Armenia. Quando difendere la storia diventa una “guerra”
Un recente studio, intitolato “Courting Influence: Azerbaijan’s Lobbying Network in Italy”, opera assai lodevole di Jelena Melikyan sull’apparato di lobbying azero nel nostro Paese, offre un’analisi lucida e dettagliata di un fenomeno tanto preoccupante quanto ormai radicato: l’uso sistematico di accademici, giornalisti e istituzioni culturali per promuovere le narrazioni ufficiali del governo di Baku nel contesto europeo.
Ciò che emerge è una rete complessa e sofisticata, saldamente inserita nel tessuto del discorso pubblico italiano, capace di influenzare i media, gli ambienti accademici e persino gli eventi organizzati in contesti religiosi e istituzionali. Ne è prova la recente conferenza ospitata dalla Pontificia Università Gregoriana che, è bene ricordarlo, pur trovandosi a Roma, è un’istituzione della Santa Sede (leggasi “Vaticano”).
Questa macchina propagandistica — da tempo è giustamente definita parte della “diplomazia del caviale” — si muove con determinazione per riscrivere la storia del Caucaso, in particolare quella del Nagorno-Karabakh, cercando di cancellare la presenza culturale e storica armena attraverso operazioni di disinformazione ben strutturate. Ne è un esempio la rivista Opinio Juris, che continua a promuovere il concetto revisionista di “Azerbaigian occidentale”, mentre l’omissione sistematica delle crisi umanitarie subite dalla popolazione armena è solo uno dei chiari segnali di un più ampio tentativo di legittimare la narrativa di Baku a livello internazionale, affiancato dall’inquietante silenzio sulla distruzione del millenario patrimonio culturale armeno in Artsakh e Nakhichevan.
Accanto a questa doverosa e necessaria denuncia, tuttavia, è imperativo riflettere su un altro aspetto troppo spesso trascurato: il prolungato silenzio e la limitata efficacia delle istituzioni armene e della diaspora armena globale di fronte a tutto ciò. Sebbene la questione sia stata sollevata e condannata a favore dell’Armenia nei più alti consessi internazionali, poco è stato fatto per rispondere in maniera efficace.
Mentre la propaganda azera in Italia diviene sempre più aggressiva e pervasiva, molte voci critiche che per anni hanno denunciato questo declino culturale e informativo rimangono inascoltate, ignorate persino dalle autorità di Yerevan. Articoli di vario genere, sia sistematici che sporadici, sono stati pubblicati su media online e cartacei negli ultimi quindici anni almeno. Giornalisti e studiosi come Emanuele Aliprandi, Simone Zoppellaro, Grigor Ghazaryan, Letizia Leonardi ed anche il sottoscritto Carlo Coppola — solo per citare coloro con cui abbiamo contatti personali, senza alcuna intenzione di sminuire altri — hanno ripetutamente lanciato l’allarme, prodotto inchieste, pubblicato articoli e inviato lettere al Ministero degli Affari Esteri della Repubblica d’Armenia e dell’Italia, contenenti rapporti dettagliati e sollecitazioni dirette o indirette, orali, scritte e registrate, tutti verificabili. Costoro hanno persino organizzato interventi pubblici per denunciare la pervasività e il pericolo della rete di influenza azera in Italia. Eppure, le loro voci sono state fin troppo spesso ignorate.
In passato, figure come gli ex ambasciatori Sargis Ghazaryan e Tsovinar Hambardzumyan hanno fatto quanto in loro potere — per dovere e con dignità istituzionale — per sensibilizzare i propri superiori italiani e armeni. Tuttavia, i loro sforzi sono rimasti isolati, privi del sostegno risoluto di un sistema politico e istituzionale più ampio, necessario a cogliere la reale portata della sfida informativa in atto. Siamo fiduciosi che l’attuale ambasciatore armeno in Italia, Vladimir Karapetyan — egli stesso molto attivo, sebbene in esercizio solo da pochi mesi — farà anch’egli sentire la propria voce, nelle sedi e nelle forme opportune.
Oggi, mentre molti esprimono indignazione per la promozione di narrazioni revisioniste e la manipolazione della storia antica — manipolazioni che arrivano a negare gli scritti di Erodoto e Strabone — è ingenuo, se non ipocrita, fingersi sorpresi. Tutto ciò era stato ampiamente preannunciato. Moltissimo era stato già denunciato. Ulteriori segnalazioni, quasi quotidiane, continuano a rimanere largamente disattese attraverso interviste televisive, trasmissioni radiofoniche e appelli a mezzo stampa.
È proprio in questo vuoto politico, morale e strategico che la diplomazia culturale azera ha prosperato, costruendo alleanze accademiche, legittimando pseudo-ricerche e promuovendo eventi in cui l’identità, la cultura e la memoria armena vengono negate. Non si tratta solo di un problema di propaganda: è un problema di assenza di una contro-narrativa decisa, di mancanza di volontà e di visione nel difendere, con la dovuta fermezza, la verità storica e i diritti di una comunità millenaria.
Il popolo armeno, sia in Armenia sia nella diaspora, ha il diritto di vedere la propria storia correttamente rappresentata in ogni ambito — dagli spazi popolari e quotidiani alle stanze del potere; il diritto di vedere il proprio patrimonio culturale difeso; il diritto di contare su istituzioni che non rimangano silenti mentre tutto questo viene abraso e riscritto.
È tempo che l’Armenia si scrolli di dosso la sua inerzia, che il mondo accademico e diplomatico armeno si assumano le proprie responsabilità e che la società civile e l’opinione pubblica si facciano finalmente sentire dalla base. La battaglia civica per la verità non può più essere combattuta da pochi individui isolati e coraggiosi — alcuni dei quali, in passato, hanno persino ricevuto minacce e avvertimenti, incluse i documentati avvertimenti ricevuti nel 2012 (anno della conferenza e anniversario di morte del poeta Hrand Nazariantz a Bari) e nel 2015 (centenario del Genocidio armeno in varie città, inclusa Firenze).
Ciò che serve è una rete, un fronte comune e — soprattutto — il coraggio di reagire e di esigere che un Paese terzo come l’Italia ponga fine a questa collusione, pena la rottura delle relazioni diplomatiche e il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia — misure che, è bene notare, sono state minacciate per molto meno già ai tempi del Governo Renzi.
Di tutto ciò abbiamo parlato — anche personalmente — per molti anni, e continueremo a farlo con giornalisti, associazioni e fondazioni armene (come ad esempio la Geghard Foundation) e con tutti coloro con cui abbiamo mantenuto un dialogo nell’ultimo decennio almeno. Per anni, addetti stampa, consiglieri e consulenti del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica d’Armenia hanno ignorato i nostri numerosi appelli, spesso senza la cortesia di una risposta, talvolta suggerendo in modo sprezzante di non ripetere “questa inutile solfa”.
Rimaniamo fiduciosi che, per una volta, la nostra richiesta di una “cortese indagine” — se non di un “fraterno cambio di passo” — possa finalmente essere accolta positivamente, anche da istituzioni complesse e gerarchiche come i ministeri stessi.
Carlo Coppola