “proteste sociali”, la reazione del cittadino contemporaneo è un misto di sconcerto e paralisi. Abbiamo visto giovani donne piangere di fronte ai saccheggi, implorando una tregua e chiedendo ai devastatori il motivo di tanta violenza. La risposta che ricevono è un ghigno di derisione. Quello che si legge sul volto di quest’Occidente in lacrime non è semplice ingenuità, è una patologia profonda, invisibile e ramificata, che ha infettato il nostro corpo sociale, l’iper-empatia patologica.
Questa espressione, coniata dallo scienziato del comportamento Gad Saad, descrive perfettamente il cortocircuito emotivo di una civiltà che ha smarrito l’istinto di autoconservazione. L’empatia, nata originariamente come pilastro biologico per proteggere la propria comunità, la propria famiglia e la propria tribù, è stata distorta. Oggi si attiva al contrario. Proviamo più compassione per chi calpesta le nostre leggi che per il cittadino che le rispetta, più comprensione per il criminale che per la vittima. Già in tempi non sospetti si proponeva l’inserimento lavorativo dei contrabbandieri di sigarette. Di conseguenza, chi raggiungeva il traguardo della laurea con immensi sacrifici, che pesavano gravemente sul bilancio di una famiglia di impiegati della media borghesia, vedeva le proprie opportunità lavorative scippate da simili decisioni. Nel frattempo siamo andati oltre, abbiamo ridotto la politica e la morale a un riflettore emotivo che illumina il singolo caso mediatico e lascia nell’oscurità millenaria le conseguenze sistemiche del nostro cedimento.
Ma la crisi attuale affonda le sue radici in un tradimento ancora più profondo. Abbiamo reciso il cordone ombelicale che ci legava al mondo Romano e Cristiano, quell’asse millenario che ha edificato l’Europa e l’Italia, come ci ricordava Sua Santità Benedetto XVI, per delegare la nostra stessa sopravvivenza a un sistema vuoto di contenuti, guidato esclusivamente dal mero profitto economico e culturale. Abbiamo sostituito la Cattedrale e il Foro con il centro commerciale e l’illusione dei social network, dimenticando che la prosperità materiale non può compensare uno spirito anemico. Per secoli, l’identità del nostro popolo si è retta su una sintesi formidabile, la verticalità del Cristianesimo e la solidità del diritto e dell’ordine romano. Questa eredità non era un semplice fardello storico, ma una bussola etica. Il Cristianesimo aveva introdotto la rivoluzione della cura per il debole e lo straniero, ma quella compassione era sempre bilanciata dai concetti romani di giustizia, responsabilità, confine e dovere verso la terra dei padri. Ricordiamo sempre San Francesco e il suo il pugile. Oggi quell’equilibrio è spezzato.
Il sociologo Luca Ricolfi ha fotografato magistralmente questa mutazione antropologica descrivendo la nascita della società signorile di massa. Siamo diventati un sistema opulento ma parassitario, che consuma ricchezza senza più produrla, vivendo sui risparmi delle generazioni precedenti e delegando, per un mero calcolo economico e di sfruttamento, i lavori manuali e faticosi a una massa sradicata di lavoratori immigrati. Questa struttura economica ha accelerato la distruzione della nostra identità spirituale attraverso l’erosione sistematica dell’etica del lavoro e del sacrificio. Quel senso del dovere tipico della nostra tradizione, intimamente legato alla visione cristiana della responsabilità e della dignità personale, è stato interamente sostituito dal dogma dell’edonismo e del consumo frenetico.
L’italiano contemporaneo non si definisce più per ciò che costruisce, per la terra che coltiva o per la comunità a cui appartiene, ma per ciò che acquista. Affidarsi alle regole del mercato globale, dove tutto è interscambiabile, dove i popoli sono ridotti a semplici masse di consumatori e le nazioni sono considerate puri spazi geografici da sfruttare, è sembrata la via più comoda. Una via che ci ha evitato lo sforzo di governare la complessità, ma che ci ha privati della sovranità sul nostro destino. D’altro canto ottanta anni fa una guerra l’abbiamo persa. Quando una terra smette di essere Patria e diventa solo un nodo logistico o un bacino di manodopera a basso costo, lo Stato abdica al suo ruolo morale. Il risultato è una società senza bussola, dove la politica non guida più i processi storici, ma si limita a ratificare i decreti invisibili della finanza internazionale. È la via di chi cura il proprio particolare e rifiuta di assumersi la terribile responsabilità della vita, per dirla con lo psicologo Jordan Peterson. Abbiamo barattato la postura eretta e fiera di chi difende i propri confini spirituali e fisici con il nichilismo della gratificazione immediata, quando va bene.
I risultati di questo sradicamento sono sotto gli occhi di tutti. Quando la ricchezza accumulata inizia a scarseggiare e le tutele statali arretrano, una società privata di un’anima comune si frammenta inevitabilmente in quello che Ricolfi definisce un feroce corporativismo egoistico. Senza l’idea superiore di Patria e di mutuo soccorso nazionale, ogni categoria percepisce l’altra come un nemico o un estraneo da cui difendersi. L’empatia diventa uno spettacolo a costo zero sui social network per guadagnare applausi virtuali, mentre il conto reale viene pagato dalle classi lavoratrici e dalle nostre periferie degradate. Questa frammentazione si riflette drammaticamente nell’incapacità cronica del nostro popolo di muoversi come un unico corpo sociale di fronte alle ingiustizie. Ci risvegliamo e scendiamo in piazza solo se viene toccato l’interesse della nostra specifica nicchia economica, come in questi giorni il comparto agroalimentare.
Dov’era questa solidarietà nazionale quando i cittadini e gli operai di Taranto lottavano da soli tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, abbandonati dallo Stato e dall’indifferenza del resto d’Italia? Perché non siamo corsi ad affiancarli come fratelli di una stessa terra? E ancora, quando l’emergenza sanitaria ha bloccato un’intera nazione, privando i cittadini dei diritti costituzionali più elementari e calpestando la dignità del lavoro, dov’era il sostegno collettivo per chi rivendicava la sacrosanta libertà di scelta sul proprio corpo e il diritto di non inocularsi un trattamento imposto dall’alto?
Chi oggi sciopera per logiche di settore, spesso è rimasto in silenzio di fronte alla discriminazione di milioni di connazionali sospesi dall’impiego e privati dello stipendio. E di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe. Abbiamo accettato l’autocensura come nuova normalità per paura di essere marchiati, isolati o etichettati come intolleranti dal tribunale del pensiero unico. Abbiamo sacrificato la verità pezzo dopo pezzo, dimenticando che ogni volta che si rinuncia a un fatto lapalissiano per non urtare le narrazioni dominanti, si erode una porzione irreparabile della nostra libertà. Le nostre istituzioni culturali e le università, come documentato nelle denunce di intellettuali lucidi e controcorrente come Ben Shapiro, si sono trasformate in camere d’eco ideologiche. Invece di tempio della ragione e del libero pensiero, la scuola e l’accademia sono diventate il luogo dell’iperprotezione e della de-responsabilizzazione dei giovani, educati a considerarsi vittime sistemiche piuttosto che artefici del proprio destino. Si negano le differenze biologiche fondamentali, si cancella la polarità naturale uomo-donna e si relativizza ogni valore che ha costruito la civiltà occidentale, sostituendo la ricerca della verità con il culto del risentimento e del politicamente corretto. Abbiamo demolito le nostre cattedrali interiori per edificare i templi del nulla, e oggi ci risvegliamo orfani di ogni assoluto, incapaci persino di comprendere la nostra stessa decadenza. Siamo diventati i liquidatori fallimentari della nostra stessa storia. Abbagliati dal miraggio del benessere materiale, abbiamo svenduto l’eredità di Roma e della Cristianità al miglior offerente, riducendo l’Italia e l’Europa a una fiera delle vanità globalizzata. Quella che chiamiamo “evoluzione” non è altro che una strisciante e vigliacca sottomissione al profitto, l’atto finale di una generazione che ha preferito l’anestesia del consumo alla fatica della grandezza.
È questa la tragica ironia del nostro tempo, pretendiamo di essere liberi solo perché possiamo scegliere quale merce acquistare, sia essa materiale o umana. Il fatto stesso di accettare che si possa affittare un utero la dice lunga sulla deriva morale di questa sventurata epoca, in cui non ci accorgiamo che i primi a essere stati messi in vendita siamo noi stessi.
Abbiamo barattato l’eterno con l’effimero, la Verità con l’utilità della nullità. Ci resta così l’illusione di un progresso senza confini, che nasconde a stento il deserto culturale in cui stiamo lentamente, e con estrema comodità, affogando. Se non ritroveremo il coraggio di rimettere lo spirito al centro della storia, saremo condannati a rimanere ciò che abbiamo scelto di essere: spettatori muti e rassegnati del nostro stesso tramonto.