Arte e didattica dello sguardo
Guardare è ben oltre che vedere. È da questa distinzione, apparentemente scontata e semplice, che si può entrare in “L’arte di guardare tra verbale e visuale. Didattica, scrittura e narrazione multimediale per il patrimonio culturale”, opera di Lorena Cangiano, docente a contratto presso l’Università degli Studi di Foggia nell’ambito delle Scienze artistiche, della comunicazione e del design.
Il libro (edizioni Le Penseur, 80 pagine, 19 euro) parte dalle immagini ma finisce per interrogare qualcosa di più ampio: il modo in cui attribuiamo senso a ciò che abbiamo davanti agli occhi e il ruolo che la parola può avere nel modificare, rallentare o persino reinventare quello sguardo.
Pur nascendo in ambito didattico, il volume si muove tra storia dell’arte, semiotica, filosofia del linguaggio, teoria della comunicazione e pedagogia. Cangiano considera infatti l’immagine come un luogo in cui si incontrano esperienza personale, memoria e cultura. Composizione, forme, disposizione nello spazio e colore diventano così elementi attraverso cui il significato prende forma.
In questo percorso entrano Peirce e de Saussure, con l’idea che anche l’immagine, come il linguaggio, funzioni attraverso sistemi di segni e convenzioni. La distinzione tra “icona, indice e simbolo” permette di comprendere quanto l’interpretazione dipenda non solo da ciò che l’opera mostra ma anche da ciò che l’osservatore sa e riconosce.
Interessante è il modo in cui queste questioni vengono messe in relazione con la storia dell’arte. La riflessione di Hubert Damisch sull’oculo della Camera degli Sposi di Mantegna mostra, per esempio, come la pittura possa alludere a ciò che non riesce a rappresentare direttamente: l’infinito, il divino, l’invisibile. L’immagine non riproduce semplicemente il mondo ma può aprire uno spazio verso ciò che nel mondo non è immediatamente visibile. È una prospettiva che richiama anche Panofsky: per comprendere davvero un’opera non basta descriverne le forme, bisogna ricostruire i significati culturali e simbolici che le sostengono.
Il cuore del libro arriva però quando la questione dell’immagine incontra quella della parola. A partire da Aristotele, Cangiano considera il vedere come un’attività legata alla conoscenza: davanti a un’immagine non ci limitiamo a riconoscere qualcosa ma impariamo, colleghiamo, interpretiamo. Da qui si apre la lunga riflessione sull’ékphrasis, attraverso Omero, Filostrato, Keats, Eco e Foucault.
La parola, in questo caso, non è una semplice didascalia dell’immagine. Può ricrearla nella mente, cambiarne la percezione e produrre una nuova esperienza estetica. Il confronto con Umberto Eco, in particolare, mostra come il linguaggio possa evocare immagini anche quando il referente non è presente. Con Foucault e la lettura di “Las Meninas di Velázquez”, invece, la descrizione diventa occasione per riflettere sul funzionamento stesso della rappresentazione e sulla posizione di chi guarda.
La stessa attenzione allo sguardo ritorna nel riferimento a Ernst Gombrich. percezione, infatti, non è mai completamente passiva: ciò che vediamo è condizionato dalle nostre aspettative e dalle conoscenze che possediamo. Scrivere o parlare di un’immagine può allora servire anche a fermare lo sguardo, costringendolo a notare particolari che una visione veloce lascerebbe ai margini.
Nella parte finale il discorso torna alla didattica e alle forme della narrazione contemporanea. L’ékphrasis diventa uno strumento per allenare osservazione, memoria, creatività e interpretazione, mentre i riferimenti a Calvino e Lotman sottolineano il ruolo dell’arte e della scrittura nella costruzione di modelli attraverso cui leggere la realtà.
Il filo che unisce il libro è dunque il rapporto continuo tra ciò che vediamo e ciò che diciamo. Immagine e parola non procedono su strade separate: si correggono, si completano e, soprattutto, si trasformano a vicenda. È qui che “L’arte di guardare tra verbale e visuale” trova la sua idea più forte: in una cultura ormai sommersa dalle immagini, imparare a guardare significa anche imparare a interpretare. E, forse, a guardare più lentamente.
Marino Pagano