Legambiente: tutela ambientale e sostenibilità, la missione in Puglia

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Nata a livello nazionale nel 1980 e attiva sul territorio pugliese dagli anni ’80-’90, Legambiente si occupa di monitoraggio ambientale, tutela del mare e delle coste, denuncia di inquinamento e abusi, attività di educazione ambientale e interlocuzione con le istituzioni per politiche più efficaci nella gestione delle risorse naturali. Abbiamo rivolto alcune domande al Presidente dell’associazione, dott.ssa Daniela Salzedo, sulla  salvaguardia delle aree marine protette in Puglia e sul livello di inquinamento delle acque costiere.

Dott.ssa Salzedo, qual è oggi il livello di inquinamento delle acque costiere pugliesi rispetto alla media nazionale?

Partirei da una precisazione fondamentale: quando parliamo di mare dobbiamo distinguere tra balneabilità e stato complessivo dell’ecosistema marino.
Sul piano della balneazione, la Puglia oggi presenta dati molto positivi. Nel 2025 si conferma prima in Italia per qualità delle acque di balneazione, con il 99,7% dei tratti costieri classificati “eccellenti”, secondo i dati del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente elaborati sulla base delle analisi di ARPA Puglia. Il dato nazionale è comunque alto, pari al 95,7% di costa monitorata in classe eccellente, ma la Puglia è sopra la media italiana. Questo però non significa che tutto il mare pugliese sia esente da criticità: la balneabilità misura soprattutto parametri microbiologici legati alla salute dei bagnanti, mentre lo stato ambientale del mare comprende anche biodiversità, rifiuti, microplastiche, contaminanti chimici, consumo di suolo costiero, depurazione e pressione turistica. 

Quali sono le principali fonti di contaminazione: scarichi urbani, agricoltura o attività industriali?

Le principali fonti di contaminazione restano legate alle attività umane.
La prima criticità è legata sopratutto agli  scarichi abusivi, canali e foci che portano a mare contaminazione microbiologica. A questa si aggiunge l’agricoltura, che può contribuire con nutrienti, fertilizzanti, pesticidi e dilavamento dei suoli. Infine c’è il tema, ormai strutturale, dei rifiuti marini, soprattutto plastica, reti, polistirolo, imballaggi, mozziconi e materiali abbandonati che finiscono sulle spiagge o nei fondali.

Quali i punti critici monitorati da Goletta Verde  lungo le coste e se negli ultimi anni sono emersi miglioramenti o peggioramenti?

Goletta Verde ci restituisce un quadro complessivamente positivo, ma ci ricorda anche dove non dobbiamo abbassare la guardia.
Nel 2025 lungo le coste pugliesi sono stati monitorati 29 punti, tra costa ionica e adriatica, compresi alcuni punti critici come scarichi e foci. La quasi totalità dei campioni è risultata entro i limiti, mentre l’unica criticità rilevata è stata a Lama Monachile, a Polignano a Mare, poi oggetto di ulteriori controlli e attenzione. Questo ci dice che la situazione è migliore rispetto ad altre aree del Paese, ma i punti sensibili restano sempre gli stessi: foci, canali, scarichi, aree molto urbanizzate e zone sottoposte a forte pressione turistica estiva. Negli ultimi anni non parlerei di un peggioramento generalizzato, ma di criticità ricorrenti.
La Puglia ha fatto passi avanti sul fronte della depurazione e del monitoraggio, ma alcune fragilità continuano a ripresentarsi. Penso alle aree dove la pressione antropica è più forte, ai tratti costieri interessati da abusivismo, agli scarichi non sempre controllabili, alla gestione dei rifiuti e alla necessità di controlli continui, soprattutto nei mesi estivi. La qualità del mare va tutelata ogni giorno.

Quali gli illeciti ambientali più frequenti nel rapporto di Legambiente Mare Monstrum lungo le coste pugliesi, e quali i più difficili da fronteggiare?

Nel rapporto Mare Monstrum, Legambiente evidenzia da anni gli illeciti più frequenti lungo le coste italiane e pugliesi.
In Puglia le violazioni più ricorrenti riguardano l’abusivismo edilizio, il cemento illegale, l’occupazione abusiva del demanio, gli scarichi non autorizzati, la cattiva depurazione, la gestione illecita dei rifiuti, la pesca illegale e le infrazioni legate alla navigazione. Sono fenomeni diversi, ma hanno un elemento comune: consumano territorio, alterano gli ecosistemi, danneggiano la legalità e mettono a rischio un patrimonio naturale che appartiene a tutti. Gli illeciti più difficili da fronteggiare sono quelli strutturali.
L’abusivismo edilizio è difficile perché spesso richiede procedure lunghe, demolizioni, capacità amministrativa e volontà politica. Gli scarichi illegali sono difficili perché possono essere diffusi, nascosti e intermittenti. La pesca illegale richiede controlli costanti in mare, ma anche tracciabilità a terra. E poi c’è il turismo non sostenibile, che non sempre è illegale, ma può diventare una pressione enorme su coste, dune, fondali, fauna e aree protette.

Quali tipologie di inquinanti sono state evidenziate nei report di Legambiente nelle aree marine protette pugliesi, in particolare in Area Marina Protetta Torre Guaceto, Area Marina Protetta Isole Tremiti e nel Parco Nazionale del Gargano? Quali sono oggi le principali minacce e se queste aree riescono  a tutelare la biodiversità o soffrono ancora di carenza di risorse?

Per quanto riguarda le aree marine protette pugliesi, dobbiamo riconoscere il loro enorme valore naturalistico.
Torre Guaceto, le Isole Tremiti e il Gargano custodiscono habitat fondamentali: praterie di Posidonia oceanica, fondali rocciosi, grotte sommerse, specie ittiche, tartarughe marine e una biodiversità preziosa per tutto l’Adriatico. Anche lì arrivano plastica, rifiuti spiaggiati, reti e attrezzi da pesca abbandonati, polistirolo, scarichi, pressione nautica, ancoraggi non controllati, turismo intensivo e gli effetti della crisi climatica. Alle Tremiti, ad esempio, sono importanti i monitoraggi su Posidonia oceanica e Pinna nobilis, proprio perché queste specie e questi habitat sono indicatori della salute del mare. Le aree marine protette funzionano quando hanno risorse, personale, controlli, ricerca scientifica e comunità locali coinvolte; soffrono, invece, quando devono gestire pressioni crescenti con mezzi insufficienti.

In che stato si trova la fauna marina nelle coste e nelle aree protette pugliesi? Si osservano segnali di sofferenza o cambiamenti negli ecosistemi?

La fauna marina pugliese mostra segnali sia di vitalità sia di sofferenza.
La presenza e la nidificazione della tartaruga Caretta caretta sono segnali importanti. Con il progetto Life Turtlenest seguiamo l’evoluzione della vita di queste sentinelle del mare. L’aumento delle nidificazioni è anche legata al riscaldamento del Mediterraneo e ai cambiamenti negli habitat. Il nostro Centro di recupero delle tartarughe marine di Manfredonia ( che da 2007 ha curato e rimesso in mare oltre 1600 tartarughe) continua a ricevere animali feriti da ami, reti, collisioni, ingestione di plastica o stress ambientali. Questo ci dice che gli ecosistemi marini stanno cambiando e che dobbiamo leggere questi segnali con attenzione scientifica, senza semplificazioni.

C’è sufficiente controllo contro pesca illegale e turismo non sostenibile?

Sui controlli contro pesca illegale e turismo non sostenibile si fa molto, ma non basta.
Capitanerie di Porto, forze dell’ordine, enti gestori, ARPA, Comuni e associazioni svolgono un lavoro essenziale, ma le pressioni aumentano soprattutto d’estate. Servono più controlli in mare, più educazione ambientale, più campi boe per evitare l’ancoraggio sulla Posidonia, regole chiare per la nautica, tracciabilità della filiera della pesca e una gestione turistica che rispetti la capacità di carico dei luoghi. Il turismo è una risorsa solo se non consuma ciò che dovrebbe valorizzare.

La Direttiva Quadro ( principale normativa dell’Unione europea sulla gestione e protezione delle risorse idriche del 23 ottobre 2000 )  ha raggiunto il suo obiettivo principale ovvero quello di garantire  il buono stato ecologico e chimico di tutte le acque europee ?

La Direttiva Quadro Acque dell’Unione Europea non ha ancora raggiunto pienamente il suo obiettivo.
La direttiva del 2000 puntava al buono stato ecologico e chimico delle acque europee. È stata una normativa fondamentale, ma l’Europa è ancora lontana dal risultato previsto: secondo la Commissione europea, solo il 39,5% dei corpi idrici superficiali raggiunge un buono stato ecologico e solo il 26,8% un buono stato chimico. Le cause sono inquinamento, agricoltura intensiva, alterazioni dei corsi d’acqua, prelievi eccessivi, contaminanti chimici e crisi climatica. 

Come procede la politica dell’Unione Europea  ( Strategia Marina Europea  formalizzata con la Direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino 2008/56/CE ) volta a  proteggere e preservare l’ambiente marino ?

Anche la Strategia Marina Europea ha prodotto strumenti importanti, ma non ha ancora garantito il buono stato ambientale dei mari.
La Direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino ha introdotto un approccio ecosistemico, rafforzando monitoraggi su biodiversità, contaminanti, rifiuti marini, rumore subacqueo, specie aliene ed eutrofizzazione. Tuttavia, la Commissione europea riconosce che servono misure più efficaci, più dati, più coordinamento e più capacità di tradurre i piani in interventi concreti. Proteggere il mare non può restare un obiettivo formale: deve diventare una politica finanziata, controllata e misurabile. 

Quali evidenze esistono attualmente sull’impatto dell’aviazione e della navigazione marittima in termini di inquinamento atmosferico e marino?

Aviazione e navigazione marittima hanno impatti ambientali ormai documentati.
L’aviazione produce CO₂, ossidi di azoto, particolato e ha anche effetti climatici non legati direttamente alla CO₂, come quelli delle scie di condensazione e delle nubi alte generate dal traffico aereo. La navigazione marittima produce gas serra, ossidi di zolfo, ossidi di azoto, particolato e black carbon; inoltre incide sull’ambiente marino attraverso rumore subacqueo, rischio di sversamenti, acque di zavorra, rifiuti prodotti dalle navi e disturbo agli habitat. Per questo, come Legambiente, chiediamo che i nostri porti diventino davvero porti verdi. Significa incrementare l’elettrificazione delle banchine, il cosiddetto cold ironing, per permettere alle navi ferme in porto di spegnere i motori ausiliari e collegarsi alla rete elettrica da terra. Significa aumentare le energie rinnovabili nei porti, migliorare l’efficienza energetica delle infrastrutture, rafforzare i collegamenti ferroviari, ridurre il trasporto merci su gomma, migliorare la gestione dei rifiuti prodotti dalle navi e aumentare i controlli sulle emissioni. Bari, Brindisi, Taranto, Manfredonia e Gallipoli devono diventare non solo nodi economici e turistici, ma anche laboratori concreti di transizione ecologica. 

Quali i dati forniti  su balneabilità e inquinamento dall’Arpa Puglia (Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’Ambiente)?

I dati di ARPA Puglia sulla balneabilità sono molto importanti, ma vanno letti correttamente.
ARPA effettua controlli microbiologici sulle acque di balneazione, in particolare su Escherichia coli ed enterococchi intestinali. Sono dati ufficiali e fondamentali per la tutela della salute pubblica. Ma, come Legambiente, ricordiamo che la qualità del mare non si esaurisce nella balneabilità: un’acqua può essere balneabile e allo stesso tempo un tratto costiero può soffrire per rifiuti, consumo di suolo, perdita di biodiversità, erosione, pressione turistica o carenze nella depurazione. 

L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) fondato nel 2008 in che modo contribuisce  alla definizione di normative, strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici e gestione del patrimonio naturale nazionale?

ISPRA ha un ruolo centrale nella costruzione delle politiche ambientali italiane.
È un ente pubblico di ricerca vigilato dal Ministero dell’Ambiente e fa parte del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente insieme alle ARPA e APPA ( Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente ). Produce dati, rapporti, inventari delle emissioni, monitoraggi ambientali, analisi su clima, biodiversità, rifiuti, suolo, acque e mare. Questi dati sono essenziali per definire norme, strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici, politiche di adattamento e strumenti di gestione del patrimonio naturale nazionale.

Esistono voci contrastanti rispetto ai cambiamenti climatici e al riscaldamento globale. Si tratta di disinformazione?

Sul cambiamento climatico bisogna essere molto chiari.
Esistono certamente dibattiti scientifici sui modelli, sugli scenari, sugli impatti locali, sui tempi e sulle politiche migliori da adottare. Ma non esiste un dibattito scientifico serio sul fatto che il riscaldamento globale sia reale e causato principalmente dalle attività umane. L’IPCC ( Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico )afferma in modo netto che le attività umane, soprattutto attraverso le emissioni di gas serra, hanno causato il riscaldamento globale. Quando si nega questo dato, non siamo davanti a un legittimo confronto scientifico, ma spesso a disinformazione. Lostesso vale per le cosiddette “scie chimiche” : non esiste un dibattito scientifico che dimostri l’esistenza di un programma segreto di dispersione chimica dagli aerei. Esiste invece un fenomeno fisico noto: le scie di condensazione si formano quando il vapore acqueo prodotto dai motori incontra aria fredda e umida in quota, condensando e congelando in cristalli di ghiaccio. La scienza studia seriamente gli effetti climatici delle scie di condensazione, perché possono influenzare il bilancio radiativo dell’atmosfera; ma questo non ha nulla a che vedere con la teoria complottista delle “scie chimiche”. 

La Puglia è tra le regioni italiane con più Bandiere Blu: questo dato riflette davvero una qualità uniforme delle acque o esistono ancora forti differenze tra le varie zone costiere?

Le Bandiere Blu sono un riconoscimento importante, sul quale non interveniamo in quanto non riguardano Legambiente, ma la FEE  (Fondazione per l’Educazione Ambientale ).

Cinzia Notaro