Garibaldi, un mito scomodo. Considerazioni a margine di un articolo di M. Veneziani

standard_Garibaldi_a_Marsala__Gerolamo_Induno__Italy__1861__1_

Nell’annunciare il 25 febbraio scorso, sul quotidiano “La Verità”, un libro di Virman Cusenza, “L’altro Garibaldi”, Marcello Veneziani, con la maestria che lo contraddistingue, si è addentrato in talune considerazioni meritevoli di attenzione sul citato personaggio, Padre della Patria con Cavour, Re Vittiorio Enanuele II, Mazzini.

Nel “L’altro Garibaldi”, sottotitolato “I ‘diari’ di Caprera”, edito da Le Scie Mondadori, Veneziani, nel benedire l’“avvincente” opera di Cusenza, analizza la figura di Garibaldi, un tempo esaltata, oggi dimenticata dopo essere stata perfino infangata.

Che Garibaldi sia stato “l’Eroe per eccellenza e il mito più popolare dell’Italia unita, post-risorgimentale e patriottica, poi di quella fascista” è cosa nota e condivisibile, ma lo fu anche di quella Italia che venne dopo, almeno fino agli anni Settanta quando il Risorgimento, malvisto dal vigente sistema politico-istituzionale, venne seppellito ed il Tricolore soppiantato dai cenci variopinti di partito.

Vero è che Garibaldi, come scrive Veneziani, fu anche il mito del “Fronte popolare socialcomunista” nelle elezioni politiche del 1948 ma, attenzione, fu quello un maquillage politico-propagandistico del Fronte perché, le forze componenti il citato schieramento, PCI e PSI, essendo antirisorgimentali, totalitarie e staliniste, anziché presentarsi alle urne con l’ingombrante faccione di Peppino Stalin, loro vero mito, pensarono bene di sfruttare il faccione del più presentabile e familiare – per il popolo italiano – Peppino Garibaldi. Un anno prima, un altro Peppino, non condividendo il percorso totalitario dei suoi compagni stalinisti, tentò la scomoda via italiana alla Socialdemocrazia dando vita Partito Socialista dei Lavoratori Italiani: Giuseppe Saragat.

Tornando al Garibaldi commentato da Veneziani, il noto scrittore pugliese, in alcune parti della sua analisi, a nostro parere dà l’impressione di sposare certi luoghi comuni, tipici di una vulgata tesa più a denigrare che a studiare il nostro Risorgimento.

Lungi da noi dal voler mitizzare il Risorgimento che, intendiamoci, non fu tutto rose e fiori con i suoi errori e le sue contraddizioni, ma che ebbe una sua specificità: vide combattere sotto la stessa Bandiera monarchici e repubblicani, certo a volte anche polemizzando duramente fra di loro quasi a venire alle mani, ma che ebbero il pregio di andare al di là del proprio credo al fine di costruire con sangue e sacrificio l’Unità d’Italia. “La Monarchia ci unisce la Repubblica ci dividerebbe” affermava in quel particolare e difficile contesto il repubblicano Francesco Crispi.

È innegabile che la nostra generazione, come scrive Veneziani, sia “cresciuta a Pane e Garibaldi” ma, all’epoca, coloro che insegnavano e disquisivano di Storia non facevano apologia del Risorgimento e dei suoi uomini irridendo e denigrando gli sconfitti, borbonici o papalini che fossero. Era un’Italia certo con i suoi difetti dove, però, a primeggiare erano l’educazione ed il rispetto, i valori dello Stato e della Nazione, editi ed ereditati dallo Stato unitario e risorgimentale. Non a caso, se nel 1961 l’Italia poté patriotticamente festeggiare il suo primo secolo di vita unita, lo si deve al fatto che la stragrande maggioranza del popolo italiano aveva una mentalità che si uniformava ai valori dello Stato unitario originato dal Risorgimento. Tutto ciò in un contesto in cui le forze politiche dominanti, laiche e clerico-socialcomuniste, da tempo lavoravano alla disgregazione dei valori dello Stato unitario. In quella circostanza, uno scherzo della Storia volle che, a presiedere il Comitato per il Centenario fosse il democristiano di sentimenti risorgimentali Giuseppe Pella, un italiano coraggioso, che da Presidente del Consiglio, nel sanguinoso novembre 1953, difese la italianità di Trieste dalle mire egemoniche slavo-comuniste di Tito, dall’arroganza britannica e dalla complice indifferenza americana. Per quel sussulto di italianità e dignità nazionale, dopo poco più di quattro mesi di governo, Pella venne silurato nel gennaio 1954.

Quanto all’abusata vulgata che Veneziani pare condivida, secondo cui “a sud non volevano l’Italia unita, anzi la colonizzazione del sud ad opera dei piemontesi”, bisogna essere chiari. Si trattò veramente di “colonizzazione” o di un qualcosa di differente, vista la novità epocale che certo poteva generare in quel momento confusione e diffidenza per il nuovo assetto che si andava a costruire? Cosa che valeva per tutta l’Italia unita. Quindi, si trattò veramente di “colonizzazione del sud ad opera dei piemontesi”?

Eppure una delle menti, se non l’unica mente della Spedizione dei Mille fu un certo Francesco Crispi che, fino a prova del contrario non era lombardo, ma genuinamente siciliano; sinceramente dubitiamo che per formazione ideologica e temperamento il repubblicano Crispi fosse personaggio tale da farsi colonizzare.

Inoltre, cosa significa asserire che “Garibaldi fu la Bestia nera per i cattolici più devoti a Santa Madre Chiesa”? Che il Risorgimento e lo Stato unitario che ne derivò furono anti “Santa Madre Chiesa”? Crediamo proprio di no visto che, lo Statuto Albertino, Carta fondamentale dell’Italia unita, in sintonia con il Credo religioso del popolo italiano, all’art. 1 stabiliva: “La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi”.

Eppure, con la proclamazione dell’Unità d’Italia nel 1861, per quanto la Banca Nazionale del Regno cominciò ad estendersi in tutta Italia, lo Stato non penalizzò il centro-sud tant’è che consentì a tre istituti di emissione di antiche origini, di svolgere la propria attività: Banca dello Stato Pontificio (dal 1870 Banca Romana), Banco di Napoli (fino al 1860 Banco delle Due Sicilie), Banco di Sicilia (fino al 1860 Banco dei Reali Dominii al di là del Faro). Dov’è la colonizzazione in tal caso?

Non dimentichiamo, inoltre, che il citato Statuto Albertino, non annoverò norme e disposizioni transitorie tese a perseguitare chiunque avesse promosso e diretto movimenti o gruppi intenzionati a ricostituire il Regno delle due Sicilie o lo Stato Pontificio.

E fu volutamente “colonizzato” al sud, dai suoi avi, colui che fu fatto nascere a Napoli nel 1869, e che dal 1900 al 1946 resse le sorti d’Italia in qualità di Sovrano, Vittorio Emanuele III?

Inoltre, il messaggio unitario, in quella Italia risorgimentale, dove certo bisognava“fare gli italiani”, era talmente autentico e genuino che nel famoso “Cuore” di De Amicis lo scolaro “piccolo italiano nato a Reggio di Calabria” emigrato con la famiglia a Torino, in nome dell’Unità, veniva abbracciato, sotto gli occhi vigili del maestro Perboni, dal suo compagno di classe, il piemontese Derossi.

Negli anni Sessanta della Repubblica nata il 2 giugno 1946 appariranno nel nord Italia dei cartelli ignobili ed anti libro “Cuore” troneggianti su alcuni portoni: “Non si affitta ai meridionali”.

E possono dirsi “colonizzati” due personaggi storici del profondo sud, come il pugliese – conterraneo di Veneziani – Antonio Salandra ed il siciliano Vittorio Emanuele Orlando che portarono a compimento il difficile percorso unitario?

Il primo, in qualità di Presidente del Consiglio, nel maggio 1915 portò l’Italia nell’arena della IV Guerra di Indipendenza ovvero il Primo Conflitto Mondiale; il secondo, da Capo di Governo condusse l’Italia alla Vittoria nel novembre 1918. Erano gli eredi di quella tradizione risorgimentale, patriottica e non patriottarda, nazionale e non nazionalista, liberale e non liberista.

Ed era “colonizzato” il centrosud che, maggioritariamente, nel controverso Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 fece trionfare la Monarchia Sabauda?

Siamo talmente al festival delle ovvietà, che nel recente Festival di Sanremo hanno chiamato una simpaticissima nonnina di 106 anni, Gianna Capaldi Pratesi, per farle chiedere, tra l’altro, da Carlo Conti, per chi avesse votato nel Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 fra Monarchia e Repubblica:

Repubblicaaa” ha affermato la splendida nonnina. Che sorpresa! Secondo voi chi avrebbero dovuto chiamare, una nonnina che votò Monarchia?

Pur rispettandone il pensiero, di Veneziani alla fine sconcerta quel suo sottolineare che: “all’Italia dei monumenti equestri di Garibaldi preferisco l’Italia delle piazze antiche, delle torri e delle cattedrali, l’Italia dei contadini, degli artisti e dei poeti, l’Italia romana e cattolica, medievale e rinascimentale, anche barocca; e l’Italia dei borghi e del sud, solare e mediterraneo, più che sudamericana e filo-inglese, come la sognava Garibaldi. Alla vecchia Italia garibaldina preferisco quella antica, dantesca!”.

Perché separare la Tradizione Religiosa e Culturale dell’Italia da quella Cultura della Nazione che è essenza e fondamento alla base di una comunità?

Eppure viviamo in un paese culturalmente arido, soffocato dai passi schiaccianti e cadenzati del politicamente corretto in perfetta simbiosi con le censure a senso unico dove, parlare di Storia e disquisire di Cultura è impresa ardua.

Non a caso, attualmente, primeggia chi, autoproclamatosi giudice distruttore di uomini, eventi e fatti storici, quale depositario della verità a senso unico, imprigiona la Storia, la taglia a fettine e la interpreta partiticamente a modo suo, conformandola alla nuova corrente del pensiero unico dominante che possiamo definire delle 3III, ovvero Ignoranza, Incultura, Ideologia. Di conseguenza assistiamo a cambi di intitolazione di piazze e di strade sol perché il personaggio storico tal dei tali, in epoca remota, avendo adottato un provvedimento che non piace al politico odierno, deve essere cancellato dalla toponomastica perché divisivo.

I militanti delle 3 III ignorano, però, che seppur lentamente, la Storia prima o poi si presenterà per l’inequivocabile giudizio. E, nel manifestarsi, lo farà come la Signora Morte: non sappiamo il momento e l’ora in cui si presenterà!

Michele Salomone