In valigia la politica ma anche la vita
“Libertà in valigia” (edizioni Radici Future, 138 pagine, 15 euro), a firma di Giovanni Capurso e Vincenzo Catalano, è un libro che attraversa la storia dell’emigrazione pugliese tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento utilizzando una documentazione di particolare interesse: lo Schedario Politico Provinciale della Questura di Bari e un ricco insieme di lettere e carteggi. Il risultato è una ricerca che parte da Corato e si allarga verso la Francia e gli Stati Uniti, seguendo persone, famiglie, percorsi migratori e reti di relazione.
Il fascino del volume sta soprattutto nel modo in cui una vicenda apparentemente locale diventa una finestra su un fenomeno molto più ampio: quello degli italiani che attraversano le frontiere senza per questo interrompere i rapporti con il paese d’origine. La valigia del titolo contiene dunque molto più degli oggetti necessari alla partenza. Contiene legami familiari, memoria, idee, appartenenze e una parte della propria identità.
Il punto di partenza documentario è particolarmente significativo. Lo Schedario Politico Provinciale comprende 4647 fascicoli relativi a persone considerate dalla polizia fascista “sovversive”. Gli autori ne individuano 389 riferibili a Corato. Di questi, 269 risultano emigrati, soprattutto verso la Francia, mentre gli Stati Uniti costituiscono una componente numericamente più ridotta.
Sono numeri che vanno letti con cautela. Lo schedario non rappresenta infatti l’intera popolazione emigrata né tantomeno tutti coloro che ebbero un ruolo politico. È una fonte prodotta da un apparato di sorveglianza e quindi restituisce una realtà già filtrata dallo sguardo della polizia. Proprio questo limite, però, ne accresce l’interesse: i documenti permettono di capire non soltanto chi veniva controllato, ma anche come lo Stato osservava una società attraversata da mobilità, relazioni e trasformazioni.
È qui che il libro acquista una dimensione propriamente sociale. Dietro i fascicoli compaiono contadini, lavoratori, artigiani, uomini e famiglie che lasciano il paese e costruiscono altrove una nuova quotidianità. La grande storia passa attraverso biografie minori, spesso prive di qualsiasi dimensione eroica. Ed è forse proprio questa la loro forza narrativa.
Ancora più preziosi sono i carteggi. Nelle lettere entrano il lavoro, il denaro, la nostalgia, le preoccupazioni per i familiari, le notizie dal paese, le difficoltà dell’inserimento nei nuovi contesti. La dimensione politica convive con quella privata e talvolta quasi scompare dietro le necessità elementari della vita quotidiana.
È uno degli aspetti migliori del libro: mostrare che l’emigrazione è molto di più di uno spostamento geografico. È una trasformazione della propria posizione nel mondo. Chi parte non smette necessariamente di appartenere al luogo da cui proviene e allo stesso tempo non appartiene ancora pienamente al luogo nel quale arriva. Vive in una sorta di spazio intermedio fatto di relazioni mantenute a distanza e nuove conoscenze.
La Francia, e in particolare Grenoble, diventa in questo senso un laboratorio particolarmente interessante. La presenza dei coratini permette di osservare la formazione di una comunità e il modo in cui le relazioni personali possono trasformarsi in reti sociali e politiche. L’emigrazione appare, così, come un processo di adattamento, ricomposizione e costruzione di nuovi legami.
Il caso di Felice Loiodice, la “primula rossa di Grenoble”, porta questa dinamica sul terreno della biografia individuale. La sua vicenda è interessante non soltanto per la singolarità del personaggio, ma perché consente di osservare attraverso una storia personale il funzionamento di reti più vaste.
Il confronto con gli Stati Uniti amplia ulteriormente il quadro. Qui l’emigrazione italiana si inserisce in un ambiente sociale e politico profondamente diverso da quello francese. Le vicende di Sacco e Vanzetti, le organizzazioni italiane e le diverse correnti politiche presenti nella diaspora mostrano quanto sia improprio parlare di un’unica esperienza dell’emigrazione italiana. Ogni destinazione produce condizioni differenti e modifica in maniera diversa il rapporto fra individuo, comunità e paese d’origine.
È proprio questa pluralità a rendere il libro interessante. L’emigrazione politica appare come un territorio nel quale si incontrano motivazioni diverse: la ricerca di lavoro, la necessità di allontanarsi dall’Italia, le convinzioni politiche, le relazioni familiari, le opportunità offerte dalle reti migratorie. Un individuo poteva partire per ragioni economiche e successivamente entrare in un ambiente politico; un altro poteva utilizzare reti già esistenti per sottrarsi a una situazione divenuta difficile.
Anche per questo sarebbe interessante un confronto più ampio con altre realtà pugliesi. Il caso coratino è ricchissimo ma proprio la sua ricchezza invita a chiedersi quanto esso sia rappresentativo di dinamiche regionali più vaste e quanto invece rifletta caratteristiche specifiche della storia sociale di Corato.
Un ulteriore terreno di approfondimento riguarda le donne. La documentazione restituisce soprattutto figure maschili, ma dietro ogni partenza c’è quasi sempre una rete familiare. Madri, mogli, sorelle e figlie non sono semplicemente figure sullo sfondo: possono essere state essenziali nella conservazione dei rapporti, nella circolazione del denaro, delle informazioni e della memoria.
In definitiva, il pregio maggiore di “Libertà in valigia” consiste nel sottrarre l’emigrazione a una lettura puramente economica e nel mostrarla come un fenomeno complesso nel quale lavoro, famiglia, politica, identità e memoria si intrecciano continuamente.
L’antifascismo è una componente importante di questa storia ma non la esaurisce. Il libro è più interessante proprio quando riesce a mostrare ciò che sta intorno alla militanza: la vita degli emigrati, le loro relazioni, le difficoltà quotidiane, il rapporto con la comunità d’origine e la progressiva costruzione di nuove appartenenze.
In questo senso la “libertà” del titolo non va letta soltanto in chiave politica. È anche la libertà cercata attraverso una partenza, la possibilità di ricominciare, il tentativo di costruire altrove una vita diversa senza recidere completamente il filo con il luogo da cui si proviene.
La vera originalità del volume sta allora nel suo movimento fra piccolo e grande: parte da 389 fascicoli coratini e arriva a una storia che attraversa la Puglia, la Francia e gli Stati Uniti. È una storia fatta non soltanto di ideologie e conflitti politici ma di persone che attraversano confini portandosi dietro qualcosa che nessuna frontiera riesce davvero a fermare: la propria storia.
Ed è forse questa la metafora più efficace della “valigia” evocata dal titolo: non tanto il semplice bagaglio di chi parte quanto il contenitore invisibile di relazioni, memorie, appartenenze e inquietudini che ogni emigrante porta con sé.
Marino Pagano