Gerusalemme: l’arbitrio di chi decide chi ha diritto di esistere
Durante lo Yom Kippur, nel quartiere di Mamilla, a Gerusalemme, un bambino cristiano armeno di 9 anni è stato colpito con spray al peperoncino perché andava in bicicletta e indossava le cuffie nel giorno sacro. Il sospettato, un ventiduenne dell’insediamento a maggioranza ultraortodossa di Ganei Modi’in, è stato arrestato dalla polizia israeliana nel nord del Paese. L’episodio non è isolato. Da anni la comunità armena della Città Vecchia subisce sputi, insulti e aggressioni. Un’inchiesta di Ynet – principale sito web di notizie e informazione generale di Israele, versione digitale del quotidiano Yedioth Ahronoth – ha documentato 61 attacchi fisici contro clero e laici nel 2025, tra cui sputi, spray al peperoncino e percosse. Nel luglio 2026, nell’area contesa del “Cow Garden”, il cancelliere del Patriarcato Aghan Gogchyan ha denunciato che gli aggressori hanno usato spray al peperoncino e altre sostanze chimiche contro gli studenti del seminario, molti dei quali sono stati portati in ospedale.
Per capire cosa si celi dietro questi fatti bisogna andare oltre la cronaca. Alla radice c’è la pretesa di un gruppo di stabilire unilateralmente chi abbia diritto di stare in un luogo, chi sia “dentro” e chi “fuori”. È la logica racchiusa nella frase attribuita a Karl Lueger, sindaco di Vienna dal 1897 al 1910: “Wer ein Jude ist, bestimme ich!”, cioè “Chi è ebreo lo decido io”. Lueger, politico antisemita, la pronunciò per giustificare le eccezioni concesse ai propri conoscenti ebrei. Mostrava così l’arbitrio assoluto di un potere capace di piegare identità e appartenenza a strumento politico.
Oggi quella stessa logica si ripresenta, con segno diverso, in un estremismo religioso e nazionalista che vuole ridefinire lo spazio pubblico di Gerusalemme. Un bambino armeno è stato punito per aver violato, in quanto cristiano, una regola di una festività non sua. Gli armeni, presenti in città dal IV secolo e oggi ridotti a circa 2000 residenti, sono un popolo che ha conosciuto il genocidio e non ha alcuna responsabilità nel conflitto. Quando identità nazionale ed estremismo religioso si saldano, l’idea di appartenenza si restringe. Esclude i cristiani, i musulmani e gli altri residenti storici, ma anche quegli ebrei, religiosi compresi, che rifiutano la deriva ultranazionalista e dissentono.
Non è dunque solo una disputa su terreni e proprietà nel Quartiere armeno, ma una battaglia culturale ed etica. Chi usa la violenza contro un minore o contro i simboli di una comunità millenaria agisce secondo la stessa matrice autoritaria: la convinzione che la propria forza dia il diritto di cancellare la presenza e la memoria dell’altro. Contrastarla significa riaffermare che la dignità umana non può dipendere dalle decisioni unilaterali di chi ha il potere di imporle.
Carlo Coppola