Dopo i giochi referendari, quale cittadinanza?
Terminati i ludi referendari sarebbe il caso di soffermarsi su un argomento chiave quale quello della cittadinanza.
La cittadinanza è certamente quello status al quale sono strettamente connessi determinati diritti ed altrettanti doveri del cittadino nei confronti dello Stato di appartenenza. Semplice.
L’argomento, al contrario, non è così semplice come potrebbe apparire, e tanto per ragioni storiche, culturali, etiche e morali che hanno a che fare con una realtà con la quale bisogna fare i conti: l’identità.
Dopo la caduta degli imperi, austroungarico ed ottomano, sono sorti gli Stati su base nazionale e dunque quel rapporto diritti-doveri nei confronti dello Stato, quello status è finito col comprendere anche il concetto di nazionalità che, a sua volta, comprende la lingua, la cultura, religione che a loro volta sono tutte componenti di quella che chiamiamo, appunto, “identità” e che la scolarizzazione di massa ha concorso a radicare profondamente in cuori e coscienze.
La difficoltà di concepire oggi una cittadinanza separata dalla nazionalità nasce proprio da queste premesse: apparteniamo a questo Stato e non ad un altro perché siamo italiani e questa denominazione non spetta se non a coloro che hanno questa identità.
Il problema dell’estendere la cittadinanza italiana a chi italiano non è, sorge dal portato storico più recente e dall’errore, nel quale comunemente si incorre, di considerare sinonimi cittadinanza e nazionalità che fino a ieri erano sovrapponibili e che oggi, con la realizzazione dell’equivoco Unione Europea sono tornati ad essere due concetti differenti: il primo strettamente legato al sottostante rapporto giuridico e ai diritti e doveri connessi, e il secondo manifestazione della propria identità culturale e spirituale.
La società italiana come tutte quelle europee oggi vivono un periodo di transizione non verso un ritorno all’impero, con l’abbattimento delle frontiere e la guida di un solo potere politico, quanto piuttosto verso una progressiva, e ad oggi inarrestabile, corsa volta al superamento dello Stato in favore di un Ente sovrastatale che cura, tutela e governa ogni ambito dell’economia relegando agli Stati fagocitati il potere residuo dell’ordine pubblico e della amministrazione della giustizia. Passiamo, in altri termini, da uno Stato che intuiva ed interpretava la vocazione di un Popolo, di una Nazione, tracciandone il destino, alla semplice direzione dell’economia ed alla gestione delle esigenze più materiali dei popoli di fatto non più sovrani.
Questa transizione, pur essendo sotto gli occhi di tutti, in genere non è ben compresa dal momento in cui parvenze di Stato sono state lasciate sul campo ma partiti e sindacati danno prova di non essersi accorti di nulla e di continuare a considerare il mondo del 2025 quasi fosse quello degli anni ’60/’70 del millennio scorso, quasi ci fosse corrispondenza tra cittadinanza e nazionalità, quasi ci fossero ancora Stati sovrani e Nazioni e non invece l’Ente sovrastatale, Unione Europea, al quale gli Stati hanno declinato ogni concreta sovranità e potere di programmare il loro futuro.
Con il referendum appena concluso il mondo politico, tutto, ha dato prova di inettitudine: da una parte una sinistra che dopo aver brigato politicamente per una immigrazione indiscriminata, ha manifestato la propria volontà politica di estendere la cittadinanza erga omnes anticipandone i tempi di concessione, dall’altra la cosiddetta destra di governo ha manifestato un’opposizione netta ad una tale previsione considerando i dieci anni di residenza legale in Italia sufficienti per l’ottenimento della cittadinanza italiana, il tutto mentre gli orfani di Berlusconi, capeggiati da Tajani, con un atteggiamento da aspiranti al campo largo del PD, insistono sulla concessione della cittadinanza per meriti scolastici.
Tutti si stracciano le vesti per questa benedetta cittadinanza. Ma di quale cittadinanza si tratta se le regole vengono stabilite a Bruxelles in maniera affatto partecipata dai cittadini degli Stati? Quanto ancora ci vorrà per capire che la cittadinanza italiana, come quelle degli altri stati dell’Unione, ha un valore politicamente depotenziato dal momento in cui, rispetto ai diritti dell’uomo, universalmente riconosciuti a tutti, di fatto dà ulteriormente solo il diritto di scegliere rappresentanti parlamentari di Camera e Senato che sono obbligati a recepire il diritto europeo del quale lo stesso Parlamento Europeo, assoggettato alla Commissione Europea, non dispone se non insieme al Consiglio dell’Unione?
Dunque, andando al concreto: quanto vale la cittadinanza italiana rispetto a quella, ad oggi formalmente inesistente, europea?
Paolo Scagliarini