Due storie spiacevoli di Drieu

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Nel 1963 le edizioni Gallimard pubblicarono cinque testi inediti di Pierre Drieu La Rochelle, scritti a partire dal 1935, con il titolo non del tutto indovinato di Histoires déplaisantes (Storie spiacevoli). Di questi  erano già stati tradotti in italiano, da piccole case editrici, i due splendidi romanzi brevi: lo spietato e lucido Diario d’un delicato (all’insegna del Veltro 1987; e SE 1998) e il sognante Intermezzo romano (Aspis 2021); nonché uno dei tre racconti incentrato sul tema del tradimento: L’agente doppio (AR 2002). Mancavano all’appello La duchessa di Friedland e Il veglione della Vigilia, che escono ora per le edizioni Aspis col titolo Due storie spiacevoli, mirabilmente tradotti e introdotti da Marco Spada.

Scritti  con uno stile fluido e scorrevole, senza quelle digressioni che a volte rompono il ritmo narrativo di taluni suoi romanzi, entrambi i racconti si rivelano tuttavia, come nota il traduttore, tra i testi più “complessi e astrusi” di Drieu. Il fatto è che per una loro piena comprensione bisogna tener presente le vicende biografiche dello scrittore e soprattutto la gamma delle sue avversioni e delle sue predilezioni.

La duchessa di Friedland è un ritratto al vetriolo d’una borghesia decadente, che dietro la rispettabilità nasconde le proprie perversioni e civetta, per paura o convenienza, con le idee della rivoluzione comunista. Seguiamo invero con qualche iniziale simpatia le vicende della protagonista, Cornelia de Chanfrein, «duchessa per grazia di Napoleone e non per quella dei Borboni», il cui fascino non lasciava indifferenti nemmeno «tutti gli analfabeti del cuore in mezzo ai quali viveva». Il tono piacevolmente ironico con cui il narratore procede nel racconto si fa invece sarcastico nel descrivere il gruppo dei surrealisti (ricordiamo che Drieu fu amico per un certo tempo di Aragon e fiancheggiò i surrealisti) e soprattutto il loro capo Caël, dietro cui possiamo riconoscere André Breton, «un pedante perfettamente astratto e un poeta molto melenso». Nel mirino dello scrittore francese c’è qui la loro strombazzata adesione al marxismo e la presa che avevano sugli ambienti borghesi dell’epoca. L’ironia e il sarcasmo cedono infine il posto all’amarezza nella confessione finale che la duchessa fa a se stessa.

Nell’altro racconto, Il veglione della Vigilia, scritto in prima persona, il narratore protagonista nega innanzitutto di essere un esteta: «mentre aspettiamo la morte del secolo tra atroci tormenti, accettiamo con semplicità ciò che ancora ci dà la vita». Apprendiamo subito che egli si è  innamorato degli occhi di Annie, malgrado il suo difetto fisico. C’è della compassione in lui? Lo sospettiamo. Ma nel corso del racconto ci ricrediamo. Come amante dichiara di non aver mai visto il corpo di Annie, giudica se stesso «molto rispettoso, molto distante» e aborre le festività, esattamente come lo stesso Drieu; «Ci si ubriaca, a meno che non si abbia una famiglia. Ma io non ho una famiglia. Brutta settimana per i solitari». È quest’uomo ad organizzare il cenone della vigilia di Natale, al quale invita oltre Annie, una barbona conosciuta per caso in strada e due fratelli, uno “grosso e massiccio” di idee comuniste, l’altro “piccolo e gracile” di idee cattoliche. Insomma una specie di corte dei miracoli, dove i personaggi avviano una conversazione senza capo né coda, tra politica, metafisica e casi personali.

Spiccano nel racconto alcuni passi in cui Drieu manifesta il suo ecologismo ante litteram come nel seguente stralcio di dialogo:

« – Lasciata alle spalle la campagna – dissi tornando – gli uomini sono caduti in un’astrazione integrale.

– Tutto sommato, lei parla come J.J. Rousseau – osservò Denys.»

O come in questa descrizione poetica:

«La luce cruda dei lampioni si addolciva sul fogliame verde. Aveva piovuto e si sarebbe potuto credere che l’asfalto esalasse un profumo di terra. Le case della nostra epoca  sono meno brutte a quell’ora e si può credere di vivere in una città che ha conservato qualcosa dei tempi favolosi della bellezza».

La lettura di questo racconto può in un primo momento disorientarci. Ma ogni perplessità viene meno non appena mettiamo a fuoco che questi personaggi non hanno nulla di reale, sono solo simboli, travestimenti di idee contro cui Drieu esercitava la sua critica: Annie simboleggia i lavoratori schiacciati dalla quotidianità, la barbona una borghesia scioperata ed avida, i due fratelli i fautori di idee che rimandano la felicità ad un oltre, celeste o terreno.  

Sandro Marano

(Pierre Drieu La Rochelle, Due storie spiacevoli, Aspis 2025, pp.63 € 9)