Propaganda, revisionismo e disinformazione ai danni dell’Armenia

3292202321_308490983a_b

Proseguono anche in Italia le dichiarazioni provocatorie provenienti da esponenti ufficiali dell’Azerbaijan, alimentando un clima teso fatto di accuse infondate, minacce velate e continue distorsioni della realtà. A farne le spese è soprattutto la verità storica, manipolata sistematicamente da un apparato politico-mediatico che alterna atteggiamenti vittimistici a ostentazioni di forza, senza mai assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Negli ultimi mesi, l’Ambasciatore dell’Azerbaigian presso la Santa Sede ha rilasciato dichiarazioni polemiche, accusando gli Armeni di voler “riscrivere la storia” del Caucaso. Un’accusa che risulta quantomeno paradossale, considerando che è proprio il governo azero a portare avanti da anni una aggressiva campagna di revisionismo, servendosi di autoproclamati studiosi, giornalisti compiacenti e persino religiosi poco informati o opportunamente indirizzati. Non si tratta di un tentativo di riscrittura, ma di vera e propria invenzione della storia, finalizzata a cancellare l’identità armena da territori abitati da secoli, come il Nagorno-Karabakh e il Nakhichevan. Soprattutto ciò avviene dopo uno scandalo convegno, una vera e propria festa della menzogna in cui l’Azerbaigian ha raggiunto uno dei più eclatanti livelli di muscolarità mediatica agiti sino ad ora. 

L’eliminazione fisica e culturale del popolo armeno in Azerbaigian ha origini documentate. Dallo spopolamento forzato del Nakhichevan all’esodo indotto dopo il pogrom di Sumgait nel febbraio 1988, fino agli attacchi mirati degli ultimi anni, il filo conduttore è sempre lo stesso: l’annientamento della presenza armena, accompagnato dalla negazione sistematica dei crimini commessi. Nel pogrom di Sumgait, per circa dieci giorni, civili armeni furono aggrediti con una brutalità tale da ricordare scenari distopici. Le violenze non furono mai condannate con la necessaria fermezza dalla comunità internazionale.

Un altro episodio emblematico è l’omicidio del tenente Gurgen Margaryan, decapitato nel sonno dal soldato azero Ramil Safarov durante un programma NATO in Ungheria nel 2004. La successiva estradizione e accoglienza trionfale in Azerbaigian — con onorificenze ufficiali — evidenzia la logica perversa del regime: premiare la violenza quando rivolta contro gli Armeni.

La propaganda azera si è recentemente riattivata anche attraverso attacchi mediatici in Italia. Dopo l’aggressione armata del luglio 2020 nella regione armena di Tavush, estranea alla questione del Nagorno-Karabakh, la macchina comunicativa di Baku ha ri-cominciato a bersagliare non solo le autorità armene ma anche giornalisti indipendenti come Simone Zoppellaro, da tempo impegnati nella documentazione del conflitto nel Caucaso del Sud. È emerso un fronte parallelo fatto di blog e portali pseudo-giornalistici italiani, di dubbia affidabilità, che hanno ripreso acriticamente le posizioni ufficiali azere, contribuendo alla diffusione di un clima ostile nei confronti della comunità armena in Italia.

Nel 2020 vi fu invece l’iniziativa simbolica promossa da Anna Hakobyan, moglie del Primo Ministro armeno, volta a formare un gruppo di donne in tecniche di autodifesa. La notizia, totalmente decontestualizzata, è stata trasformata dalla stampa filogovernativa azera in un presunto addestramento di “madri guerrigliere” pronte a invadere “pacifici territori” azeri. Ancora una volta, si è fatto ricorso a una narrazione distorta, facendo leva su stereotipi e paure artatamente costruite.

Il Ministero degli Esteri azero ha persino protestato contro il presunto reinsediamento di cittadini armeni provenienti dal Libano nel Nagorno-Karabakh, definendolo una violazione della sovranità territoriale. Ma si tratta, in realtà, di un ritorno simbolico in una terra che storicamente, culturalmente e spiritualmente appartiene al popolo armeno da secoli. Il sito politicamentecorretto.com, che ha rilanciato tali accuse, si è dimostrato ancora una volta non solo inadeguato sul piano giornalistico, ma complice della disinformazione orchestrata da Baku.

Di fronte a questa campagna di falsificazione e intimidazione, è necessario che le istituzioni europee, l’OSCE e l’UNESCO intervengano con fermezza, promuovendo misure educative e sanzioni per contrastare la diffusione dell’odio etnico e del negazionismo culturale. La memoria storica e la libertà di esistere come popolo non sono negoziabili.

Nel frattempo ancora decine di politici armeni sono illegalmente detenuti nelle carceri dell’Azerbaijan e sottoposti a processi farsa. Tra loro l’imprenditore armeno-russo-americano Rouben Vardanyan, ex ministro di Stato di Artsakh (Nagorno-Karabakh). Rouben Vardanyan è stato sottoposto a torture durante il periodo di detenzione illegale, e a queste azioni subite ha aggiunto egli stesso uno sciopero della fame per richiamare le autorità internazionali su quanto accade a lui e ad altri compagni di sventure.

Carlo Coppola