Democrazia oggi? Facciamoci qualche domanda.
La Prima Repubblica è ormai un lontano ricordo che svanisce nel tempo con le sue ideologie, con i suoi partiti e i suoi leader. Un mondo lontano da ogni punto di vista. Si potrebbe dire, senza il timore di essere smentiti, anche un lontano ricordo di una differente umanità.
Partiti come quelli della Prima Repubblica non ce ne sono più come non ci sono più i tesserati, i militanti e neppure i Segretari che ne incarnavano l’ortodossia ideologica. Avere la tessera di uno di quei partiti era segno di appartenenza ad una comunità ideale e di identità; rivestire poi un incarico in quelle formazioni era motivo di orgogliosa responsabilità rispetto ad una comunità.
Sono eventi consegnati alla storia anche le modalità con le quali quel mondo fu cancellato dalla corruzione e dall’intervento di uno dei poteri dello Stato che, un bel giorno, decise di accorgersi che il finanziamento dei partiti era fin troppo allegro ma, al contempo, chiuse occhi e orecchie allorquando un ex Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, chiamò in correità altri soggetti, sostenendo che l’accusa che veniva mossa al suo partito, il PSI, avrebbe dovuto essere estesa anche agli altri partiti di sistema. Tuttavia, gli altri partiti, PCI in testa, non furono affatto scalfiti dalla furia legalista dell’epoca.
Ne seguì un fuggi fuggi, e i partiti, tutti, lasciarono campo aperto ad uno spirito ultra-riformista. Tutti cambiarono nome o finirono per cambiarlo, ed insieme al nome anche la propria identità, rinnegandola o mascherandola, preferendo cavalcare l’onda emozionale collettiva secondo la quale il popolo non avrebbe dovuto più scegliere i propri rappresentanti in base alle ideologie, ormai date per morte, ma in base alle persone.
Il colpo finale ai partiti ed alle ideologie, che bene o male erano rappresentate in Parlamento, che ispiravano comunità di pensiero, e che richiamavano iscritti e dirigenti ad essere conseguenti ai principi ispiratori, fu dato da una riforma elettorale radicale che sancì il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario il cui ispiratore fu Sergio Mattarella.
Tutto cambiò perché niente cambiasse? Forse!
Alla morte dei partiti seguiva l’era dei leader soli al potere. Prima e massima espressione di questo fenomeno fu la discesa in campo dell’imprenditore Silvio Berlusconi con la creazione di Forza Italia, una formazione di successo accentrata su una persona di successo. Di conseguenza, nasceva il fenomeno delle civiche quelle liste senza alcuna connotazione politica che, con più facilità, riuscivano e riescono a raccogliere voti trasversalmente per raggiungere il potere nelle città. Da allora in poi è stato un susseguirsi di uomini, di tutte le professionalità ed estrazioni, prestati alla “politica” ma che di politica non hanno mai masticato tanto e questa era forse la connotazione vincente.
Ma i partiti che fine hanno fatto? Certamente non sono morti ma sono cambiati. Non sono più palestre di pensiero, di filosofia, di progetti umanistici ed economici, considerati ormai orpelli del passato e perdite di tempo. Sono però strutture verticistiche che determinano le candidature uninominali, che decidono chi sarà certamente eletto e chi invece dovrà sgomitare per esserlo.
Tutto ciò, sarà forse perché chi progetta e pianifica il futuro delle nostre comunità è altrove e non nelle assisi rappresentative, non nel Parlamento? Sarà forse perché ai rappresentanti del Popolo è lasciata solo l’ordinaria amministrazione ed accapigliarsi e dividersi sui cosiddetti diritti civili? Tutto ciò è un bene, un male? Chi lo può dire? Certo è che l’abbandono delle ideologie, sulle quali sono state caricate tutte le colpe di questo mondo, ed il degrado dei partiti hanno coinciso con fenomeni non positivi come ad esempio, il più grave, la diserzione delle urne da parte dei cittadini: nel 1992 alle ultime elezioni col sistema proporzionale puro l’affluenza ai seggi era dell’87,3% mentre nel 2022, col sistema maggioritario, l’affluenza è scesa al 63,9%.
I “governi” durano certamente di più ma il corpo elettorale che fine ha fatto? E la partecipazione-legittimazione democratica dov’è?
Paolo Scagliarini