La chiesa immagine del mondo celeste

“E così anche tutto il mondo degli esseri, venuto da Dio quanto alla creazione… è come un’altra chiesa non fatta da mano d’uomo, si rivela sapientemente per mezzo di questa – prodotta dall’uomo -, e avendo come santuario il mondo superiore, assegnato alle potenze superne, e come tempio il mondo di quaggiù, assegnato a coloro che hanno ottenuto in sorte il vivere soggetto alle sensazioni.” [1].

Con queste parole san Massimo il Confessore descrive la chiesa come il luogo in cui dimora Dio, gloriosa visione dei cieli, rappresentazione del paradiso in terra, dove la navata simboleggia la nave come mezzo di salvezza (Arca di Noè ), mentre il santuario è quella del cielo.

L’edificio della Chiesa è diviso in tre parti principali: il nartece, la navata e il santuario.

Il nartece, costituito dall’ingresso posto all’estremità occidentale della navata, è la connessione tra la Chiesa e il mondo esterno e per questo motivo i catecumeni, penitenti e i non cristiani devono stare qui. Tradizionalmente il nartece faceva parte dell’edificio della chiesa, ma non era considerato parte della chiesa propriamente detta. Lo scopo del nartece era quello di consentire a coloro che non potevano essere ammessi nell’assemblea, di ascoltare e partecipare alla liturgia. Il nartece includeva spesso un fonte battesimale in modo che i bambini o gli adulti potessero essere battezzati lì prima di entrare nella navata e per ricordare ai credenti il loro battesimo.

La navata è il corpo principale della chiesa dove i fedeli stanno in piedi durante le liturgie. Nella maggior parte delle chiese orientali tradizionali non ci sono sedili o banchi come in Occidente, ma delle sedute con braccioli alti da essere usati come supporto stando in piedi, lungo le pareti.

In alcune chiese più tradizionali, soprattutto in Grecia, si trova uno speciale lampadario noto come polyeleos. Questo lampadario è solitamente adornato con candele e icone.

Le pareti sono normalmente ricoperte sino al soffitto con icone o dipinti murali con storie della Bibbia e scene delle vite di santi.

Sopra la navata nella cupola della chiesa si trova l’icona di Cristo l’Onnipotente (Παντοκρατωρ/Pantokrator, “Sovrano di tutti”). Direttamente sotto la cupola (nelle chiese più tradizionali) c’è solitamente una specie di lampadario circolare con raffigurazioni di santi e apostoli, chiamato horos , che è lo stesso polyeleos menzionato sopra.

La navata di una chiesa orientale può variare in forma e dimensione secondo le varie tradizioni all’interno della Chiesa. La pianta cruciforme è la più antica e di origine bizantina.

L’iconostasi, chiamata anche τεμπλον/templon, è una parete tra la navata e il santuario, coperto di icone. Normalmente ci saranno tre porte, una al centro e una su entrambi i lati. Quella centrale è tradizionalmente chiamata la Porta Bella ed è utilizzata solo dal clero. Ci sono momenti in cui questa porta viene chiusa durante il servizio liturgico e viene dispiegato un velo. Le porte su entrambi i lati sono chiamate Porte diaconali poiché spesso hanno raffigurati i santi diaconi o gli Arcangeli Michele e Gabriele servitori di Dio. Queste porte sono usate dai diaconi e dai servitori per entrare ed uscire dal santuario.

A destra della Porta Bella c’è l’icona di Cristo, poi l’icona di San Giovanni Battista; a sinistra l’icona della Theotokos , sempre raffigurata con in braccio Cristo; e poi l’icona del santo a cui è dedicata la chiesa (cioè il patrono). Ci sono spesso altre icone sull’iconostasi, ma queste variano da chiesa a chiesa.

L’area dietro l’iconostasi è il santuario. All’interno di quest’area si trova l’altare, l’abside con il trono per il vescovo e ai lati il synthronos, o sedili per i sacerdoti; l’altare della Protesi sul lato nord dove le offerte del pane e del vino vengono preparati nel rito della Proskomedia prima di essere portate all’altare e conservati i vasi sacri e il Diaconicon sul lato sud dove sono conservati i paramenti.

Gli altari bizantini sono quadrati. Tradizionalmente sono rivestiti di tessuti broccati che arrivano fino al pavimento. Saltuariamente sono sormontati dal ciborio. Tutti gli altari orientali hanno incastonate al loro interno le reliquie di un santo, solitamente quella di un martire, deposte al momento della consacrazione. Sulla mensa dell’altare al centro verso la parte posteriore c’è un contenitore decorato solitamente chiamato tabernacolo dove sono conservati gli elementi eucaristici riservati per la comunione dei malati. Ha spesso la forma di un modellino di un edificio ecclesiastico. Di fronte a questo è posto il libro dei Vangeli , che di solito ha una copertina in metallo decorato. Sotto il Vangelo c’è un pezzo di stoffa piegato chiamato eiliton. Piegato all’interno dell’eiliton c’è l’antimension, che è un panno di seta su cui è impressa la rappresentazione della sepoltura di Cristo, con delle reliquie cucite al suo interno. Entrambi questi teli vengono spiegati prima che le offerte vengano poste sulla tavola dell’altare. Dietro l’altare si trova un candelabro a sette bracci, che ricorda il candelabro a sette bracci del Tabernacolo dell’Antico Tempio di Gerusalemme. Dietro questa c’è una croce processionale dorata. Ai lati della croce ci sono ventagli liturgici (in greco: ripidia o hexapteryga) che rappresentano i Serafini a sei ali. Dietro l’altare c’è una grande rappresentazione iconografica della crocifissione di Cristo che viene rimossa durante i 50 giorni seguenti la Pasqua.

Tradizionalmente, nel santuario non sono ammessi prodotti animali diversi dalla lana e dalla cera d’api. In teoria, questo divieto riguarda la pelle (sotto forma di libri rilegati e scarpe), ma oggi non è sempre applicato. È vietato introdurre denaro e gioielli personali, come anelli e orecchini. Nessuno può entrare nell’altare senza la benedizione del sacerdote o del vescovo.

Questo perché entrando nel santuario si entra nel cielo stesso, e assieme alle potenze incorporee, il sacerdote celebra i divini misteri, “Bisogna perciò che il sacerdote sia così puro come si dimorasse nei cieli tra quelle potenze”[2].

La magnanimità di Dio ospita ciascun credente a sedersi alla mensa della Vita eterna e invita il celebrante ad entrare nel Santo dei santi e a riverire l’altare immateriale e sovraceleste (ὑπερουράνιον), nondimeno, la sua anima, santa e pura, non ardisce avvicinarsi al trono di Dio senza timore:

«”Godendo della tua filantropia e difesa dalla tua destra, ti offro l’incessante adorazione nel tempio consacrato alla tua gloria”, dice l’anima santa e monda. “Portando sempre con me il tuo timore, non accetterò di perderlo, poiché confido nel tuo amore per gli uomini”»[3].

Nel mezzo del santuario c’è l’altare, il punto in cui viene officiato il mistero della divina eucaristia e che il Signore affida alle potenze celesti affinché lo custodiscano puro e santo.

Nel Prato spirituale è riportato «Un racconto di Abba Leonzio…: “Una domenica scesi in chiesa a prendere la comunione. Appena entrato, vidi un angelo fermo alla destra dell’altare. In preda a grande terrore, si ritirai nella mia cella. Mi giunse allora una voce che diceva: “Ho avuto l’ordine di stare vicino a questo altare da quando è stato consacrato”»[4].

L’altare è la “frontiera fra cielo e terra”[5], il “Trono di gloria, dimora di Dio… Laboratorio… dei doni dello Spirito”[6], la fonte del paradiso che spande il dono della carità del Signore: “Davvero tremendi i misteri della chiesa, davvero tremendo l’altare! Dal paradiso sgorgava una fonte che emetteva fiumi sensibili. Ma questa mensa ne zampilla una che spande fiumi spirituali. Accanto a tale fonte sono piantati non salici infruttuosi, ma alberi che arrivano al cielo stesso, che hanno un frutto sempre maturo e immarcescibile”[7]. San Gregorio Palamas scrive: “Da questa sacra mensa… sale una fonte che emetta zampilli intellegibili, disseta le anime e le innalza fino ai cieli”[8].

Nel corso della divina liturgia il sacerdote prendere atto che “questa mensa e piena di fuoco spirituale; come le sorgenti spendono acqua naturale, così essa possiede una fiamma ineffabile”[9]. Fiamma che irrora i santi misteri di Cristo.

Nicola Cabasilas riferisce che, nella cena dei misteri, la mano pura del sovrano Cristo è diventata altare terribile e sovraceleste. Nella divina liturgia, quando noi credenti ci disponiamo a fare la comunione, ci avviciniamo, come i Dodici, alla mano incontaminata di Cristo: “Gli altari poi rappresentano la mano del Salvatore: dalla mensa consacrata per mezzo dell’unzione riceviamo il pane, come ricevendo il corpo di Cristo dalla sua stessa mano immacolata; e beviamo il suo sangue come quei primi che il Signore mise a partedel suo sacro convivio, porgendo la coppa tremenda dell’amore. Egli è insieme sacerdote e altare, vittima e offerente, ministro e offerta”[10].

Ogni qualvolta si celebra l’oblazione incruenta la mano santissima di Cristo si protende verso gli uomini e la nostra chiesa ci invita tutti a correre alla sorgente della vita: “Tutti correte insieme come ad un solo tempio di Dio, come un solo altare, al solo Gesù Cristo “[11].

Diac. Antonio Calisi


[1] La Mistagogia, 2.

[2] GIOVANNI CRISOSTOMO, Il sacerdozio, 3, p. 61.

[3] ATANASIO IL GRANDE, Sul Salmo 5, 8.

[4] GIOVANNI MOSCO, Il prato, 4, a cura di R. MAISANO, M. D’auria Editore, Napoli 1982, p. 68.

[5] GERMANO DI COSTANTINOPOLI, Storia ecclesiastica e contemplazione mistica, PG 98, 421C

[6] SIMEONE DI TESSALONICA, Sul sacro tempio, 111, PG 155, 316DC.

[7] GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento al Vangelo di Giovanni, 46, 4, PG 59, 261.

[8] Omelia 56, 13.

[9] GIOVANNI CRISOSTOMO, Panegirico del beato Filogonio, 4, PG 48, 756.

[10] NICOLA CABASILAS, La vita in Cristo, a cura di Natale Benazzi, Città Nuova 2017, III, 3, p. 196.

[11] IGNAZIO DI ANTIOCHIA, Ai Magnesi, VII, 2.