Le violenze di Torino hanno una regia
C’è un filo rosso che lega gli eventi di Torino, il blocco della conferenza stampa del Governo operato la scorsa settimana, e la crescente tensione attorno al prossimo referendum costituzionale. Un filo che non passa attraverso il dibattito democratico, ma attraverso la ricerca deliberata dello scontro, dell’incidente che possa trasformarsi in strumento di pressione politica.
Impedire fisicamente a esponenti del Governo di tenere una conferenza stampa non rientra nelle forme tradizionali di opposizione parlamentare. Rappresenta l’applicazione di una logica fisica alla dialettica politica, il tentativo di sostituire il peso degli argomenti con quello dell’ostruzione materiale. Un precedente preoccupante che segna il passaggio dalla critica all’impedimento, dal dissenso alla negazione del diritto altrui di comunicare.
Ma è guardando a Torino che emerge la natura profonda di questa dinamica. Bombe carta riempite di chiodi, molotov, catapulte, dispositivi jammer per bloccare le comunicazioni: questo arsenale non nasce dall’improvvisazione, ma da una pianificazione che tradisce conoscenze tecniche specifiche e un’intenzione che va oltre la manifestazione del dissenso. Dietro questi eventi si intravede un odio antico verso le forze di sicurezza e polizia, un rifiuto ideologico dell’autorità costituita che affonda le radici in culture politiche radicali mai del tutto sopite.
Ciò che preoccupa maggiormente è la natura eterodiretta di molte di queste operazioni. L’organizzazione, la regia, la capacità di coordinamento suggeriscono l’esistenza di strutture che vanno oltre i gruppi visibili in piazza. Strutture che operano nell’ombra, che pianificano, che forniscono mezzi e competenze, e che utilizzano i facinorosi come strumento di una strategia più ampia.
L’obiettivo appare chiaro: spingere le forze dell’ordine verso una reazione che possa essere poi utilizzata per ribaltare la narrazione. Cercare lo scontro fisico estremo, sperare nell’incidente grave che possa trasformare chi aggredisce in vittima e chi difende in carnefice.
Questa escalation si inserisce in un contesto particolare: la crescita del consenso per il “sì”, i cittadini e l’opinione pubblica iniziano lentamente ad aprire gli occhi, e a leggere tra le bugie e le perversioni culturali di chi propone il “no” come legge morale al prossimo referendum costituzionale. Queste tensioni vanno ora al di là del merito della riforma della giustizia. Quando una consultazione popolare si avvicina e gli equilibri appaiono incerti, aumenta il rischio che si cerchi di condizionare il clima generale, di creare una percezione di instabilità tale da influenzare il voto o da poterne contestare successivamente la legittimità.
Sarebbe però un errore reagire a questa situazione con toni eccessivamente polemici o con contrapposizioni frontali che rischiano di alimentare ulteriormente la tensione. La democrazia si difende con fermezza, ma anche con equilibrio e lucidità, anche contro chi in nome delle presunta democrazia vuole soverchiare lo stato con ogni mezzo, dalla violenza al restauro ideologico delle chiese romane, in cui si fa di tutto per suscitare polemiche. Serve, invece, ancora di più rafforzare i meccanismi di applicazione della legge in modo chiaro, prevedibile e uguale per tutti, con certezza della pena. Serve che tutte le forze politiche e sociali riconoscano la differenza tra dissenso legittimo e violenza organizzata, tra opposizione democratica e strategia dello scontro fisico. Cosa che non sta avvenendo da una parte politica allevata nella viltà e nella mancanza di rispetto istituzionale
Carlo Coppola