Alemanno chiede la Grazia per Antonio Russo 88enne in carcere per essersi difeso in un’aggressione

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Rebibbia, 22 febbraio 2026 – 416° giorno di carcere. Nelle scorse settimane, io Gianni, ho raccontato in una intervista a Piero Sansonetti della mia scelta di non chiedere la Grazia al Presidente Mattarella, nonostante numerosi amici, anche autorevoli, mi avessero sollecitato in questo senso. Ho seguito questa strada perché chiedere la Grazia significa ammettere, almeno implicitamente, la propria colpevolezza. Invece io non voglio essere graziato, io voglio essere assolto perché sono innocente. In più non voglio fare la figura del solito “politico privilegiato” che viene aiutato a “trovare una scappatoia” per uscire dai suoi guai. Per cui, mentre mancano pochi mesi alla mia scarcerazione per fine pena, aspetto il giudizio nella Corte Europea dei Diritti Umani, che ha dichiarato ammissibile il mio ricorso contro la condanna che sto scontando per un reato che non esiste più.

In quella intervista ho anche detto che è giusto che il Presidente Mattarella riservi tutto il suo potere di grazia per le migliaia di casi di persone abbandonate e indifese che languono nelle carceri italiane. Per questo motivo noi, Gianni e Fabio, sosteniamo in prima persona la richiesta di Grazia che Antonio Russo ha presentato oggi al Presidente della Repubblica.

Vi ricordate di Antonio? Con i suoi 88 anni a luglio prossimo, è la persona detenuta più anziana di tutto il nostro braccio. Una simile età sarebbe già di per sé una motivazione sufficiente per mandare questo “nonno” almeno in detenzione domiciliare. Infatti la Corte costituzionale con sentenza 56/2021 ha stabilito che tutti i condannati che hanno più di settant’anni possano beneficiare della detenzione domiciliare, quando ovviamente non sussiste un problema di pericolosità sociale. E nel caso di Antonio questa pericolosità non può neanche essere ipotizzata, perché lui ha usufruito degli arresti domiciliari e della libertà con prescrizioni in attesa di giudizio e quindi in un momento temporalmente molto più vicino al reato commesso, mentre nei quasi quattro anni già scontati ha mantenuto una condotta impeccabile, rispettando ogni prescrizione e vivendo in una solitudine che supera ogni misura.

Non solo: nel corso della detenzione le condizioni di salute di Antonio Russo sono nettamente peggiorate, come è stato certificato dalle autorità sanitarie competenti, con patologie di ipertensione severa, cardiopatia ipertensiva, extrasistolia, artrosi avanzata, insufficienza venosa, esofagite, crisi acute da calcoli, che provocano cadute in cella. Molte visite mediche programmate negli anni sono state soppresse per la mancanza delle scorte necessarie per accompagnarlo in ospedale, e l’assenza di piantoni rende impossibile ogni assistenza adeguata. L’età stessa è divenuta una patologia.

Nonostante questo Antonio il 4 giugno scorso si è visto rigettare dal Tribunale di Sorveglianza di Roma l’ennesima istanza di differimento pena avanzata per la sua età e per le sue precarie condizioni di salute. Ora è in attesa dell’esito del ricorso in Cassazione, ma ogni giorno in più che passa in cella è una sofferenza inaudita, di cui siamo personali testimoni. Più volte siamo dovuti intervenire, noi come altre persone detenute in questo reparto, per dissuadere Antonio dal compiere un gesto estremo.

Ma perché questa persona, così anziana e così malata, è in carcere? Per scontare l’ultimo periodo di una condanna definitiva a 12 anni di reclusione per un omicidio commesso nell’anno 2018.

Si tratta di una terribile storia di violenza cominciata dopo che Antonio Russo aveva sposato Rosa Ruffo, una vedova con cinque figli a carico e da cui ha avuto un ulteriore figlio. Russo ha fatto da padre a questi sei giovani che ha sostenuto economicamente con il proprio lavoro di “parchettista”, essendone ricambiato da tutti con rispetto e affetto. Da tutti, meno che dal più giovane dei suoi “figliastri”, Giuliano, tossicodipendente dedito alla violenza, che, per estorcere soldi e proprietà, ha per anni aggredito e picchiato sia Antonio Russo che sua madre Rosa Ruffo. La situazione si fece talmente grave da provocare la morte per disperazione della signora, costretta a fuggire dalla sua abitazione. Ebbene, dopo questo tragico evento, Antonio Russo ha reagito all’ennesima aggressione del giovane, accoltellandolo a morte mentre veniva picchiato selvaggiamente.

La situazione di disperazione e di sostanziale legittima difesa in cui è maturato quel gesto, emerge anche dal fatto che nel giudizio i fratelli e sorelle di Giuliano non si sono costituiti parte civile, perché loro stessi subivano abusi e minacce di ogni genere. Anche il vicinato e il quartiere in cui Antonio Russo abitava, gli hanno sempre dimostrato solidarietà e vicinanza, proprio perché testimoni delle violenze da lui subite per anni.

Quale funzione rieducativa può avere la pena per chi ha 90 anni? Quale pericolosità sociale può rappresentare un uomo che fatica a camminare, che ha bisogno di assistenza per le proprie cure quotidiane? La nostra Costituzione, all’articolo 27, afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Ma come può esserci rieducazione quando la pena diventa solo afflizione per una persona al termine della sua vita? Quando il carcere si trasforma in un luogo di sofferenza fisica e psicologica, incapace di garantire cure adeguate, assistenza, umanità? È giusto ignorare che l’età avanzata, da sola, costituisce una condizione di fragilità e di vulnerabilità?

Numerosi Deputati e Senatori della Repubblica italiana – tra cui il Presidente della Camera dei Deputati, on. Lorenzo Fontana – nel corso di visite istituzionali alla Casa Circondariale di Rebibbia, hanno visto con i propri occhi Antonio Russo, un uomo fragile, curvo, stanco, con il passo incerto di chi non può più difendersi nemmeno dalla propria età. Molti di loro hanno espresso sincero sconcerto nel trovarsi davanti un uomo prossimo ai novant’anni ancora in cella, giudicando la sua carcerazione “incomprensibile”, “sproporzionata”, “ingiustificabile sul piano umano”.

Facciamo quindi appello al Signor Presidente della Repubblica, perché conceda la Grazia a Antonio Russo, per evitare il rischio che debba morire solo, malato e dimenticato in una cella.

Pensiamo, come è scritto nella richiesta di Grazia, che la Giustizia possa essere ferma senza essere crudele, e che l’umanità non sia un atto di debolezza, ma di forza dello Stato.

Gianni Alemanno e Fabio Falbo