Rieducare in carcere: la sfida quotidiana della Casa Circondariale di Bari
Prision Cells at Old Idaho Penitentiary in Boise, Idaho
La funzione rieducativa della pena rappresenta uno dei cardini dell’articolo 27 della Costituzione italiana, che stabilisce alcuni criteri fondamentali in materia penale, tra cui la responsabilità personale e la presunzione di non colpevolezza. Il terzo comma, in particolare, afferma che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Ma come si traduce concretamente questo principio nella vita quotidiana di un istituto penitenziario? Quali sono le sfide, le opportunità e gli ostacoli che caratterizzano il percorso di responsabilizzazione e reinserimento delle persone detenute?
Ne parliamo con il dott. Ottavio Casarano, Direttore della Casa Circondariale di Bari.
Direttore, potrebbe presentare ai nostri lettori il Suo ruolo e spiegare quali sono le principali responsabilità alla guida della Casa Circondariale di Bari?
Il carcere è un microcosmo, dove ci sono ogni giorno accadimenti, persone diverse, con culture diverse, storie diverse, dove gli ospiti ovviamente permangono malvolentieri; un luogo di coazione che presenta le problematiche evidenziate già nella seconda metà del secolo scorso, comuni alle cc.dd. istituzioni totali. Il direttore coordina i diversi settori in cui l’organizzazione è divisa, deve metterli in comunicazione, e deve mettere in pratica gli obiettivi assegnatigli con l’incarico, tenendo come punti fermi i principi stabiliti dalla Costituzione e dalla normativa, sovranazionale ed interna.
Gestire un istituto penitenziario significa coniugare sicurezza, organizzazione e attenzione alla persona. Quali sono gli aspetti più importanti del Suo lavoro quotidiano?
L’attenzione alle persone include i nuclei familiari. Purtroppo la carcerazione incide e si ripercuote spesso su tutta la famiglia, non solo sui detenuti, e direi che si è chiamati a prestare un’attenzione particolare anche a questa multilateralità del rapporto, tra esecuzione penale, detenuto, da un lato, e familiari dall’altro. Poi ci sono i rapporti con la società esterna, con l’associazionismo, con i volontari, con i difensori, con le autorità giudiziarie, con gli organi di garanzia, tutte relazioni che costituiscono la rete con cui il direttore entra in comunicazione, oltre ovviamente al quotidiano confronto con i collaboratori, amministrativi o della Polizia Penitenziaria. Direi che l’attenzione, l’ascolto, la presenza, il tentativo di composizione e di mediazione delle diverse istanze, sono gli
aspetti che caratterizzano il quotidiano.
La Casa Circondariale non è soltanto un luogo di detenzione, ma anche uno spazio in cui possono svilupparsi percorsi di crescita personale. Quali attività e iniziative vengono promosse dall’istituto in questa direzione?
Direi che in una casa circondariale, in cui il tempo di permanenza è più breve rispetto alle case di
reclusione (destinate ai detenuti definitivi che hanno pene più consistenti da scontare) realisticamente il personale oggi lavora sull’emergenza, e di fondo il primo obiettivo è di prevenire una decrescita, una involuzione che l’esperienza detentiva può causare nella persona coinvolta. Per impedire questa decrescita, la deriva che una detenzione può comportare e che può avere come epilogo anche gravi eventi critici, si mettono in campo le iniziative di promozione dell’istruzione, di crescita culturale, di avvio alle attività lavorative disponibili comuni un po’ a tutti gli istituti.
Quanto è importante offrire alle persone detenute occasioni di studio, formazione e lavoro?
Per quanto detto in premessa, e per prevenire la recidiva nel reato, è ovviamente condizione imprescindibile il riempimento di contenuti del periodo di detenzione, contenuti costruttivi, attraverso i quali destrutturare stili di vita antecedenti, mediante l’acquisizione di nuovi valori, rispetto a quelli sposati con la scelta di devianza, il rispetto dell’altro, il senso civico, la riflessione esistenziale, la consapevolezza di avere un posto nella società libera, anche provenendo da un contesto molto spesso svantaggiato, a volte obiettivamente da condizioni di partenza nella vita sperequate.
Quali opportunità sono oggi maggimmente significative all’interno della struttura?
La convivenza pacifica, la solidarietà, la volontà di cimentarsi in qualcosa di diverso, la volontà di essere se stessi, non comprimendo le opportunità altrui.
Non farò un elenco delle iniziative, ma direi che una opportunità è anche quella di fare una partitella di calcio in un angusto cortile di cemento, senza litigare, farsi male per un contrasto di gioco, e rispettando chi non ci sta giocando in quel momento.
Quanta misura e senso di responsabilità servono per raggiungere questo obiettivo? La vita in carcere coinvolge molte professionalità diverse. Come si realizza la collaborazione tra direzione, Polizia penitenziaria, area educativa, operatori sanitari e volontari?
Prima di tutto stabilendo che gli obiettivi si raggiungono insieme, che nessuno è più importante dell’altro, e con la consapevolezza che anche se si blocca l’ultima ruota del carro, si avrà uno scossone e non si procederà.
Quale rapporto esiste tra la Casa Circondariale e il territorio esterno?
Vengo da esperienze maturate prevalentemente al Nord, ma anche al Centro e nella Capitale. Credo che ogni territorio offra le sue possibilità, le sue risorse. L’apertura al territorio, che è un presupposto di normalità del clima penitenziario nonché precondizione dell’avvio di molti percorsi, implica che si deve fare entrare il territorio in carcere, ma anche che bisogna aderire alle occasioni di contatto all’esterno. Per quest’ultimo profilo è importante la condivisione degli uffici superiori, un comune sentire.
Quanto sono importanti le collaborazioni con associazioni, enti e realtà lavorative per creare collegamenti con la società?
Sono gli strumenti con cui tradizionalmente, dalla legge di riforma in poi, ma forse anche prima, si sono creati contatti con la società, per renderla partecipe di questa cosa che esiste, il processo penale, la ricerca della responsabilità, la reazione dello Stato alla violazione della legge.
Uno degli aspetti più delicati della detenzione riguarda il mantenimento della dimensione umana della persona. Come viene favorito il rapporto con la famiglia e con gli affetti?
Con la estensione nei limiti del consentito, e del sostenibile per l’apparato e per le risorse umane, delle diverse forme di contatto, visivo, telefonico, con videochiamata, etc.
Lavoreremo alla predisposizione di uno spazio per lo svolgimento dei colloqui intimi non appena possibile, ci sono delle ristrutturazioni in corso e il grado di sovraffollamento finora non lo ha permesso.
All’interno dell’ istituto sono presenti anche figure di assistenza religiosa e spirituale. Quale ruolo svolgono nella quotidianità del carcere e nel sostegno alle persone detenute?
Un ruolo importante; la dimensione religiosa è stata sempre presente nella carcerazione; la cappellania del carcere a Bari è tradizionalmente curata da Santa Fara. Abbiamo un ottimo dialogo con il Cappellano, e l’Arcivescovo di Bari è molto vicino a questa comunità, contraddistinta dall’ecumenismo e ovviamente dalla possibilità di praticare i diversi credo religiosi. La cappella è spesso usata anche per attività trattamentali, in assenza di altri spazi adeguati. Potremmo dire a questo proposito che ogni espressione costruttiva della persona ha insito un che di religioso.
Quali sono oggi le principali difficoltà nella gestione di un istituto penitenziario e quali aspetti richiederebbero maggiore attenzione e investimento?
Ogni istituto ha difficoltà di gestione comuni a tutti, e proprie difficoltà specifiche. Bari ha una struttura che quest’anno compie un secolo, progettata quando la concezione della pena era parzialmente diversa, e ha problemi di spazi trattamentali, di frequenti necessità di interventi manutentivi. Una difficoltà aggiuntiva deriva dalla insistenza, nel carcere, di una struttura sanitaria che serve il bacino del meridione, ma dove arrivano anche detenuti dal resto d’Italia, per problematiche sanitarie; si tratta di detenuti portatori di patologie anche gravi, per i quali sono necessari anche frequenti invii in ospedale, che impegnano severamente il personale per le movimentazioni e i piantonamenti ospedalieri. Si deve avere quindi una maggiore flessibilità di impiego del personale nel corso della giornata, rivedendo continuamente la programmazione dei posti di servizio.
Secondo la Sua esperienza, quali condizioni possono permettere a una persona detenuta di affrontare il futuro con maggiore consapevolezza e responsabilità?
Il confronto con gli altri, con le loro esperienze. Misurarsi con un contesto diverso da quello da cui provieni può essere, in carcere, un’occasione o la perdizione. Ecco l’importanza di guidare, supportare i detenuti, coinvolgendoli nelle attività presenti, promuovendo il rispetto delle regole di convivenza.
Nella mia esperienza una applicazione prolungata a percorsi di studio e di lavoro ha sempre favorito un drastico abbattimento della recidiva, ed un vero percorso di cambiamento delle persone, che spesso non avevano neanche avuto occasione fuori di sperimentarli.
Il carcere spesso viene conosciuto dall’esterno soprattutto attraverso le sue criticità. Quali aspetti del lavoro quotidiano degli istituti penitenziari ritiene siano meno conosciuti dall’opinione pubblica?
Non saprei dire se davvero il carcere non è conosciuto all’esterno. Non sarà forse un luogo comune? Credo che forse sia misconosciuto l’impegno e il sacrificio richiesto da questo lavoro non solo alla Polizia penitenziaria, quotidianamente impegnata dentro le sezioni detentive o sulle strade nelle traduzioni o nei palazzi di giustizia e negli ospedali, ma a tutti quelli che lavorano in carcere. Di quanto possa invadere anche il tempo libero all’esterno e la tua quotidianità, quando esci, a fine turno. Forse questo aspetto non è conosciuto abbastanza.
Quali cambiamenti potrebbero contribuire a rendere il sistema penitenziario più efficace nel rispondere alle esigenze delle persone detenute e della società?
La perequazione sociale, il perseguimento del welfare, l’inclusività, la promozione del rispetto nei programmi scolastici dalle primissime fasi della vita educativa, seri investimenti nella logistica necessaria ad assicurare a tutti la gradualità della pena, anche a chi per censo non dispone di un riferimento abitativo c.d. idoneo.
Dopo la Sua esperienza alla guida della Casa Circondariale di Bari, quale messaggio vorrebbe lasciare ai cittadini sul significato della pena e sul ruolo del carcere oggi?
Anche se ho trascorso quasi 30 anni in molte carceri di diverse regioni, la mia esperienza nel carcere di Bari è ancora relativamente breve, e comunque non lascerei nessun messaggio ai consociati, tranne quello che in carcere possono finire tutti, e che in ogni persona che finisce in carcere, come in tutti gli uomini, c’è del male ma anche del bene
Cinzia Notaro