Il parafulmine dello Stato

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Dalle piazze calde al trauma della pandemia, la base operativa delle Forze dell’Ordine bersaglio preferito di intellettuali e vertici di governo. Dietro la retorica del “rischio del mestiere” si nasconde una pericolosa guerra tra poveri che evoca le pagine più amare di Manzoni.

Il dibattito pubblico italiano attraversa ciclicamente stagioni di aspro scontro ideologico, ma negli ultimi giorni ha toccato vette di polarizzazione che superano il confine della legittima critica per sfociare in una pericolosa alterazione della realtà. Al centro della tempesta si trovano, ancora una volta, le Forze dell’Ordine, la gestione della sicurezza urbana e quel confine sempre più labile e distorto che separa il diritto al dissenso dalla violenza deliberata. Tra i dogmi da salotto che ammorbano i talk show televisivi e le cattedre ovattate delle nostre università, una mistificazione supera ogni limite di decenza, l’idea, vomitata con fastidiosa e borghese disinvoltura, che chi indossa una divisa debba considerare la violenza corporale come un banale “rischio del mestiere”, un danno collaterale da mettere in preventivo o, peggio, un aut-aut da ricattati, se non ti sta bene, cambia lavoro.

È il trionfo dell’intellettuale radical chic di mestiere, la cinica pretesa di chi vive protetto da mura sicure e pretende che la carne viva dei nostri servitori dello Stato sia ridotta a merce di scambio nelle piazze della contestazione permanente. Pretendere che un padre, un figlio, un fratello debba subire pestaggi, linciaggi e umiliazioni come un dazio inevitabile, significa sputare in faccia all’idea stessa di appartenenza e di mutuo soccorso, di cui certi salotti tanto si vantano. Le divise non sono le casacche di un mercenario né la timbratura di un cartellino burocratico, sono il presidio estremo della nostra sovranità e della nostra sicurezza. Ridurle a bersaglio sacrificale per saziare la rabbia di piazza o per giustificare i deliri ideologici dei soliti salotti della sinistra in cachemire «che poi a loro ricorrono se sono derubati del Rolex» è un atto di barbarie sociale che non possiamo più tollerare in silenzio. Chi siede comodo in cattedra o dietro una scrivania a pontificare sulla “giusta rabbia” farebbe bene a ricordare che la dignità e l’incolumità dei nostri operatori non sono negoziabili. Di fronte a chi abdica ai propri doveri morali riducendo tutto a un calcolo di convenienza, la risposta della nostra comunità deve essere ferma, granitica e intransigente, scolpita nel monito perenne dell’imperatore filosofo:

NOLI EXSPECTARE OMNIA BONOS SED AGERE SICVT
(Non aspettarti che tutto vada bene per i buoni, ma agisci tu stesso come tale)

Questa posizione non rappresenta soltanto un attacco frontale, ingiusto e privo di empatia nei confronti di uomini e donne in divisa. Essa costituisce, a ben vedere, una ferita profonda inferta alla coesione sociale e alla struttura stessa della nostra comunità. Ridurre la complessa macchina dell’ordine pubblico a un’arena di regolamento di conti ideologico significa ignorare la realtà dei fatti e assecondare un cortocircuito logico stridente, non si può invocare a gran voce la sicurezza, il decoro delle città e la protezione dei cittadini se, contemporaneamente, si tollera la delegittimazione sistematica di chi quella sicurezza è chiamato a garantirla ogni giorno sul campo.

Servire lo Stato indossando un’uniforme non è mai stato, e mai potrà essere, l’equivalente burocratico del percepire un semplice stipendio alla fine del mese. Dietro ogni divisa si cela una scelta di vita radicale, un impegno civile scandito da un radicato senso del dovere e da una dedizione che, per sua natura, trascende i limiti orari stabiliti dai contratti collettivi. Quando la retorica massmediatica liquida l’impatto devastante di un estintore lanciato a poca distanza, l’uso sadico di martelli o le imboscate tese durante i cortei come semplici “incidenti di percorso” accettabili, si compie un atto di colpevole disprezzo verso la dignità umana prima ancora che professionale degli agenti.

Nessun lavoratore, in qualsiasi altro comparto della società, accetterebbe di uscire di casa la mattina con la prospettiva di dover subire un linciaggio, una lesione permanente o di saltare per aria, per il solo fatto di svolgere le proprie mansioni. Una comunità nazionale che si definisce matura ed evoluta dovrebbe misurare la propria solidità proprio sulla capacità di proteggere i suoi servitori. Poliziotti, carabinieri e finanzieri, tutti quelli che operano in divisa «gli operatori di Polizia in genere» non sono entità astratte o automi privi di legami, sono padri, madri, figli e fratelli radicati negli stessi quartieri, nelle stesse città, negli stessi supermercati, distributori di benzina, edicole e nelle stesse dinamiche sociali di coloro che manifestano o che, peggio, cercano lo scontro. Difendere la loro incolumità significa difendere lo spazio pubblico comune e le regole della convivenza civile.

Un elemento di particolare gravità che merita un’analisi culturale approfondita risiede nella provenienza di certe giustificazioni della violenza di piazza. Spesso non si tratta di espressioni di disagio marginale, bensì di teorizzazioni ideologiche che nascono all’interno di contesti che per definizione dovrebbero essere i custodi della speculazione intellettuale, della ricerca e dello studio accademico. Non possiamo dimenticare i “cattivi maestri” di quella sinistra eversiva che, ieri come oggi, continuano a sedere indisturbati sulle cattedre delle nostre università, coccolati dal sistema, pronti a sminuire l’aggressione fisica a un reparto mobile camuffandola sotto la comoda bandiera della “giusta rabbia sociale” o della dialettica di classe, o di una fantomatica integrazione. Quando si tollera questo, si assiste a una vera e propria abdicazione della responsabilità intellettuale. L’insulto programmatico e la demonizzazione di chi indossa un’uniforme non hanno nulla a che vedere con la libertà di pensiero o con il diritto alla critica, ne sono invece la negazione violenta.

Il nucleo dell’equivoco che ammorba il dibattito risiede nel grave errore di prospettiva che tende a sovrapporre, fino a renderle indistinguibili, le decisioni assunte dai vertici politici e di governo di qualsiasi colore verso le donne e gli uomini che compongono l’ossatura operativa delle Forze dell’Ordine. In questo sistema, la dialettica sulle linee programmatiche, sulle strategie di gestione dell’ordine pubblico e sulle riforme normative è non solo legittima, ma persino necessaria. È del tutto normale criticare l’indirizzo impresso da un ministero o l’efficacia di un provvedimento legislativo del passato, presente e futuro. Tuttavia, l’agente di pattuglia, il carabiniere di quartiere o l’operatore del reparto mobile schierato a protezione di un obiettivo sensibile non sono coloro che decidono la politica, sono lavoratori subordinati. Essi operano all’interno di una rigida catena gerarchica e sono vincolati per legge al rispetto dell’ordinamento statale e all’esecuzione degli ordini ricevuti. Colpire la base operativa per esprimere dissenso contro il vertice politico è un errore grossolano e ingiusto. Significa aggredire il braccio esecutivo e la parte più esposta della macchina statale, lasciando intatte le sedi istituzionali in cui quelle decisioni sono state effettivamente partorite. Questo meccanismo sposta il bersaglio della contestazione dai palazzi della politica alla strada, trasformando i servitori dello Stato in un comodo e perenne parafulmine del malcontento popolare.

A questo punto qualcuno potrebbe ricordare le nefaste operazioni ani Covid-19, ma questo cortocircuito creatosi, tra le direttive calate dall’alto e l’esposizione della base operativa ha trovato una manifestazione plastica e recente proprio in quella gestione, l’emergenza legata alla pandemia. In quella stagione straordinaria e per molti versi drammatica, oggi molti altarini stanno venendo fuori, d’altro canto le menzogne salgono con i montacarichi, la verità con le scale, le Forze dell’Ordine si sono trovate proiettate in una dimensione operativa inedita, aberrante e logorante. Gli operatori sul campo, schiacciati dall’obbligo di far rispettare decreti d’urgenza che comprimevano in modo drastico le libertà fondamentali costituzionali (incluse le loro), agivano unicamente per l’assoluto senso del dovere verso un giuramento di fedeltà allo Stato, un giuramento altissimo, che la politica ha purtroppo strumentalizzato e indirizzato male. In quel clima oppressivo, segnato dall’obbligo di inoculazioni varie, molti operatori hanno resistito strenuamente per non farsi vaccinare, subendo sospensioni e ritorsioni, ma la maggior parte ha dovuto cedere per motivi di pura sussistenza.

Mentre il teatrino mediatico di esperti, consulenti e figuranti istituzionali occupava i talk show per difendere risolute risposte sanitarie e dogmi terapeutici discutibili « come la celebre e contestata linea della “Tachipirina e vigile attesa”, promossa come verbo assoluto a dispetto di visioni opposte giunte perfino da premi Nobel » sul campo la realtà era ben diversa. Agli agenti di polizia veniva imposto il compito di controllare ogni singolo spostamento, verificare moduli cartacei e presidiare i confini di una Nazione blindata. In quel frangente, la catena di comando politica scelse una linea di estrema rigidità. Gli agenti sul territorio si trovarono compressi tra l’obbligo di applicare norme farraginose e la disperazione materiale di una popolazione stremata. Si è assistito così alla declinazione pratica di quel meccanismo di adattamento e sopravvivenza burocratica che la letteratura ha spesso riassunto nel “Tengo famiglia” di Leo Longanesi.

Una frase che descrive perfettamente la condizione drammatica del lavoratore subordinato che, pur nutrendo dubbi intimi sulla giustizia delle disposizioni ricevute, si vede costretto a eseguire gli ordini per preservare il proprio posto di lavoro, tutelare la propria stabilità economica e garantire il sostentamento dei propri cari, in una società individualista, dove ognuno pensa per sé, ieri a manifestare erano centinaia di commercianti, trasportatori assenti, oggi trasportatori manifestano altre categorie mute. La divisa è diventata lo scudo fisico dietro cui la politica si è trincerata per evitare l’impatto diretto delle proprie scelte amministrative e sanitarie.

D’altro canto attribuire la responsabilità delle attuali “regole d’ingaggio” o delle lacune nel contrasto alla criminalità diffusa ai singoli operatori che pattugliano le periferie è un’operazione intellettualmente disonesta. Le Forze dell’Ordine non decidono autonomamente come, quando e con quale grado di fermezza intervenire, esse applicano i protocolli e le leggi che la politica fornisce loro. È compito primario delle istituzioni di governo garantire a chi difende lo Stato gli strumenti normativi adeguati, una solida copertura legale contro i ricorsi strumentali e le risorse logistiche necessarie per operare in sicurezza. L’incostanza dei governi lasciano gli agenti in una condizione di perenne incertezza giuridica, esposti al rischio di essere perseguiti se intervengono e di essere accusati di omissione se restano inerti.

In questo scenario di perenne frammentazione e di guerra tra poveri, torna alla mente una delle pagine più lucide della letteratura italiana, troppo spesso dimenticata o confinata nei programmi scolastici senza una reale comprensione del suo valore profetico. Nel capitolo terzo dei Promessi Sposi, Alessandro Manzoni descrive il viaggio del povero Renzo Tramaglino verso lo studio dell’Azzecca-garbugli. Tra le mani, Renzo stringe quattro capponi, destinati come compenso. L’autore, con la sua consueta e caustica ironia, annota come quelle povere bestie, sospese per le zampe e raggruppate insieme, trovassero comunque il tempo e l’energia per beccarsi l’una con l’altra, “come accade troppo sovente tra i compagni di sventura”, invece di coalizzarsi o di rivolgere la propria rabbia contro la mano di colui che le stava conducendo al macello.

L’analogia con l’attuale dibattito sulla sicurezza è tanto evidente quanto amara. La polemica che contrappone i cittadini esasperati dal degrado periferico agli agenti di polizia inviati a gestire quel medesimo degrado non è altro che la moderna riedizione del beccarsi dei capponi manzoniani. La base della piramide sociale si frammenta e si combatte in una guerra intestina, mentre i reali artefici «coloro che firmano i decreti, che gestiscono i grandi flussi normativi e che determinano le agende macroeconomiche, siano esse di matrice nazionale o più verosimilmente extranazionale guidate dai tecnocrati e dai plutocrati di Bruxelles» restano distanti, intoccabili e protetti dall’arena del conflitto che essi stessi hanno contribuito a creare.

Il rispetto per chi indossa una divisa e rappresenta lo Stato non può essere un sentimento condizionato, concesso a targhe alterne a seconda delle simpatie del momento o della convenienza politica di una fazione, si fazione. Esso deve essere riconosciuto come un principio cardine, stabile e non negoziabile della nostra Nazione. Pretendere che l’ordine pubblico venga mantenuto e che la legalità sia preservata contro delinquenti, facinorosi e assaltatori di mestiere richiede prima di tutto istituzioni forti e una classe politica capace di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, senza trincerarsi dietro scuse o delegare il peso morale delle decisioni a chi sta in strada.

La vera sfida che l’Italia si trova ad affrontare oggi non si gioca nell’assecondare la sistematica delegittimazione di chi lavora in prima linea. Al contrario, consiste nell’esigere dalla politica regole d’ingaggio chiare, tutele legali certe e una ferma determinatezza istituzionale che persegua l’esclusivo interesse della Nazione, senza cedere a pressioni esterne o a logiche di puro tornaconto d’immagine, si sarebbe a questo punto evitato, anche, lo spettacolo grottesco di vedere rincorrere isolati podisti sulle spiagge con gli elicotteri. Soltanto sostenendo con convinzione e coerenza il lavoro quotidiano delle donne e degli uomini delle Forze dell’Ordine sarà possibile difendere la libertà, presidiare i territori e garantire che la divisa torni a essere percepita per ciò che è: il simbolo della legge comune che protegge tutti, nessuno escluso.

Rodolfo Frassanito