Il mercato dei camaleonti: quando il tradimento diventa sistema, la comunità si fa deserto.

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Quando Caio Giulio Cesare pronunciava queste parole, Proditionem amo, sed proditores odi (“Amo il tradimento, ma odio il traditore”), consegnava alla storia non soltanto una massima di cinica realpolitik, ma un confine antropologico netto. Il tradimento poteva essere uno strumento utile nel grande scacchiere del potere, ma il traditore rimaneva un paria, un’anima svilita che offriva la propria abiura per trenta denari o per una promessa di salvezza. C’era, persino nella spietata Roma antica, una barriera invalicabile tra la necessità dell’atto e l’infamia di chi lo compiva. Oggi, nell’Italia contemporanea, quel confine è stato raso al suolo con una ruspa di cinismo e sfacciataggine. Il tradimento non è più un’eccezione drammatica o una macchia indelebile sulla coscienza pubblica, è diventato metodo, prassi, persino un vanto di “flessibilità pragmatica”.

La figura del politico che cambia casacca con la stessa disinvoltura con cui si adegua la cravatta alla stagione o al sondaggio del mattino non suscita più lo sdegno profondo di una comunità ferita, ma un’alzata di spalle rassegnata. Assistiamo a una recita permanente in cui ci si definisce paladini di un’idea il lunedì per risvegliarsi alfieri del suo esatto opposto il martedì mattina. Tutto giustificato dall’opportunismo personale più becero, mascherato da un grottesco e vomitevole “senso di responsabilità”.

Questa non è semplicemente una crisi di politica o di consensi, è l’eclissi definitiva dell’idea stessa di comunità, sostituita da un mercato frammentato, polverizzato dove i valori si vendono al dettaglio e l’identità collettiva si dissolve sotto i colpi di ambizioni microscopiche, parassitarie e senza respiro. Per comprendere l’abisso in cui siamo precipitati, occorre guardare la realtà con gli occhi di chi sta fuori dalle stanze dei bottoni. Da un lato c’è la Nazione reale, un popolo che subisce quotidianamente i colpi di una crisi economica, sociale e culturale senza precedenti. Famiglie che fanno i salti mortali per pagare le bollette, lavoratori precari senza tutele, giovani costretti a fuggire all’estero, anziani abbandonati a se stessi in città sempre più insicure e prive di servizi. Realtà urbane dove, paradossalmente dove tutti sono social e nessuno è sociale.

E’ il popolo che sperimenta sulla propria pelle il fallimento della politica, quella che un tempo univa le persone attorno a grandi visioni del mondo, che creava comunità, che costruiva il futuro della nazione. Dall’altro lato, arroccata nelle sue torri d’avorio, c’è la casta dei nominati. Un’oligarchia autoreferenziale che vive in una bolla protetta, totalmente impermeabile ai drammi della gente comune. Mentre fuori il mondo brucia, dentro i palazzi l’unica vera urgenza, l’unica che accenda davvero i cuori e mobiliti le energie, resta la difesa del proprio scranno. Il cinismo ha ormai superato il livello della vergogna, i cambi di casacca e le alleanze contro natura non servono a risolvere i problemi del Paese, ma a garantirsi la pura sopravvivenza politica. Ci si sposta solo perché di là ti hanno chiuso la porta, in un mercato dei corpi che non ha più pudore. Una farsa grottesca che si consuma sulla testa di milioni di cittadini ridotti a spettatori paganti.

Erasmo da Rotterdam usava l’espressione “l’uomo per tutte le ore” per descrivere una persona capace di adattarsi a ogni situazione, un compagno duttile e piacevole. Nella deriva antropologica della classe dirigente italiana, tuttavia, questa definizione ha subito una mutazione maligna. Il politico moderno è diventato l’uomo di tutte le stagioni, di tutte le poltrone, di tutte le bandiere. Un camaleonte di plastica, privo di scheletro ideologico, la cui unica forma è quella del contenitore che lo ospita in quel preciso istante.

Come si può proclamare una fede incrollabile in un modello di società e, il giorno successivo, sedere sugli scranni di chi quel modello ha sempre tentato di distruggerlo? La risposta sta nella totale scomparsa della vergogna, sostituita da una sfrontatezza che sfocia nel ridicolo. Un tempo il trasformismo, che pure infesta la storia d’Italia dall’Unità in poi, richiedeva almeno una complessa ginnastica retorica, un barlume di giustificazione ideale, un travaglio interiore, seppur simulato. Oggi no. Basta un clic, o un cambio di poltrona.  Oggi il passaggio da un gruppo all’altro avviene con un tweet farneticante, una nota stampa preconfezionata da un ufficio stampa svuotato di idee, un sorriso d’ordinanza davanti alle telecamere complici. Questo accade perché si è persa la radice del legame sociale.

Se la politica non è più lo specchio di una visione del mondo condivisa, ma una pura tecnica di posizionamento personale, allora ogni idea diventa fungibile. Un’idea vale l’altra, se l’unico obiettivo è la sopravvivenza all’interno delle istituzioni. Il camaleonte non si cura del colore del bosco, gli interessa solo che la corteccia dell’albero su cui poggia sia abbastanza solida da garantirgli il pranzo e i privilegi. C’è un peccato originale che spiega la totale assenza di freni inibitori in questo valzer disgustoso di poltrone, il meccanismo elettorale attuale, una vera e propria truffa democratica legalizzata. Non devono incontrare i cittadini nei mercati, non devono consumare le suole delle scarpe nelle periferie abbandonate, non devono guardare negli occhi i lavoratori, gli artigiani, i padri di famiglia per convincerli della bontà del proprio progetto. Non rispondono più a una comunità di elettori perché, di fatto, gli elettori sono stati privati del diritto di scegliere.

I politici odierni sono, nella stragrande maggioranza, dei nominati. Le liste vengono bloccate, i collegi blindati a tavolino nei palazzi romani attraverso alchimie matematiche studiate per escludere il popolo. Sei di Roma? Ti candido a Bari. Sei di Milano? Ti candido a Crotone. La fedeltà servile al capocorrente di turno conta infinitamente più del consenso reale tra la gente. Di conseguenza, il legame di responsabilità si inverte, chi fa politica non risponde più a chi sta in basso, ma solo a chi sta in alto. Questa dinamica perversa annulla ogni remora nel cambiare casacca, perché il politico sa benissimo che il suo destino non dipende dal giudizio della sua comunità d’origine o del territorio che teoricamente rappresenta, ma dipende esclusivamente dalla sua capacità di negoziare la propria sopravvivenza con le segreterie provinciali, regionali e nazionali, che gli garantiranno un posto sicuro alla prossima tornata. Se il partito in cui si trova è in calo nei sondaggi, il salto verso la sponda opposta diventa una semplice operazione di gestione del rischio aziendale. Ci si sposta dove il vento tira più forte, dove il listino offre maggiori garanzie di rielezione, senza il minimo pudore di fronte ai cittadini gabbati. Il risultato più devastante di questa contrapposizione insanabile è il trionfo del disincanto.

Quando il popolo assiste a questa transumanza continua di politici da un lato all’altro delle poltrone, la reazione non è più la rabbia, ma una rassegnazione tossica. E’ il sigillo tombale sulla fiducia pubblica, il veleno che uccide la partecipazione democratica e che spinge milioni di cittadini a disertare le urne, considerandole ormai inutili, com’è evidente nelle percentuali di affluenza alle urne sempre più esigue. In questo deserto etico, le prime vittime sono le grandi battaglie morali e sociali. Questioni che dovrebbero toccare la carne viva della nazione ― la difesa del lavoro, la giustizia sociale, la tutela della famiglia, la sovranità culturale, la dignità della persona ― vengono sistematicamente svuotate di ogni spessore storico e ideale. Si sceglie una battaglia, sacrosanta ma svilita poichè vista solo a compartimenti stagni, e la si porta avanti a pappagallo. Le battaglie morali perdono consistenza perché non sono più il fine dell’azione politica, ma semplici esche per catturare un consenso emotivo e superficiale, monete di scambio da spendere sui tavoli delle trattative per un incarico o una presidenza di commissione.

Quando un politico sposa un movimento o una causa con toni messianici e dogmatici, per poi barattarla alla prima occasione utile in nome di un accordo di potere, compie un crimine che va ben oltre la delusione dei propri elettori, compie un attentato alla credibilità dei valori stessi. Il cittadino ne deduce che la morale in politica sia solo una messinscena, un trucco da prestigiatore per ingannare i fessi, e si ritira nel privato, lasciando il campo libero ai professionisti del tornaconto. Il dramma profondo di questa deriva non è solo istituzionale, ma comunitario. La politica sana nasce dalla terra e dal sangue di un popolo, dalla condivisione di un destino comune e dalla consapevolezza che l’individuo si compie solo all’interno delle sue appartenenze naturali e morali, la famiglia, la comunità locale, la Fede e la Patria sovrana. La politica camaleontica senza bandiera rappresenta l’avanguardia al contrario, il trionfo dell’individualismo sradicato, cinico e globalista. E’ la dittatura dell’Io liquido che calpesta e sputa sulla sacralità del Noi storico e comunitario.

Quando il rappresentante tradisce il mandato non per una nobile evoluzione del pensiero, ma per mero calcolo di bottega, sta mandando un messaggio devastante alla società. Questo veleno si insinua nel tessuto connettivo della nazione, distruggendo la fiducia reciproca. Se non posso fidarmi di chi guida lo Stato, perché dovrei fidarmi del mio vicino di casa? Perché dovrei sacrificarmi per il bene comune se chi siede nei palazzi si vende al miglior offerente come merce al mercato? La comunità si trasforma così in una sommatoria di solitudini rancorose. I luoghi della socializzazione politica e culturale, le sezioni, i circoli, i comitati di quartiere arretrano e muoiono, sostituiti dalle arene virtuali dove si consumano polemiche sterili e di brevissima durata, sapientemente orchestrate da chi specula sul declino. Nel deserto dei valori, l’unica cosa che conta è l’istante, l’audience, il tornaconto immediato.

Non possiamo rassegnarci a vivere nell’era del camaleontismo permanente. Non possiamo accettare che la politica sia ridotta a un provino per attori senza memoria, senza spina dorsale e senza dignità. E’ tempo di recuperare la severità implacabile dello sguardo di Cesare. Se è vero che la realpolitik costringe a guardare ai fatti per come sono, è altresì vero che una civiltà degna di questo nome deve riscoprire il sano, profondo disprezzo comunitario per chi mercanteggia la fiducia pubblica. Per battere i nominati delle segreterie, per superare la stagione fetida degli uomini per tutte le ore, occorre rimettere al centro l’identitarietà stanziale contro il nomadismo opportunista. Occorre esigere una riforma radicale che estirpi la piaga delle liste bloccate e restituisca al cittadino il potere di scegliere i propri rappresentanti, obbligando questi ultimi a rispondere del proprio operato davanti al tribunale della propria gente e non nel segreto delle stanze dei boss di partito. Ma prima ancora delle leggi, serve una rivoluzione culturale e morale di stampo identitario. Dobbiamo tornare a dare peso alle parole e togliere il saluto ai traditori. Chi cambia idea ogni giorno non è un “politico moderno e pragmatico”, è un mercenario senza qualità. Chi tradisce la propria comunità per una poltrona non sta facendo una scelta strategica, sta compiendo un atto di miseria antropologica.

In questi giorni, il 4 ottobre, si è celebrata la festa di San Francesco. La vulgata ce lo consegna mite e zuccheroso, ma la storia ci restituisce un uomo ben diverso. Tommaso da Celano, nella sua Vita seconda, racconta un episodio illuminante sulla tenuta della comunità. Davanti alla piaga della maldicenza e del tradimento tra i frati, Francesco non usò misericordia, ma diede un ordine perentorio: ‘Consegnalo nelle mani del pugile, se tu non sei in grado di punirlo!’. Il ‘pugile’ era il correttore, un uomo in carne e ossa incaricato di applicare la disciplina dura. Un ammonimento brutale ma necessario, contro la peste della detrazione che mina la comunione fraterna, la tolleranza è zero. La disciplina non è un optional, è l’unico rimedio per difendere il Noi dall’infedeltà dei singoli. Soltanto quando il tradimento tornerà a essere marchiato con l’infamia che merita, e le battaglie morali torneranno a essere vissute come impegni sacri e non come gettoni da gioco, potremo sperare di ricostruire una vera comunità. Fino ad allora, la Nazione reale continuerà  ad affondare nella crisi, mentre la casta dei nominati continuerà  a galleggiare, immobile e indifferente, sulle macerie della nostra democrazia.

Rodolfo Frassanito