La cancellazione della cristianità nel Nagorno-Karabakh approda in Parlamento
Certi silenzi pesano più delle parole. E l’assenza di una posizione italiana chiara sulla sorte del patrimonio cristiano armeno nel Nagorno-Karabakh rientra pienamente in questa categoria. L’on. Emanuele Pozzolo (Futuro Nazionale) ha annunciato il deposito di un’interrogazione parlamentare rivolta al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, chiedendo chiarimenti sulle denunce, rilanciate anche dall’arcivescovo Parghev Martirosyan: chiese distrutte, cimiteri profanati, tracce materiali di una presenza cristiana progressivamente cancellate nei territori oggi sotto controllo azero.
«Se i fatti saranno confermati», ha dichiarato Pozzolo, «ci troveremmo di fronte a dinamiche che evocano tragedie storiche come il Genocidio armeno. E su questo non possono esserci ambiguità». In realtà, tali fatti risultano già ampiamente documentati da un vasto corpus di relazioni, immagini e studi provenienti non solo da fonti armene, ma anche da istituzioni di ricerca internazionali indipendenti. Si parla da tempo di un vero e proprio processo di cancellazione culturale che interessa non solo l’Artsakh, ma anche il Nakhichevan, dove interi complessi monumentali risultano ormai scomparsi.
A fronte di ciò, le istituzioni europee hanno più volte espresso condanne formali, senza tuttavia riuscire a tradurle in strumenti vincolanti: prese di posizione che restano, di fatto, sul piano morale. Intanto il tempo agisce come fattore irreversibile, e ciò che non viene protetto rischia semplicemente di non esistere più.
La memoria, del resto, è spesso scomoda. Costringe alla coerenza, mette in discussione equilibri e priorità. Non si può ignorare che nel 2020, dopo la guerra dei quarantaquattro giorni, l’attuale Presidente del Consiglio italiano propose una missione UNESCO per la tutela del patrimonio armeno, evocando i “caschi blu culturali”. Già dal 2018 aveva più volte riconosciuto il Genocidio del 1915 e assunto posizioni nette contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.
Quelle dichiarazioni suscitarono allora apprezzamento nella diaspora armena e nella stessa Armenia, alimentando aspettative politiche. Oggi, però, resta una domanda aperta: si tratta di una memoria scomoda o di una memoria selettivamente dimenticata, in un contesto in cui gli equilibri energetici con Baku sembrano prevalere?
Pozzolo chiede risposte. Ma la storia armena attende chiarezza da molto più tempo.
Carlo Coppola