Il Palazzo dell’Aeronautica di Roma: un colosso tecnologico costruito in due anni
Il 28 ottobre 1931 veniva inaugurato a Roma il Palazzo dell’Aeronautica, gigantesca opera voluta dall’allora Ministro dell’Arma Azzurra Italo Balbo, realizzata in soli due anni, ancora oggi troneggiante nel viale dell’Università. È da precisare che poco dopo la morte di Balbo, avvenuta a Tobruk nel giugno 1940, giorni dopo l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, il viale antistante Palazzo Aeronautica fu intitolato, fino al 1944, proprio da Italo Balbo.
Al fine di approfondire vari aspetti della monumentale realizzazione, abbiamo rivolto alcune domande all’architetto Simone De Bartolo storico dell’Arte, autore di vari studi che hanno riguardato anche l’architettura del Ventennio fascista.
Architetto De Bartolo, nei suoi studi lei afferma che il Palazzo del Ministero dell’Aeronautica rappresenta un punto di svolta nella progettazione dei palazzi ministeriali. Per quale ragione?
«Il Palazzo dell’Aeronautica può essere considerato una sorta di ponte, o di anello di congiunzione, fra tradizione e innovazione. I grandi palazzi ministeriali costruiti a Roma dopo l’Unità d’Italia erano generalmente caratterizzati da un linguaggio neorinascimentale o eclettico. All’inizio del Novecento comparvero anche elementi Liberty, perlopiù circoscritti agli apparati decorativi e agli ambienti di rappresentanza. Negli anni successivi al Palazzo dell’Aeronautica, invece, le nuove sedi amministrative si orientarono progressivamente verso linguaggi novecentisti, razionalisti o comunque decisamente moderni. L’edificio voluto da Italo Balbo occupa una posizione intermedia. Da un lato abbandona il repertorio storicista di archi, colonne e ornati applicati; dall’altro non aderisce integralmente al Razionalismo e non rinuncia alla monumentalità. Balbo, ferrarese per nascita e formazione culturale, guardava con interesse alle architetture del Quattrocento padano, caratterizzate da masse compatte, superfici ordinate e un forte senso della misura. Il palazzo presenta quindi un impianto sostanzialmente classico, ma privato della decorazione ridondante. Ciò non significa che l’ornamento sia stato abolito. Le decorazioni sono poche, selezionate e strettamente connesse alla funzione dell’edificio. Si tratta di quelli che potremmo definire ornamenti parlanti, capaci di rendere immediatamente riconoscibile la destinazione del palazzo. L’esempio più evidente è costituito dalla grande aquila posta sul coronamento, le cui ali spiegate assumono una forma che richiama quelle di un aeroplano. È un’immagine sintetica e icastica, non un’aggiunta puramente ornamentale. La modernità dell’edificio emerge soprattutto nell’organizzazione funzionale, nell’impiego esteso del cemento armato e nella dotazione tecnologica. Per queste ragioni il Palazzo dell’Aeronautica segna il passaggio dal tradizionale ministero ottocentesco a una nuova concezione della sede amministrativa».
Come nasce l’architettura fascista se si può parlare di architettura fascista?
«È una domanda complessa, alla quale critici e storici dell’architettura hanno fornito risposte differenti. La prima difficoltà consiste nello stabilire che cosa si intenda per “architettura fascista”. Se con questa espressione indichiamo, in senso cronologico, l’architettura realizzata in Italia tra il 1922 e il 1943, dobbiamo includere tendenze molto diverse: l’Eclettismo monumentale, il Classicismo semplificato, il Novecento, il Razionalismo, il Futurismo e numerose esperienze regionali difficilmente riconducibili a una sola categoria. Una parte della critica del secondo dopoguerra, in particolare quella più vicina al Movimento Moderno, ha contrapposto il Razionalismo alle correnti tradizionaliste, interpretando queste ultime come espressione della componente più conservatrice del regime. In questo quadro, architetti come Cesare Bazzani e Armando Brasini furono spesso liquidati come “passatisti”, mentre Marcello Piacentini venne accusato di avere compromesso le aspirazioni dell’architettura moderna attraverso una mediazione monumentale e classicista. Oggi tale lettura appare per quel che è, ossia fuorviante e falsa. Nell’architettura del Ventennio convissero infatti tradizione e modernità, talvolta all’interno del medesimo edificio. Il regime non adottò immediatamente un linguaggio unico e favorì, in momenti diversi, orientamenti anche molto distanti fra loro.
L’architettura italiana di quel periodo, inoltre, non nacque ex abrupto. Essa proseguì e trasformò un dibattito avviato già dopo l’Unità d’Italia, quando si pose il problema di definire uno stile rappresentativo della nuova nazione. Nei primi anni del Novecento tale dibattito si intrecciò con quello sulla modernità, alimentato dall’introduzione del cemento armato, dall’espansione delle città e dalla comparsa di nuove tipologie edilizie. Molti architetti, con Marcello Piacentini in posizione centrale, individuarono una possibile soluzione nel cosiddetto classicismo semplificato. Le regole compositive della tradizione — simmetria, equilibrio delle masse, centralità degli ingressi, scansione gerarchica delle facciate — vennero conservate, mentre l’apparato ornamentale fu progressivamente ridotto. I materiali, tanto tradizionali quanto moderni, acquistarono una nuova importanza espressiva. Le decorazioni sovrabbondanti del tardo Eclettismo e del Liberty furono così sostituite da superfici più compatte, ordini architettonici semplificati e motivi simbolici essenziali. Negli anni Trenta questo linguaggio entrò in rapporto con le ricerche razionaliste, dando origine a numerose soluzioni intermedie. Identificare tutta l’architettura del Ventennio con il Razionalismo sarebbe quindi un errore. Il Razionalismo ne rappresenta una componente importante, ma non l’unica».
Quanto Futurismo e Fascismo si sono incontrati ed influenzati in trema di architettura?
«Meno di quanto comunemente si pensi, almeno sul piano delle opere effettivamente realizzate. Il Futurismo esercitò una notevole influenza sull’immaginario fascista attraverso l’esaltazione della velocità, della macchina, dell’aviazione, dell’energia e della trasformazione urbana. I rapporti fra futuristi e Fascismo furono però complessi e non privi di contrasti. Inoltre, la distanza fra la forza dei manifesti programmatici e il numero relativamente limitato delle architetture costruite rimase considerevole. Antonio Sant’Elia, morto nel 1916 durante la Prima guerra mondiale, lasciò soprattutto disegni e progetti visionari. Fra gli architetti attivi durante il Ventennio, Angiolo Mazzoni aderì ufficialmente al Futurismo e ne tradusse alcune istanze attraverso l’impiego audace dei materiali, del colore e delle forme dinamiche. La sua attività riguardò soprattutto stazioni ferroviarie, centrali termiche e palazzi postali, ossia edifici connessi alla comunicazione, al movimento e alla velocità. Per gli edifici destinati a rappresentare direttamente lo Stato — ministeri, municipi e grandi sedi istituzionali — vennero generalmente preferiti linguaggi più solenni: classicismo semplificato, stile Novecento e, successivamente, Razionalismo monumentale. Un discorso a parte meritano le Case del Fascio e le Case del Balilla, che costituirono un terreno di sperimentazione molto più articolato. In questi edifici si incontrano soluzioni eclettiche, novecentiste, razionaliste e, più raramente, propriamente futuriste. La celebre Casa del Fascio di Como di Giuseppe Terragni, ad esempio, appartiene al Razionalismo e non al Futurismo».
Mussolini intervenne direttamente nella definizione dell’architettura fascista?
«Mussolini seguì con attenzione le grandi trasformazioni urbane e architettoniche promosse dal regime, approvando personalmente numerose opere e intervenendo talvolta nella scelta dei progetti. Non elaborò, tuttavia, una dottrina estetica organica e vincolante paragonabile a quella imposta nella Germania nazionalsocialista o, in forme differenti, nell’Unione Sovietica staliniana.Il Fascismo non adottò un unico stile ufficiale. Mussolini mostrò interesse tanto per la monumentalità classica quanto per alcune manifestazioni dell’architettura moderna. Questa ambivalenza contribuì alla convivenza, e talvolta alla competizione, fra classicisti, razionalisti, novecentisti e futuristi. Il suo benestare fu decisivo per singoli programmi, come il Foro Mussolini, la Città universitaria di Roma e l’Esposizione Universale prevista per il 1942, dalla quale nacque il quartiere dell’EUR. Per la concreta definizione dei progetti si affidò però a tecnici, artisti e organizzatori culturali. Fra questi ebbero un ruolo centrale Marcello Piacentini, figura dominante dell’architettura ufficiale, e Cipriano Efisio Oppo, pittore, critico e organizzatore culturale. Entrambi esercitarono funzioni di coordinamento nell’ambito dell’E42.Piacentini non fu semplicemente l’esecutore di direttive impartite dall’alto. Era già un professionista affermato prima dell’avvento del Fascismo: basti ricordare la sua partecipazione all’Esposizione internazionale di Roma del 1911. Durante il Ventennio seppe interpretare efficacemente le esigenze di rappresentanza del regime e divenne un fondamentale mediatore fra cultura accademica, monumentalità classica e istanze moderne. Dopo la guerra, pur attraversando una fase di inevitabile ridimensionamento, continuò a insegnare e a svolgere attività professionale, soprattutto grazie alla sua amicizia con l’onorevole Giulio Andreotti».
Come fu possibile realizzare Palazzo dell’Aeronautica in meno di due anni? Non si trattò, peraltro, di un caso isolato visto che la celerità nelle costruzioni era una costante di quel periodo.
«Una risposta tecnicamente completa richiederebbe le competenze di uno storico delle costruzioni e un esame approfondito della documentazione di cantiere. Possiamo tuttavia individuare alcuni fattori decisivi. In primo luogo, il progetto beneficiò di una committenza forte e di una catena decisionale relativamente breve. Balbo seguì personalmente l’iniziativa e impose tempi serrati. In secondo luogo, l’uso sistematico del cemento armato consentì di procedere con rapidità nella realizzazione delle strutture. Furono inoltre determinanti la concentrazione di maestranze e risorse, l’organizzazione simultanea delle diverse fasi di lavoro e la standardizzazione di numerosi elementi costruttivi. Il cantiere non deve quindi essere considerato il risultato di un generico “miracolo”, ma di una precisa organizzazione produttiva e amministrativa. Il completamento in meno di ventiquattro mesi resta comunque un risultato eccezionale per un edificio di tali dimensioni»
Perché la progettazione venne affidata a Roberto Marino, giovane allievo di Piacentini e Giovannoni?
«L’incarico non venne assegnato attraverso un concorso, ma direttamente a Roberto Marino, che all’epoca aveva appena ventotto anni. La scelta fu certamente inconsueta per un’opera di tale importanza. Balbo desiderava un progettista giovane, capace di interpretare l’immagine dinamica e moderna della più giovane fra le Forze Armate italiane. La decisione rispondeva inoltre alla volontà di procedere rapidamente, evitando i lunghi tempi richiesti da una competizione nazionale. Ciò non significa che durante il Ventennio il concorso fosse una pratica marginale. Al contrario, molti importanti edifici pubblici furono progettati attraverso concorsi, spesso caratterizzati da un ampio dibattito e dalla partecipazione dei principali architetti italiani. Marino proveniva dalla Facoltà di Architettura di Roma, nella quale insegnavano personalità come Marcello Piacentini, Gustavo Giovannoni, Enrico Del Debbio e Vincenzo Fasolo. Quella che viene comunemente definita “scuola romana” non presentava però un indirizzo stilistico unitario.
Piacentini era particolarmente attento alle esperienze europee e alla possibilità di conciliare modernità e tradizione. Giovannoni studiava l’architettura storica e il rapporto fra nuovi interventi e tessuto urbano; Del Debbio sviluppava una monumentalità severa, vicina per alcuni aspetti al Novecento; Fasolo reinterpretava liberamente modelli tratti soprattutto dall’architettura romana barocca e settecentesca. A queste personalità si affiancavano architetti come Armando Brasini, fautore di una visionaria monumentalità neobarocca, e Cesare Bazzani, legato a un classicismo solenne e celebrativo. Parlare di “scuola romana” è dunque utile per indicare un ambiente culturale e formativo, non l’esistenza di uno stile uniforme. Marino seppe assimilare questa pluralità di esperienze e tradurla in un edificio moderno sotto il profilo tecnico e funzionale, ma ancora legato alla chiarezza compositiva della tradizione classica».
Quanto contribuì Balbo alla ideazione tecnologica del Ministero?
«Balbo attribuiva un’importanza fondamentale all’efficienza e desiderava che la sede del Ministero rappresentasse la modernità tecnologica dell’aviazione italiana. Non possiamo attribuirgli personalmente la progettazione dei singoli impianti, che spettò naturalmente ai tecnici, ma fu lui a definire l’indirizzo generale e a richiedere un edificio capace di rendere rapide le comunicazioni interne. La posta pneumatica consentiva di trasferire documenti e messaggi fra i diversi uffici attraverso una rete di tubazioni. Gli ascensori paternoster, costituiti da cabine in movimento continuo, permettevano invece un rapido collegamento verticale fra i piani. Queste soluzioni non avevano soltanto una funzione pratica: comunicavano anche l’immagine di un’amministrazione giovane, efficiente e tecnologicamente avanzata, in aperto contrasto con il modello del ministero ottocentesco».
Risultò efficace la separazione degli uffici dagli spazi distributivi, realizzata mediante tramezzi vetrati?
«L’uso di tramezzi vetrati rispondeva a diverse esigenze. Favoriva la diffusione della luce negli ambienti interni, rendeva più flessibile la suddivisione degli spazi e facilitava la comunicazione visiva fra uffici e corridoi. Questa organizzazione consentiva anche un controllo più immediato del personale, secondo una concezione gerarchica e disciplinata del lavoro amministrativo. Parlerei tuttavia con cautela di struttura “panottica”, termine che rimanda a un modello preciso e difficilmente applicabile all’intero edificio. Più propriamente, si trattava di rendere l’attività degli uffici visibile, coordinata e verificabile, riducendo l’isolamento dei singoli ambienti. Anche sotto questo aspetto, il palazzo esprimeva l’intenzione di sostituire alla tradizionale frammentazione burocratica un’organizzazione più razionale ed efficiente».
Ultima domanda. Terremoto del 1980: diversi edifici costruiti durante il Ventennio resistettero, mentre fabbricati più recenti al 1980 subirono gravi danni o crollarono. Come si può spiegare questo fenomeno?
«Il comportamento di una costruzione durante un terremoto dipende da numerosi fattori: concezione strutturale, materiali, qualità dell’esecuzione, caratteristiche del terreno, regolarità della pianta, modifiche successive, manutenzione e distanza dall’epicentro. Il terremoto dell’Irpinia del 1980 mise in evidenza gravi carenze in una parte del patrimonio edilizio, soprattutto moderno. In alcuni edifici del dopoguerra pesarono la cattiva qualità dei materiali, l’insufficienza dei dettagli costruttivi, la mancanza di adeguati criteri antisismici e, in determinati casi, irregolarità o speculazioni edilizie».
Grazie architetto De Bartolo.
Michele Salomone
Per chi intende approfondire i suoi studi rimandiamo ad alcuni suoi libri in tema.
Arte e Fascismo. Guida all’Arte del Ventennio
Architettura del Ventennio. Palazzi di Roma