Caucaso, il disgelo d’inverno: Baku libera quattro prigionieri armeni

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YEREVAN – Un segnale di fumo bianco si alza dal confine tra Armenia e Azerbaigian il 14 gennaio 2026, segnando un punto di svolta che la diplomazia internazionale attendeva con ansia dopo mesi di stallo. In un clima reso gelido non solo dalle temperature ma da decenni di ostilità, il rilascio di quattro detenuti armeni da parte delle autorità di Baku rappresenta l’esito concreto di una complessa trattativa che ha avuto il suo fulcro presso il simbolico Ponte di Hakari, lo snodo vitale che collega l’Armenia alla regione del Nagorno-Karabakh. 

Tra i nomi dei prigionieri che finalmente tornano a casa spicca quello di Vagif Khachatryan, l’uomo di 68 anni il cui arresto nel luglio 2023, avvenuto mentre veniva trasportato dalla Croce Rossa per urgenti cure cardiache, aveva sollevato un’ondata di indignazione globale. Insieme a lui, hanno riabbracciato i familiari Vigen Euljekjian, cittadino con doppia nazionalità armeno-libanese arrestato nel novembre 2020, oltre a Gevorg Sujyan e Davit Davtyan, entrambi catturati nel 2021 e condannati inizialmente con pesanti accuse di spionaggio e terrorismo a pene detentive comprese tra i 15 e i 20 anni

Questa operazione non è un atto isolato di magnanimità, ma un tassello fondamentale del quadro geopolitico stabilito con la dichiarazione firmata a Washington l’8 agosto 2025, alla presenza del presidente Trump. Tale documento definisce la filosofia delle nuove relazioni bilaterali e istituisce ufficialmente la TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), descritta come un «corridoio strategico nel sud dell’Armenia» che mira a «ripristinare i collegamenti con i paesi vicini nel rispetto della sovranità territoriale». 

L’accordo prevede l’implementazione di questo progetto infrastrutturale per favorire «lo sviluppo e la cooperazione economica nell’area», integrandolo nell’iniziativa armena «Crocevia di Pace». Proprio in virtù di questo equilibrio diplomatico, l’Armenia ha proceduto contestualmente alla liberazione di due cittadini siriani detenuti sul proprio suolo. Nonostante l’entusiasmo espresso dal Premier armeno Nikol Pashinyan, che ha definito “soddisfacenti” le condizioni di salute dei quattro reduci, i numeri ricordano che la strada verso la piena riconciliazione resta in salita: nelle carceri azere restano infatti almeno 19 prigionieri ufficiali, tra cui figurano i vertici politici dell’ex Repubblica dell’Artsakh come Ruben Vardanyan. A queste cifre si aggiunge l’ombra drammatica degli oltre 80 dispersi di cui Yerevan chiede ancora notizie certe. 

Per la direzione di Paolo Scagliarini, monitorare il Caucaso significa osservare il laboratorio di un nuovo ordine mondiale dove, come sottolineato dall’ambasciatore Mkrtchyan, «raggiungere pace e sicurezza è molto più complesso del semplice desiderarle» e dove la politica deve «cogliere le opportunità per anticipare le sfide» di una stabilità finalmente duratura.

Carlo Coppola