Il welfare della questua e il dramma dell’aborto: la lezione della Legge 194 e il paradosso degli embrioni

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La maternità italiana ridotta a una trattativa contabile. Così l’illusione del bonus “una tantum” umilia le donne, lo Stato abdica al dovere di difendere la vita, trasformando l’aborto in una sbrigativa soluzione di ripiego. Di fronte al declino demografico e al dramma silenzioso dell’interruzione di gravidanza, la risposta delle istituzioni si è arenata nella logica della questua. La provocazione drammatica insita nella frase “250 euro e vengo via” non è solo uno slogan amaro, ma una fotografia del fallimento morale di un sistema che monetizza la disperazione. 

Ridurre il valore di una vita nascente e il destino di una madre a un misero calcolo di liquidazione significa arrendersi all’idea che l’aborto sia un esito inevitabile, un mero dato statistico da gestire con i decimali del bilancio pubblico anziché una ferita sociale da sanare. 

Liquidare il supporto alla genitorialità con interventi frammentari, voucher a tempo e sussidi spot non è welfare: è un anestetico politico che pulisce la coscienza dello Stato lasciando intatta la solitudine delle donne. Un bonus temporaneo non cancella la precarietà lavorativa, non apre le liste d’attesa degli asili nido e non restituisce la dignità sottratta dal ricatto del bisogno. Quando la nascita di un figlio viene trattata come un’emergenza economica da tamponare con un assegno una tantum, la genitorialità viene declassata a transazione commerciale. 

Le madri non cercano un prezzo di riscatto per tirare avanti un mese in più; cercano condizioni strutturali per accogliere la vita senza lo spettro della miseria o dell’emarginazione professionale. L’assistenzialismo assiste la sconfitta, non costruisce il futuro. La cifra di 250 euro ricorre da tempo nel dibattito della Chiesa italiana, ma con una accezione radicalmente opposta a quella della “pubblicità” assistenziale, come proposta per un sostegno strutturale e continuativo, e non una tantum. 

Durante la sua presidenza alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI), il Cardinal Angelo Bagnasco propose formalmente, nei suoi interventi ad i Consigli Episcopali, l’introduzione di un “quoziente parma” o di un sussidio nazionale. Quantificato dai tecnici cattolici in circa 250 euro al mese per figlio, tale intervento era concepito come misura fondamentale e permanente per rimuovere le cause economiche dell’interruzione di gravidanza, dando piena attuazione preventiva all’Articolo 5 della Legge 194. Questa stessa cifra di 250 euro mensili è stata spesso citata da esponenti cattolici, tra cui Don Silvio Longobardi e i “custodi della vita”. Nelle loro analisi, questo importo viene legato ai successi concreti dei progetti dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV), dimostrando come un piccolo ma costante aiuto mensile sia sufficiente per “salvare una vita” e strappare una madre alla solitudine. 

Più volte Monsignor Vincenzo Paglia (Presidente della Pontificia Accademia per la Vita) ha ribadito che lo Stato e le associazioni hanno il dovere di applicare interamente la Legge 194 nella sua parte preventiva (anche se sarebbe auspicabile una revisione più radicale).

Utilizzando l’espressione “siamo tutti custodi della vita”, Mons. Paglia sottolinea la necessità di supporti economici concreti e continuativi (stimati attorno ai 200-250 euro) per azzerare l’indigenza. Sulla stessa linea, Don Fortunato Di Noto,  conosciuto ad i più come sacerdote di strada, fondatore dell’Associazione Mater, promuove l’idea di bonus di aiuto alla maternità da 250 euro al mese, evidenziando come una cifra simile, se garantita con stabilità, basti a dare serenità a una madre disperata, offrendole un’alternativa reale all’aborto. 

L’accettazione passiva dell’interruzione di gravidanza come “via d’uscita” ordinaria rivela una profonda ipocrisia culturale. L’aborto non può essere derubricato a conquista di libertà quando, nella stragrande maggioranza dei casi, rappresenta l’estremizzazione di una solitudine e di una costrizione materiale. Considerarlo una soluzione sbrigativa significa avallare la sconfitta della società, che preferisce cancellare il problema alla radice, piuttosto che farsi carico della complessità dell’accoglienza. 

Una comunità che si rassegna all’aborto come opzione standard per motivi economici o di isolamento sociale è una comunità che ha rinunciato a proteggere i suoi membri più vulnerabili e indifesi,  prima le madri (ad esempio soggetti di violenze) ed i nascituri individui senza parola. La vera alternativa a questa deriva non si compra con le elemosine di Stato, ma si costruisce su un sistema sociale autenticamente incentrato sulle famiglie e sulle donne. Se le istituzioni garantissero una rete di protezione permanente, non sulla carta, di quella ne abbiamo in abbondanza, l’aborto perderebbe la sua falsa veste di “scelta obbligata” per rivelarsi ciò che è: un dramma evitabile. 

La difesa della vita nascente si attua attraverso pilastri strutturali stabili e non negoziabili. Possiamo ipotizzare, asili nido totalmente gratuiti e capillari sul territorio, affinché la cura di un figlio non diventi un lusso insostenibile o una causa di esclusione, una reale condivisione dei tempi di cura per azzerare le discriminazioni nei colloqui di lavoro e tutelare l’occupazione femminile, contrasti severi alla precarietà e ai part-time involontari, assicurando che “una culla in casa non coincida mai più con una lettera di licenziamento sul tavolo”. 

Finché fare un figlio rimarrà il principale fattore di rischio di povertà nel nostro Paese, l’aborto continuerà a essere consumato nel silenzio di una burocrazia cinica. La libertà non ha un prezzo e non si esaurisce in un click-day. Per chi rifiuta la logica illuminista e progressista, il pensiero unico dominante, questa supremazia culturale, stabilire cosa sia giusto e cosa no dalla cultura woke, idottrinamento ideologico di un patrimonio intellettuale dello scarto, la vita non è una proprietà privata di cui disporre, ma un bene sacro, indisponibile e trascendente. 

Il concepito non ha valore perché “utile” o perché “ha un sistema nervoso maturo”, ma perché possiede un’anima, o semplicemente perché rappresenta il mistero e la sacralità della vita umana dal primo istante. 

Pertanto, ridurre la gravidanza ad un “uso forzato di organi” o a un “bilanciamento di interessi biologici” significa burocratizzare e materializzare l’evento più sacro dell’esistenza: la generazione di una nuova vita. Questa tendenza non può essere vista se non come una deriva, appunto “cultura dello scarto”, dove tutto si misura in base all’autonomia, all’efficienza e al benessere individuale, al contrario, si deve mettere al centro il dovere di solidarietà e il sacrificio. Vogliamo ricordare la frase di un politico prima repubblica, Fanfani, che riferendosi al divorzio ebbe a dire: “Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!” Ad ogni modo tra l’altro lo Stato tutela l’embrione, la Legge 40 del 19 febbraio 2004, ne vieta tassativamente la soppressione o la distruzione intenzionale degli embrioni crioconservati, indipendentemente dal tempo trascorso dal congelamento, non ne consente la sperimentazione clinica o la ricerca, a meno che non si tratti di interventi con finalità puramente terapeutiche e diagnostiche volte alla salute dell’embrione stesso. 

Una volta che l’ovocita è stato fecondato ed è avvenuta la formazione dell’embrione, l’uomo non può più revocare il proprio consenso al trasferimento nell’utero della donna. Se una coppia decide di non utilizzare più gli embrioni, o si separa, i centri di PMA non possono eliminarli. Vengono mantenuti nella criobanca della struttura ed  in caso di abbandono, presi in carico dal Registro Nazionale Embryo del Ministero della Salute. Se una coppia non è più rintracciabile o dichiara formalmente di rinunciare al progetto genitoriale, gli embrioni vengono definiti “adottabili” o abbandonati, per una eventuale adozione da parte di altre coppie fertili. 

Capite bene che, a questo punto parliamo di un Leviatano che contraddice se stesso, tutela dell’embrione,  aborto nei primi 90 giorni. Solo quando lo Stato smetterà di seguire le mode,  smetterà di fare cassa sulla pelle delle famiglie e investirà in tutele reali e durature, la maternità tornerà a essere un valore condiviso e protetto, e non un peso economico da liquidare con duecento euro e una firma in ospedale. E una vita avrà il valore che le spetta,  la sacralità.

Rodolfo Frassanito