Denatalità e cannibalismo sociale

Se ponessimo la denatalità come problema demografico partiremmo con il piede sbagliato. Tanto può accadere nel mondo secolarizzato. È comprensibile. Ciò che è difficile mandar giù è che chi si rifà ad un’ispirazione cattolica, come il quotidiano Avvenire, non riesca a togliere le lenti del secolarismo materialista e cogliere che il problema è spirituale, ovvero, culturale.

Il citato quotidiano oggi apre con il titolo in prima pagina “Troppo pochi bambini troppo pochi cittadini”. La scelta di campo di Avvenire è fin troppo esplicita: ci sono poche nascite a fronte di tanti che potrebbero diventare cittadini italiani. Il problema della denatalità per Avvenire va di pari passo con la mancata concessione della cittadinanza italiana erga omnes e così, proseguendo nel trattare la questione, dedica seconda e terza pagina sciorinando le difficoltà delle seconde generazioni, il tema dell’inclusione, le parole del cardinale Zuppi secondo il quale per fare figli servono, casa, lavoro, sostegno economico, in altre parole: certezze, la citazione dell’intervento della ministrA (Avvenire ci tiene ad essere al passo con l’evoluzione ideologico-linguistica) per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Maria Roccella che, al “Tour della natalità”, ha potuto evidenziare quanti miliardi il governo abbia stanziato in “benefici netti per le famiglie” nella legge di bilancio, nonché le conclusioni di due demografi secondo i quali fare più di un figlio espone al rischio povertà.

L’invito ai nostri lettori è di comprare Avvenire di oggi 21 febbraio 2024 per comprendere quanto il mondo sia penetrato ed abbia contaminato il modo di pensare anche dei diversamente ispirati

L’approccio al tema della denatalità, così come prospettato dal foglio cattolico, risulta totalmente materialista. La natalità è associata al censo se non giustificata dallo stesso. Ma da quando la vita deve conseguire a condizioni di garanzia economica e di agiatezza? Un ragionamento pericoloso, questo, che puzza del diffuso modo di considerare una vita degna di essere vissuta. Ma tant’è: questi sono tempi in cui non ci si deve porre sul senso ultimo delle cose quanto sul cosa si mangia a mezzogiorno per cui, in fin dei conti, la denatalità costituisce un problema perché influisce sull’economia, incubo sorto per l’incertezza di chi pagherà le nostre pensioni, di chi ci garantirà il perdurare di questo bel modo di vivere. Le soluzioni? Sono pronte e sono due: aprire le porte agli immigrati e sovvenzionare le gestanti.

La denatalità, con buona pace per tutti, non è però conseguenza della crisi economica. Il solo dover pensare che ci sia qualcuno che faccia figli a fronte di un pagamento è cosa che mette una tristezza indicibile. Del resto, basterebbe guardarsi un po’ indietro quando nella miseria, quella vera, le famiglie erano molto più numerose e hanno permesso a noi di essere qui oggi a dissertare sul senso della vita, quella che è sangue nelle nostre vene e spirito nelle nostre anime. La denatalità, non lo si vuole ammettere, è la conseguenza di un egoismo sempre più affinato, che è penetrato nel nostro modo di pensare e che aborre anche solo l’idea di ciò che può essere causa del benché minimo sacrificio. È campanello d’allarme che ci fa intravvedere la morte alla quale conduce il perdurare di questo modo di vivere e pensare. L’uomo dei nostri giorni vuole tutto senza dover rinunciare a nulla; consuma tutto ciò che può, i propri giorni e il proprio futuro.

Le coppie, sempre meno numerose, che oggi decidono di mettere al mondo un figlio compiono al tempo stesso un atto d’amore (argomento ormai tabù) ed un atto rivoluzionario di volontà progettuale, non lo legano a bonus governativi. Generare oggi è innalzare un vessillo di amore, gratuità e speranza contro ogni speranza tra moltitudini che subordinano l’esistenza, la vita, ad un calcolo non sempre economico ma certamente di interesse egoistico.

Già! Perché il vero problema non è nella denatalità quanto nel rapporto che l’uomo ha con la Vita.

Paolo Scagliarini

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