Checco va sempre bene ma oltre la risata dev’esserci di più
Per usare una espressione di Enrico Berlinguer che passò alla storia, anche nel cinema esiste una “spinta propulsiva” che, se si esaurisce, lascia il movimento in una forma di inerzia elegante ma prevedibile. “Buen Camino”, l’ultimo film della premiata ditta Nunziante-Zalone, sembra muoversi proprio in questo spazio: un film che procede, funziona, incassa ma senza più quell’urgenza che un tempo rendeva la comicità del nostro simpaticissimo Luca Medici non solo popolare ma, forse, persino necessaria.
Il racconto è quello di un uomo ricco, viziato, impermeabile a qualsiasi forma di complessità morale, costretto a intraprendere il Cammino di Santiago insieme alla figlia. Un percorso fisico che dovrebbe tradursi in trasformazione interiore, secondo uno schema ormai classico: perdita delle certezze, contatto con il reale, prevedibile redenzione. È qui che il film dichiara subito il suo tono: meno satira, più conciliazione; meno attrito, più accomodamento.
La comicità di Zalone resta riconoscibile, fondata su un impatto fisico e naturale che continua a funzionare. Si ride spesso ma quasi mai si viene ‘disturbati’. Anche quando il film prova ad affacciarsi su territori più sensibili – come il riferimento alla Palestina e a Gaza – l’effetto è sorprendentemente blando. La battuta, pensata per essere spiazzante, arriva smussata, priva di reale mordente. Più avanti accade più o meno lo stesso con Auschwitz. Qualcuno dice che dopo Benigni si può ridere di tutto ma il comico toscano ci insegnò a sorridere soavemente dell’umano nel disumano e non certo del contrario (accettandone, semmai, la chiave estremamente e mostruosamente grottesca).
Il problema, in Zalone, non è il politicamente scorretto in sé ma il fatto che qui sembri chiamato in causa senza più rischio. Scontatissima la reazione di fronte alla figlia omosessuale o dalla sessualità ancora incerta, per dirne un’altra. Lì il Checco dei primi tempi avrebbe potuto inserirci qualcosa di più, a parer nostro.
La satira non graffia più, non espone il personaggio al ridicolo profondo, non costringe lo spettatore a fare i conti con quel per cui ride.
Narrativamente il film scorre senza intoppi, ma anche senza vere sorprese. Il rapporto padre-figlia, potenzialmente centrale, resta funzionale più che realmente esplorato. Troppi cambi repentini nella testa del papà. L’impressione è che Zalone sia ancora una volta il motore unico del film ma un motore che gira a regime costante (e forse un pochino stanco).
“Buen Camino” è quindi una commedia efficace, professionale, destinata a un pubblico ampio e fedele. Ma è anche il segnale di una comicità che ha perso la sua carica più corrosiva, quella capacità di essere scomoda senza diventare moralista. Chissà che a Luca Medici non serva meno centralità, più controllo, più esposizione al rischio. Da lui ci aspettiamo di più, non solo la risata. Altrimenti, come ha scritto qualcuno, il pericolo deriva Cinepattone è dietro l’angolo.
Marino Pagano