Salute mentale e violenza domestica: dalla Legge Basaglia alla realtà quotidiana

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Situazioni delicate  coinvolgono persone con disturbi mentali all’interno delle famiglie. Dal 1978, con la Legge Basaglia, l’Italia ha chiuso i manicomi e introdotto servizi territoriali per garantire cura, riabilitazione e dignità ai malati psichiatrici. Nonostante la riforma, convivere con gravi disturbi complessi può ancora portare a reazioni violente, soprattutto quando mancano supporto familiare e risorse adeguate. Facciamo il punto con la dott.ssa Roberta Bruzzone Psicologa Forense, Criminologa Investigativa ed esperta in Criminalistica applicata all’analisi del crimine.

Quanto è realmente frequente che un disturbo mentale sia collegato a comportamenti violenti?

È necessario partire da una chiarificazione netta, perché su questo tema circolano ancora troppi luoghi comuni. L’idea che il disturbo mentale sia automaticamente collegato alla violenza è sbagliata e pericolosa. La maggior parte delle persone che convivono con una patologia psichiatrica non è violenta e non lo sarà mai. Anzi, molto spesso sono più esposte a subire violenza che ad esercitarla. La violenza non nasce da una diagnosi, ma da una combinazione complessa di fattori psicologici, sociali e ambientali. Ridurre tutto alla malattia mentale significa semplificare una realtà che è molto più articolata.

Quando un disturbo mentale può aumentare il rischio di comportamenti aggressivi?

Il rischio può aumentare solo in circostanze particolari, soprattutto quando il disturbo è grave, non trattato o mal gestito. Penso, ad esempio, a situazioni di psicosi attive, in cui la persona vive deliri persecutori o sente voci che la spingono ad agire. Il rischio cresce ulteriormente quando c’è abuso di alcol o sostanze, quando le terapie vengono interrotte improvvisamente o quando la persona è completamente isolata e priva di un contenimento familiare e territoriale. In questi casi non è la diagnosi ad essere pericolosa, ma l’assenza di cura e di monitoraggio.

Come vivono le famiglie la convivenza con un membro affetto da disturbi psichiatrici?

Le famiglie vivono spesso questa convivenza come una prova durissima, fatta di solitudine, paura e stanchezza cronica. Si trovano a gestire situazioni complesse senza una formazione adeguata e senza un reale sostegno continuativo. Molti familiari diventano caregiver a tempo pieno, rinunciando alla propria vita, mentre convivono con il timore costante che qualcosa possa degenerare. A tutto questo si aggiungono il senso di colpa, la vergogna e la paura del giudizio sociale. È una fatica silenziosa, che raramente trova ascolto.

Quali sono le principali cause che possono portare a episodi di violenza domestica?

La violenza domestica non nasce mai da un solo fattore. È quasi sempre il risultato di un accumulo progressivo di tensioni: fragilità psicologiche non riconosciute, stress prolungato, isolamento sociale, conflitti familiari irrisolti e dinamiche relazionali disfunzionali. In alcuni casi la presenza di un disturbo mentale può abbassare le soglie di controllo emotivo, ma non è mai l’unica causa. La violenza si sviluppa quando manca un sistema di contenimento e di intervento precoce.

Come si valuta, in criminologia clinica, la “pericolosità” di una persona?

In criminologia clinica la pericolosità non è una etichetta e non si basa su impressioni soggettive. È una valutazione complessa che tiene conto della storia della persona, del suo funzionamento psicologico, dei comportamenti passati, dell’aderenza alle cure e delle condizioni di vita attuali. Si analizzano eventuali precedenti di aggressività, il livello di consapevolezza della malattia e la presenza di fattori di stress. È importante ricordare che la pericolosità è dinamica: può aumentare o diminuire nel tempo, a seconda delle condizioni e degli interventi messi in atto.

Quali segnali d’allarme possono emergere prima di un comportamento violento?

Nella maggior parte dei casi i segnali arrivano prima dell’episodio violento, ma vengono sottovalutati. Possono manifestarsi come un isolamento improvviso, un aumento dell’irritabilità, una crescente diffidenza verso gli altri o un linguaggio sempre più rigido e persecutorio. Spesso si osserva l’abbandono delle cure, l’uso di alcol o droghe e la comparsa di minacce, anche solo accennate. Il problema è che questi segnali vengono spesso giustificati o normalizzati, finché la situazione non esplode.

Quali errori involontari possono commettere i familiari?

I familiari, spesso per amore o per paura, possono commettere errori comprensibili. Tra i più frequenti c’è la tendenza a minimizzare la gravità dei sintomi, a giustificare comportamenti pericolosi o a sostituirsi completamente ai servizi sanitari. Molti aspettano che la situazione migliori da sola o evitano di chiedere aiuto per timore di stigmatizzare il proprio caro. Non si tratta di cattiva volontà, ma di mancanza di informazioni e di supporto adeguato.

Il sistema di assistenza psichiatrica attuale è sufficiente?

Il sistema attuale presenta molte criticità. La Legge Basaglia ha rappresentato una svolta storica fondamentale, ma la chiusura dei manicomi non è stata sempre accompagnata da un adeguato potenziamento dei servizi territoriali. Oggi i servizi sono spesso sottofinanziati e sovraccarichi, con tempi di intervento lunghi e risorse insufficienti per seguire i casi più complessi in modo continuativo.

Dove si evidenziano le maggiori criticità?

Le difficoltà emergono soprattutto nella mancanza di continuità assistenziale. C’è  carenza di personale, poca integrazione tra sanità, servizi sociali e sistema giudiziario, e una scarsa attenzione alla prevenzione. Spesso si interviene solo quando la situazione è già diventata un’emergenza, lasciando le famiglie sole fino a quel momento.

Cosa manca in termini di prevenzione e supporto continuativo?

Manca una presa in carico precoce e stabile dei pazienti più fragili, insieme a un monitoraggio costante nel tempo. Servirebbero équipe multidisciplinari realmente operative sul territorio, capaci di sostenere non solo il paziente ma anche la famiglia. La prevenzione richiede presenza, continuità e ascolto, non interventi sporadici.

Gli psicofarmaci possono causare violenza o comportamenti suicidari?

Gli psicofarmaci, se prescritti e monitorati correttamente, non sono la causa della violenza. I problemi nascono quando le terapie vengono sospese bruscamente, assunte in modo discontinuo o non adeguate alla reale condizione clinica. In questi casi il rischio di scompenso aumenta. È importante chiarire che il vero pericolo non è il farmaco in sé, ma l’abbandono della cura.

Se si tornasse a discutere della Legge Basaglia, la riproporrebbe così com’è?

I principi della Legge Basaglia restano fondamentali e irrinunciabili, perché hanno restituito dignità e diritti alle persone con disturbi mentali. Tuttavia, oggi sarebbe necessario aggiornarla, integrandola con strumenti più adeguati ai bisogni attuali. Servono più risorse, più strutture intermedie, una maggiore attenzione alla prevenzione e un sostegno concreto alle famiglie. La libertà, senza una reale possibilità di cura, rischia di diventare un concetto vuoto.

C’è un messaggio che vorrebbe lasciare alle famiglie che convivono con queste difficoltà?

Il messaggio è semplice ma fondamentale: non siete soli e non dovete affrontare tutto da soli. Chiedere aiuto non significa fallire, ma proteggere chi si ama e proteggere sé  stessi. La malattia mentale richiede competenza, continuità e una rete solida. La prevenzione non è repressione, ma un atto di responsabilità e di cura verso tutti.

Cinzia Notaro