Quando il silenzio fa male: il bullismo nelle scuole e il ruolo della famiglia
Bullismo
Intimidazione, molestia, prepotenza, insulti, minacce, emarginazione, violenza fisica e psicologica… parliamo di bullismo, particolarmente presente tra le giovani fasce di età, con la dott.ssa Sarah Viola medico psichiatra e psicoterapeuta, già Giudice Onorario presso il Tribunale di Brescia.
È attivo il servizio di supporto psicologico nelle scuole?
Fino a qualche anno fa era abbastanza attivo in alcuni casi nelle scuole medie inferiori e lo è quasi sempre nelle scuole medie superiori. Tuttavia tali servizi di supporto vengono ridotti e smantellati nella maggior parte degli istituti superiori, lasciando i ragazzi praticamente senza alcuna assistenza specialistica specifica.
Come intervenire per riconoscere il bullismo e proteggere le vittime?
Riconoscerlo è apparentemente molto facile, perché i segni e i sintomi sulle vittime e sui bulli, sono piuttosto evidenti. In realtà, è veramente difficile, perché prevale una cortina di omertà degna delle cosche delinquenziali organizzate, in quanto la vittima per pudore, vergogna, insicurezza, paura, non espone i fatti, mentre il bullo tende a nascondere questo legame perverso. Quindi occorre scardinare la cortina di omertà raccogliendo testimonianze di amici, conoscenti, familiari delle vittime e dei bulli per, laddove venga colto che qualcosa può non funzionare, intervenire attivamente, domandando, suggerendo l’ausilio di specialisti, diffondendo la notizia anche a figure adulte di riferimento, quali insegnanti, allenatori , genitori, genitori degli amici e così via.
Quali i fattori di rischio?
Sono moltissimi. I bulli possono sviluppare condotte devianti di tipo malavitoso che li porta ad entrare poi in contatto con la delinquenza più o meno organizzata, perché tendono a sintonizzarsi totalmente con la propria parte aggressiva, atteggiamento che mette radici durante la crescita. Il rischio maggiore per la vittima è quello di non riuscire più a spostarsi dalla posizione di “vittima designata”, continuando ad inanellare una serie di rapporti interpersonali che si basano sostanzialmente sul fatto di rimanere sempre sottomessa ad aggressioni fisiche o verbali, o anche soltanto ad una svalutazione costante, a un disprezzo sostanziale. Diciamo che questi sono i rischi principali. Bulli e vittime diventando a loro volta educatori possono tramandare ai propri figli i loro comportamenti negativi… ad esempio l’ atteggiamento violento e svalutativo del padre nei confronti della madre che lo subisce con sottomissione e passivizzazione, viene da essi assimilato. Non dimentichiamoci che tra i femminicidi spesso ci sono dei bulli o degli ex bulli; i figli maschi di genitori violenti, diventano a loro volta violenti, mentre le figlie spesso, donne anoressiche e autolesioniste.
Ci sono dei motivi che portano il bullo ad usare condotte irruenti su chi è debole?
Sostanzialmente la sua insicurezza è una sorta di vigliaccheria, se vogliamo. Un bullo non si cimenta mai con chi è forte quanto lui o più forte di lui. Ha bisogno di sentirsi in grado di sopraffare l’altro. Mia Martini diceva: “Quando è in gruppo, l’uomo è più cattivo; quando è solo, ha più paura”. Questa frase potremmo utilizzarla sostituendo la parola “uomo” con la parola “bullo”.
Potrebbe essere una forma di narcisismo innato?
Nel bullo si ritrovano alcuni aspetti del narcisismo: l’insicurezza, il bisogno di dominio, l’istinto di svalutazione e aggressione dell’altro. Manca nel bullo un ingrediente proprio del narcisista, l’istinto di possesso. Al bullo non interessa possedere la sua vittima, gl’interessa sottometterla, umiliarla, annientarla. Non c’è quel bisogno del narciso di controllare la vita della vittima.
Oltre al contesto scolastico e sociale, può manifestarsi anche in famiglia?
Assolutamente sì. Si parla anche di bullismo intra moenia; il bullismo familiare tra fratelli, per esempio, o anche dei figli rispetto ai genitori, perché no? Purtroppo oggi la carica di aggressività è tale per cui atteggiamenti da bullo si manifestano ogni qualvolta il soggetto si trovi di fronte a una frustrazione. Quello che scatena il bullo è anche la sua impossibilità di confrontarsi con la frustrazione, con i “no” della vita.
È possibile che sia proprio la famiglia responsabile del comportamento violento del bullo che sfoga la sua rabbia con chi è incapace di difendersi?
La famiglia del bullo è responsabile perché ha fallito nel mandato educativo… non ha saputo confermare, rinforzare e contenere il figlio insegnandogli il senso del limite e il senso dell’altro. Il bullo non sopporta il limite e non realizza assolutamente il valore dell’altro nella relazione e quindi sfoga la propria rabbia, pulsioni ed emozioni su chiunque, senza porsi limite e contenimento. Anche la vittima, però, trova in famiglia il suo “pablo”, perché cresce senza autostima, conferma di sé, del suo valore, dell’importanza di amarsi e volersi bene. Tipicamente le femmine, che dovrebbero acquisire questa loro sicurezza nel rapporto col genitore dell’altro sesso, non trovano nel padre, molto spesso, la conferma (che invece i maschi trovano nella mamma, forse in maniera anche eccessiva) e crescono sostanzialmente con un disvalore, con una disistima e con una insicurezza in sé stesse tali per cui, in fondo, tutto sommato – questa è una cosa grossa che sto per dire ma è così – pensano che il bullo abbia in realtà pesato davvero il loro scarso valore. La vittima collude con il bullo nell’avercela con sé stessa. Potremmo dire che vittima e carnefice, in questo caso, hanno un unico obiettivo: prendersela con la vittima.
Divisioni in famiglia, assenza dei genitori, mancanza di punti di riferimento e soprattutto di valori cristiani, sono la causa del disagio che porta a questo fenomeno di spavalderia?
Sicuramente sì. Diciamo che la latitanza del mandato educativo dei genitori costituisce l’elemento fondamentale. I genitori tendono a riempire il portafoglio e la pancia dei propri figli, ma non si occupano più di nutrire la loro mente, permettendo loro di perdere completamente l’orientamento e di diventare persone vuote, in cui non c’è spazio per il pensiero. Esistono solo il possedere e il godere in senso distruttivo lacaniano, ovvero il piacere momentaneo senza alcun significato. In questo modo, i ragazzi perdono la prospettiva, la visione del futuro, il desiderio. La fede, la politica, l’altruismo, il senso della propria responsabilità, la coerenza, la fedeltà, la lealtà, tutti concetti che non abitano più la mente dei loro figli, perché la famiglia ha completamente abdicato rispetto al ruolo educativo valoriale.
Il bullismo consiste anche nella calunnia e nella diffamazione, al fine di escludere l’individuo da gruppi sociali? Si è affacciato di recente anche un altro tipo di bullismo, il cyberbullismo, che si serve dei social network. Ne vuole parlare?
Il cyberbullismo è pericolosissimo. Ci sono stati tanti suicidi per diffamazione: una ragazzina, di cui era stato mostrato il seno sui social, prima di suicidarsi ha pubblicato la stessa foto indossando un cartello con su scritto: “Nessuno mi ama”. Il ragazzo dai “pantaloni rosa”, ma anche Sarapicchio, tutte vittime di cyberbullismo che, tra l’altro, sta diventando un fenomeno sempre più emergente.
Quali le conseguenze per la salute psico-fisica?
Assistiamo a forme di depressione, di ritiro sociale, di auto-eliminazione dal contesto scolastico e lavorativo, auto-esclusione dai gruppi amicali o anche sportivi. I ragazzi assumono condotte autolesive di vario tipo: tossicodipendenza, disturbi del comportamento alimentare, autolesionismo anche fisico. Chi è stato vittima di bullismo rischia malattie mentali, dipendenza da bevande alcoliche con la tendenza a ripetere anche atteggiamenti di vittimizzazione, ma soprattutto potrebbe a sua volta diventare un bullo. Come apprendiamo quasi ogni giorno, la vittima può arrivare a togliersi la vita.
I responsabili potrebbero essere accusati di istigazione al suicidio?
L’accusa di istigazione al suicidio è una delle più difficili da provare, da identificare, se non tra le più complicate in assoluto. I colpevoli vengono invece accusati di varie forme di reati correlati al bullismo: aggressione, minaccia, furto d’identità, danno morale materiale.
Il medico è tenuto a tutelare il minore laddove ritenga ci siano maltrattamenti o abusi di ogni genere?
Assolutamente sì. Il medico ha il dovere di segnalare un reato lesivo per la salute di qualcuno, se ne venisse a conoscenza.
Dal punto di vista medico-legale, come affrontare il problema?
Il problema è articolato dal punto di vista medico-legale, perché si devono valutare i danni biologici di natura psichica (parziali, temporanei, permanenti) subìti dalla vittima; per la valutazione del bullo bisogna capire se prevale una forma di psicopatologia che sottende alle condotte illegali messe in atto. Si devono profilare sia il bullo che la vittima quando si tratta di ricostruire un reato su richiesta del giudice o del pubblico ministero.
Gli atti di bullismo possono essere configurati come fattispecie di reato, così da essere denunciati e puniti?
Nella terminologia del bullismo si nascondono diversi e molteplici fatti di reato, come lo stalking, che dovrebbero essere riconosciuti come fattispecie penale.
Uscendo fuori tema, altri fenomeni come il body shaming, il mobbing, lo stalking, le discriminazioni razziali e sessuali e via di seguito provocano profonde ferite psicologiche?
Provocano sempre profonde ferite psicologiche, slatentizzano quadri psicopatologici latenti, fattori zoopatogenetici di altri, nonché fattori concausali nel precipitare di situazioni cliniche borderline. E non esiste alcun fatto di questo tipo che non lasci tracce visibili sulla vittima.
Si verificano situazioni di abuso di potere da parte degli insegnanti nei confronti degli scolari soprattutto in tenera età e spesso capita il contrario, ovvero che siano gli studenti ad usare atteggiamenti verbali e fisici violenti verso i docenti?
Ha sollevato una questione molto spinosa. Tali comportamenti devianti ci sono sempre stati anche in passato, perchè la famiglia poneva maggiore fiducia negli insegnanti senza esercitare un controllo diretto. Oggi invece i genitori sono sempre all’erta, meno collaborativi e meno collusivi riguardo certi atteggiamenti sbagliati. La scuola è diventata elemento di scatenamento delle tensioni anzichè un luogo in cui sentirsi al sicuro.Bisognerebbe introdurre nel programma scolastico l’ “Educazione alla relazione”: “chi è l’altro”; cosa è l’altro”; “cosa significa avere un limite, un confine nei confronti dell’altro”; “dove finisce la mia libertà e dove comincia la libertà dell’altro”; “il rispetto dell’altro e dei propri ruoli”. Il “ruolo” concerne il contenimento anche dell’angoscia : se l’insegnante riveste un ruolo, da un lato mi sento costretto nella mia posizione e dall’altro mi sento al sicuro. Se l’insegnante non ha un ruolo, la mia rabbia e la mia angoscia aumentano e ho la sensazione che la famiglia, la scuola e tantomeno le Forze dell’Ordine che si trovano in altrettanta difficoltà, possano contenerle. Senza ritornare al “padre -padrone” e agli “insegnanti con la bacchetta” credo sia necessario rinnovare il rispetto dei propri ruoli così come sono stabiliti nelle varie relazioni istituzionali e affettive.
Cinzia Notaro