Il “Diario di Cella” compie un anno
Rebibbia, 11 gennaio 2025 – 375° giorno di carcere. Cari lettori, sembra ieri che abbiamo intinto per la prima volta la penna nell’inchiostro di Rebibbia, eppure eccoci qui: il “Diario di Cella” compie (quasi) un anno! Abbiamo consumato più fogli che suole di scarpe (visto il poco spazio per camminare).
Il Diario racconta un capitolo delle nostre vite… a porte decisamente chiuse. E quindi questa volta permetteteci di non parlare delle storie e dei drammi dei nostri compagni di cella e di carcere, ma di parlare di noi, di riassumere le nostre vicende, anch’esse piuttosto emblematiche di come si arriva, si vive e si rimane nelle carceri italiane.
FABIO FALBO
Il giorno che leggerete queste righe, martedì 13, la mia storia tornerà per la terza volta nelle aule della Suprema Corte di Cassazione. Per due volte gli ermellini mi hanno dato ragione, annullando i dinieghi di un Tribunale di Sorveglianza che, oltre ad effettuare dei “check-in” molto più veloci che a Fiumicino, sembra sordo ai principi di diritto e alla realtà del mio percorso.
La mia richiesta è quella di poter usufruire, dopo vent’anni di attesa, dei “permessi premio”, che sono il primo gradino del percorso trattamentale di una persona detenuta. Questa stessa richiesta per tre volte è stata rigettata dal Tribunale di Sorveglianza e per due volte, prima di questo terzo tentativo, la Cassazione ha annullato questa decisione.
Come può un tribunale territoriale ignorare la voce della Corte Suprema, solo perché non accetta la verità di un uomo che non si piega perché si dichiara estraneo ai reati per cui è stato condannato?
La mia storia reale è quella di un uomo che ha scontato oltre vent’anni di carcere gridando la propria innocenza. Una pena di 22 anni per reati non ostativi, con solo 9 mesi di titolo ostativo, che viene usato come un cappio per soffocare ogni mio diritto. Per il sistema, non ammettere una colpa che non hai commesso significa essere “irriducibile”. Se non menti a te stesso, se non ti pieghi a una collaborazione fittizia, vieni condannato a scontare la pena fino all’ultimo istante, senza benefici, senza sconti, senza umanità, senza diritti.
Io e i miei familiari viviamo in un “limbo”, mentre continua questo macabro “ping-pong” giudiziario tra ricorsi e impugnazioni. In questo gioco perverso, il grande assente è il fattore tempo, ignorato nella sua valenza distruttiva. Questo non è solo un errore tecnico: è una violazione del principio della progressione trattamentale verso la rieducazione, prevista dall’art. 27 della Costituzione.
Se una persona detenuta studia, si laurea in Giurisprudenza e aiuta i propri compagni come “scrivano”, lo Stato ha l’obbligo costituzionale di riconoscere quel cambiamento. Invece, il tempo è usato come arma di logoramento, trasformando la pena in una vendetta infinita.
L’ingiustizia più feroce è quella che colpisce chi non ha colpe: i miei familiari. Come si può insegnare il valore della legalità a tre ragazzi – i miei figli Francesco, Denise e Marco Aurelio – quando vedono il loro padre vittima di un accanimento che calpesta persino le sentenze della Cassazione?
Inculcare il senso della giustizia in sei ore di colloquio e poche telefonate di dieci minuti al mese è un’impresa sovrumana. È una sfida vinta solo grazie a un legame profondo, ma è una ferita che lo Stato infligge a cittadini innocenti, i familiari, che pagano un prezzo altissimo per una colpa che non hanno commesso.
Un padre deve affrontare i problemi dei propri figli, come quello drammatico di mio figlio Marco Aurelio, costretto a cambiare la sua scelta di lavoro perché nell’ultimo rigetto del Tribunale viene scritto: “il figlio è in procinto di intraprendere un’attività nel settore degli autonoleggi, medesimo settore in cui lo stesso padre operava anche all’epoca dei fatti”. Per questo oggi deve lavorare come aiuto cuoco.
È difficile spiegare cos’è la cattiva strada quando la “buona strada” sembra sbarrata dall’arbitrio di chi dovrebbe proteggerci. È difficile rispondere a una lettera ricevuta pochi giorni fa da mio figlio Francesco, che non solo è dovuto crescere nella sofferenza, ma ha saputo dare consigli ai fratelli per comprendere il valore della legalità.
Non so da dove prenda questa forza nell’aspettare un padre che non può riuscire a far comprendere questo modo contorto di amministrare una giustizia discutibile. L’unica cosa che posso dire è che crescendo nella sofferenza si è più resilienti: sono un padre fortunato, visto che con un tempo limitatissimo a disposizione ha saputo inculcare questi valori di legalità.
Oggi però chiedo che il tempo smetta di essere un nemico e che la parola “Fine” sia finalmente accompagnata dalla parola “Verità”. La Giustizia non può essere solo un meccanismo di carte e scadenze, deve essere verità. E se la verità dice che un uomo ha scontato la sua pena con dignità e rispetto delle regole, negargli il ritorno alla vita – anche solo con un permesso premio – non è Giustizia, è solo un esercizio di potere, perché quando la Giustizia non cerca la verità, resta solo una burocrazia del dolore.
Con questi Diari di cella festeggiamo un anno di “libertà vigilata del pensiero”, dove ogni riga scritta è stata un buco nel muro. Non avevo calcolato che Gianni scrive più di un ufficio stampa ministeriale sotto elezioni! Da vecchio galeotto gli ricordavo che se fuori si governano i cittadini, qui dentro si governa a manovella la turnazione per il caffè. Gianni analizza i massimi sistemi, io analizzo perché la porta cigola sempre in Si minore.
Ma è proprio questo il bello: un anno di dialoghi improbabili che sono diventati la nostra finestra sul mondo, squarciando ipocrisie e finte speranze. Abbiamo trasformato la nostra detenzione in una redazione permanente, con l’unica differenza che i nostri colleghi giornalisti fuori possono andare a bere uno spritz; noi al massimo un’ora d’aria… se non piove.
Scrivere cose vere per noi è stato ed è un modo di restare liberi, di restare cittadini tra i cittadini, anche se il nostro orizzonte è delimitato da un muro. Devo dire grazie a Gianni perché per anni sono stato un fantasma che scriveva in un buco nero, raccontando una realtà che nessuno voleva ascoltare. Ora posso dire che quel fantasma ha iniziato a far rumore: oggi, grazie alla nostra ironia tagliente, non solo abbiamo spinto tante autorità a venire a ispezionare queste “patrie galere”, ma il nostro libro “L’emergenza negata” ha acceso un faro su questo mondo dimenticato.
Restiamo umani, restiamo liberi nella mente.
Fabio Falbo
GIANNI ALEMANNO
Per me l’udienza in Cassazione è già passata: come avrete letto sui giornali, per la seconda volta la Suprema Corte non ha voluto applicare al mio caso l’abolizione del reato di abuso d’ufficio e la “tipizzazione” del reato di traffico d’influenze, decise nei mesi scorsi dal Parlamento.
Mi spiego: io sono stato condannato in via definitiva a un anno e dieci mesi per traffico d’influenze (oltre che per finanziamento illecito ai partiti), perché mentre ero Sindaco avrei convinto un mio dirigente a commettere un abuso d’ufficio, facendo pagare più in fretta del previsto delle fatture legittime e scadute ad una cooperativa sociale che non riusciva a pagare gli stipendi dei suoi dipendenti, soggetti socialmente fragili.
Quindi, cancellato il reato di abuso d’ufficio, automaticamente doveva venir meno quello di traffico d’influenze. Semplice e immediato. E invece no: la Cassazione ha detto che al posto dell’abuso d’ufficio io avrei indotto il mio dirigente a compiere un reato di recente introdotto nel Codice: il “peculato per distrazione”. Non si capisce quali risorse sarebbero state “distratte”, visto che quelle fatture dovevano essere comunque pagate. Ma, niente da fare: alla nostra magistratura non piace l’abolizione dell’abuso d’ufficio e quindi cerca in tutti i modi di non applicare questa legge.
Aggiungo, solo per cronaca, che in realtà il dirigente che io avrei influenzato non ha mai ricevuto nessun avviso di garanzia per abuso d’ufficio, perché evidentemente il Tribunale ha creduto alla sua testimonianza secondo cui quelle fatture furono pagate senza invertire l’ordine dei pagamenti, ma solo accelerando i tempi della burocrazia. Quindi, in realtà, quell’abuso d’ufficio – e quindi, ancor più, quel peculato per distrazione – non sono mai esistiti.
Tutti i giornali hanno dato notizia di questa mia nuova “sconfitta” in Cassazione, ma solo Il Tempo, tramite un articolo del magnifico Francesco Storace, ha dato risalto anche ad un’altra notizia, diffusa dai miei legali: nella stessa giornata del rigetto in Cassazione, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dichiarava ammissibile il mio ricorso fatto per lo stesso motivo. Mentre la Cassazione dice definitivamente no, la Corte europea (sovraordinata alla nostra Cassazione) convoca un’udienza per valutare di nuovo questa vicenda.
Non sappiamo come andrà a finire, ma questa nuova speranza merita di essere portata all’attenzione della pubblica opinione.
Io non ho alle spalle la lunga detenzione di Fabio Falbo e, male che vada, entro quest’anno uscirò dalle patrie galere. Ma dal 2014 sto sotto il torchio di una Giustizia che non mi pare operare in modo né giusto né accorto.
Per l’inchiesta per “Mafia capitale” (firmata dal Procuratore Pignatone, oggi a sua volta sotto inchiesta per gravi reati) sono stato incredibilmente accusato di associazione delinquerе di stampo mafioso. Dopo due anni questa accusa è stata archiviata dagli stessi pubblici ministeri, mentre qualche anno dopo la Cassazione decideva definitivamente che non c’era mai stata nessuna associazione mafiosa.
Poi, sempre per un filone della stessa inchiesta, sono stato condannato in primo grado e in appello a 6 anni per corruzione, in entrambi i casi con pene più gravi di quelle richieste dai pubblici ministeri. Infine la Cassazione ha cancellato il reato di corruzione e lo ha derubricato a quello fumoso e molto meno grave di traffico d’influenze, ma la Corte d’appello, nonostante questo, mi ha condannato alla pena spropositata di un anno e dieci mesi senza condizionale.
Vengo ammesso all’affidamento in prova, ma quando l’ho scontato quasi tutto – con decine di controlli dei carabinieri in casa e centinaia di ore di volontariato nelle case famiglia della compianta Suor Paola – questo affidamento in prova mi viene revocato e la notte di Capodanno vengo mandato a Rebibbia a scontare d’accapo tutta la mia pena in carcere. Perché? Perché tramite intercettazioni telefoniche la Guardia di Finanza aveva “scoperto” che durante le mie trasferte di lavoro, regolarmente autorizzate, coglievo l’occasione per fare anche delle conferenze politiche. Gravissimo reato…
Questa è la mia storia giudiziaria. Nulla di fronte al dramma di Fabio Falbo e di tante altre persone detenute come lui, ma insomma…
Adesso aspettiamo che almeno la Corte Europea si accorga finalmente che questo traffico d’influenze neppure esiste e che quindi mi sarei fatto dodici anni di fango mediatico, un anno e un mese di affidamento in prova e più di un anno di carcere, veramente per nulla. O forse perché sono scomodo?
Gianni Alemanno