Dal liuto al divino: la via dell’ebbrezza nella poesia persiana dell’XI secolo

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«Alzati e vieni, tocchiamo il liuto,
beviamo il vino e diffamiamo il nostro buon nome.
Vendiamo il tappeto della preghiera per una coppa di vino
e sbattiamo su una pietra la bottiglia dell’ascesi.»

È questa una delle oltre trecento quartine, le “Rub’yyàt”, attribuite ad Omar Kayyam, un poeta persiano vissuto nell’XI secolo, di cui poco si sa. La maggior parte dei critici lo identifica col più noto scienziato che si occupò di astronomia, teologia e matematica. Alcuni critici, osservando l’apparente contraddittorietà dei suoi versi che si muovono tra scetticismo, edonismo e religiosità, negano addirittura che un poeta Omar Kayyam sia mai esistito e avanzano l’ipotesi che sia solo una personificazione del canto popolare. Noi riteniamo invece che un Omar Kayyam sia davvero esistito, perché i suoi versi denotano un’ispirazione unitaria ed uno stile omogeneo.

A tutta prima, leggendo le sue quartine, potremmo pensare di trovarci di fronte ad un Cecco Angiolieri o ad un Charles Bukowski, ad un poeta gaudente e rubicondo, ad un assiduo frequentatore di taverne e di bettole, ad un cantore dell’ebbrezza indotta dal vino. Ma, a ben guardare, nel suo pressante invito ad assaporare le piccole gioie della vita, a cogliere l’attimo fuggente, scopriamo la voce amara della saggezza, l’accento accorato e la malinconica leggerezza che fu di Orazio e di Lorenzo il Magnifico:

«Desidera poco del mondo, vivi contento e sciogli
ogni vincolo col bene e col male del destino.
Prendi in mano la coppa e le ricciute chiome di una bella,
ché presto pochi giorni passeranno e non saranno più qui.»

La vita è dolore, è una carovana che passa via, è una scacchiera dove noi siamo i pezzi del gioco e il cielo è il giocatore (immagine quest’ultima ripresa dal grande poeta argentino Borges). Il vino allora è una medicina contro le pene del mondo, un balsamo per le ferite d’amore, un antidoto alle alterne vicende della vita. Ma il vino di cui parla Kayyam è solo la bevanda inebriante ricavata dalla vite? O allude anche a qualcosa di spirituale, a quella fiducia trascendentale di chi vive la vita con leggerezza affidandosi a Dio?

Leggiamo:

«Non abbandonarti al dolore per l’iniquo destino.

Non ci stare a ricordare il dolore per i trapassati.

Non dare il cuore se non a una fata dal petto di gelsomino.

Non stare senza vino e non dar la vita al vento.»

E ecco che nella sua poesia fanno capolino le domande filosofiche sul senso dell’esistenza:

«Il bene e il male insiti nella natura umana,

la gioia e il dolore che son fissati dal Destino,

non li attribuire alla vòlta celeste, ché nella via del senno

la volta celeste è mille volte più impotente di te.»

Ed ancora:

«Cos’è tutto questo affanno per il denaro e questo tormento per il mondo?

Hai mai visto qualcuno che sia vissuto eterno?

Quest’uno o due soffi di vita che sono nel tuo corpo,

sono dati in prestito: con cosa prestata, a mo’ di cosa prestata

bisogna vivere.»

La ragione va incontro allo scacco ed allora non resta che l’ebbrezza del vino, ma questa ebbrezza rimanda ad un’altra ebbrezza, a quella mistica, a quella dell’unione col divino:

«Il mistero dei due mondi è nella coppa degli ebbri.

Il sole dell’eternità brilla dal calice del vino.

Quel concetto rimasto occulto all’anima e al mondo,

se arrivi ad attingerlo nell’ebbrezza del vino, è ben quello.»

In vino veritas. Il vino, il coppiere, la taverna sono metafore, diventano, come nella tradizione dei Sufi, l’immagine della divinità e dell’amore. Il pessimismo si amalgama con la religiosità, con l’anima rassegnata di fronte alla volontà divina. Nella poesia di Kayyam convivono in fondo, magnificamente, l’anima mistica e l’anima edonistica:

«Sino a che sarai preso dalle labbra di rubino e dalla coppa,
finché starai dietro al suono del tamburello e alla voce del flauto,
tutto ciò, bada, è un vano riempitivo artificioso:
fin quando non sarai ubriaco nella taverna, non sarai nulla.»

Sandro Marano