Prima della notte: i racconti brevi di Sandro Marano
Car je cherche le vide et le noir et le nu!
(Perché io cerco il vuoto e il nero e il nudo!)
Charles Baudelaire, Les Fleurs du Mal
Un Sandro Marano fervente ecologista (Consigliere garante di “Fare Verde”) lo conosciamo, un Sandro Marano saggista parimenti ci è noto, e ricordiamo almeno il suo interesse continuativo per uno scrittore importante quale Pierre Drieu la Rochelle, di cui egli segue da anni la produzione tradotta in italiano e sul quale, nel 2016, ha pubblicato un saggio, che qui ci piace ricordare: Pierre Drieu La Rochelle, pellegrino del sogno; un Sandro Marano poeta è visibile nel panorama letterario, non solo con La vie del ritorno (2019) e L’inattesa letizia del giardino (2021), ma anche con il nuovo Piccolo canzoniere d’amore (2025).
Non ci può essere dunque sconosciuto il narratore che avendo già pubblicato Il burosauro e altri racconti, pur nel (lontano?) 1989, oggi ritiene, e secondo noi a ragione, di fare una operazione editoriale che ordina in volume una parte importante della sua produzione in prosa più recente.
Ci riesce, e bene, con Tabula fati, editore in quel di Chieti, in Abruzzo, che lo ospita nella Collana “Carta da visita”.
Sono ventuno testi accomunati dal titolo semi/notturno di Racconti d’una sera. Non certo scritti però, in una sera, bensì pubblicati in circuiti telematici negli ultimi cinque anni.
Quella del racconto breve è un’arte quasi sempre non apprezzata dai cosiddetti grandi editori, ma che per fortuna qui in Italia trova accoglienza presso i cosiddetti piccoli e medi editori, o editori indipendenti. Del resto si sa, come diceva non so più che grande scrittore prezzolato: “Non ho tempo di scrivere racconti brevi, così ora sto scrivendo un romanzo di cinquecento pagine”. Come sanno tutti i veri scrittori, però, coloro che si ostinano a cercare quella che Anna Maria Ortese chiama “la luce della parola”, cancellare è più difficile che aggiungere. Suggerire è più difficile che spiegare. Poe, Baudelaire, Borges. per non dire che di pochi, così en passant, non hanno mai scritto un romanzo. Baudelaire diceva che il romanzo è un “genere bastardo” (“genre bâtard”) nel quale si convoglia materiale disparato, ibrido, e spesso non ben governato. Tanta è la mole di fatti accumulati. Certi romanzi elefantiaci (nei quali dorme un pachiderma, che spesso, per contagio, si direbbe, addormenta anche il lettore) sono solo racconti brevi dilatati (e dunque sbagliati).
Il racconto è breve, ma il discorso sarebbe lungo. E questa sì brevissima considerazione è solo per dire che Sandro Marano non corre tale rischio, il rischio del fallimento narrativo, intendiamo dire: tiene e governa le sue parole nella dimensione delle tre/quattro pagine, ma attento, lettore impenitente di romanzi/fiume, sei avvisato: Il ritorno di Giona, Una scoperta eccezionale. Il balenottero e la pescatrice di perle, sono “lunghi” quasi una pagina intera!
Le figure emblematiche che appaiono (un cardinale, un filosofo, un poeta, un eremita) hanno poco tempo narrativo per sé. C’è poco spazio per gli eventi. La misura del narrare è subito colma, si direbbe, eppure, poiché dietro (e dentro soprattutto), al Marano narratore c’è anche un Marano poeta, ecco che il testo “limitandosi”, si apre, come è proprio del fare poetico. La suggestione è più forte della trama che qui si rivela esile. Del resto, ben lo diceva Federigo Tozzi: “Io dichiaro di ignorare le trame di qualsiasi romanzo; perché a conoscerle, avrei perso tempo e basta. La mia soddisfazione è di poter trovare qualche pezzo dove sul serio lo scrittore sia riuscito ad indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà”.
Non si vada dunque a inseguire veri e propri “fatti” (che pure ci sono) in questi racconti, perché si rimarrebbe delusi. Non si rimane delusi invece quando ci si accorge dell’emergere di una parola che sfiora l’evento e non lo “dilata”, insegue appunto la “fuggitiva realtà”.
La vita è dramma, lo dice Ortega y Gasset ricordato dall’autore che, nel presentare i propri testi, aggiunge: “Da questa vitale incertezza scaturiscono l’angoscia e il mistero del vivere. E la poesia”.
Massimo Del Pizzo