Maldicenze e intrighi contro gli ecclesiastici? Non dimentichiamone le storie
Il Don Basilio di Rossini lo sapeva: la calunnia è un venticello, non urla, sussurra, soprattutto se costruita con l’aiuto dei social media, nascondendosi dietro uno schermo. Si insinua nelle sacrestie, cresce pianissimo, e alla fine scuote la fede dei puri. Ma prima di cederle il campo, vale la pena ricordare da quale altura proviene il suo contrario.
Il 17 maggio 2026, nella parrocchia San Pasquale Baylon di Bari, S.E. Mons. Giuseppe Laterza — Nunzio Apostolico nella Repubblica Centrafricana e in Ciad, Arcivescovo titolare di Polignano originario di Conversano — ha predicato con limpida santità sulla figura del santo di Torrehermosa: uomo semplice e povero, devotamente Consacrato alla verità dell’Amore indefesso per la Santa Eucaristia, che alla donna riservava purezza di sguardo e venerazione autentica, in un mondo che ancora la riduce a immagine di consumo mentre crescono solitudine e femminicidio. La sua omelia, dottrinalmente colta, senza ostentazione, solida, raffinata e profondamente umana, ci offre lo spunto, per contrasto, la misura esatta di quanto sia antico il tradimento di quell’esempio — e di quanti vengono calunniati proprio per presunti tradimenti di questi valori: tema presente nelle Beatitudini evangeliche, con di cui furono infangati in tanti compreso da San Giuseppe da Copertino a San Pio da Pietrelcina, fino allo stesso San Giovanni Paolo II.
Dalle meditazioni sulle sante parole del Venerato Pastore conversanese traggono spunto le memorie di tre filoni storici della diffamazione contro gli ecclesiastici, proprio per quelle tre medesime cause che fecero del mite San Pasquale un campione invocato in tutta la cristianità.
Proponiamo tre eclatanti casi storici dei secoli passati – solo perché a nessuno venga il dubbio di vederci dentro situazioni relative al contemporaneo – legati alla terra di Puglia. Il primo legato all’appropriazione indebita di denaro. A Bitonto, nel 1593, il vescovo Flaminio Parisi orchestrò denunce per stregoneria contro ecclesiastici scomodi. Il Sant’Uffizio lo smascherò. Il secondo: il rapporto con le donne e l’abuso del confessionale, sistematicamente evocato nei memoriali anonimi secenteschi dei conventi di Polignano e Conversano. Il terzo: l’accusa di eresia — nel Salento del XVI secolo, sospetti di cripto-protestantesimo su figure come i vescovi Tafuri e Rullo si rivelarono strumenti di faide locali travestite da zelo dottrinale.
Queste tre tipologie di accuse non appartengono a una sola tradizione ecclesiale. Il clero orientale — armeno, siriaco, copto — ha conosciuto le medesime dinamiche con eguale, talvolta più feroce, intensità. La diffamazione ecclesiastica è fenomeno universale e transconfessionale: non conosce rito, non conosce latitudine.
Il diritto della Chiesa risponde con chiarezza: il can. 220 CIC tutela la buona fama di ogni persona; il can. 1390 §2 qualifica come illecito penale la denuncia calunniosa, obbligando il calunniatore a riparare il danno. Il CCEO replica queste tutele per le Chiese orientali cattoliche. Il venticello rossiniano, quando diventa accusa pubblica falsa e deliberata, cessa di essere metafora: nell’ordinamento canonico e ai sensi dell’art. 595 c.p. italiano — pene fino a tre anni —, diventa fattispecie giuridica perseguibile.
Carlo Coppola