Enzo Fortunato: «L’Europa non è solo economia, serve un cammino umano»

a015f8c4-4691-4ca6-b2ae-31fecadd4588

Il cammino non è una semplice successione di passi, ma una dimensione profonda dell’esistenza umana. Parte da questa consapevolezza il nuovo libro di Enzo Fortunato, Buon Cammino, un’opera che supera i confini dell’autobiografia per farsi ricerca collettiva e spirituale. Autore, presidente di Europa Benedettina e oblato dell’abbazia Madonna della Scala di Noci, Fortunato riflette in questa intervista sul bisogno di silenzio in una società che corre troppo velocemente, sul ruolo dei giovani di fronte al caos contemporaneo e sul futuro di un’Europa che ha un disperato bisogno di riscoprire le proprie radici umane e spirituali, prima ancora che istituzionali.

Enzo Fortunato, perché un libro intitolato Buon Cammino?

Perché il cammino è una delle immagini più profonde della nostra esistenza. Siamo tutti in cammino, anche quando pensiamo di essere fermi. Ci sono momenti in cui sappiamo dove andare e altri in cui prevalgono il dubbio, la solitudine e la fatica. Buon Cammino nasce proprio da questa consapevolezza: non voglio offrire risposte preconfezionate, ma condividere una ricerca, fatta di incontri, viaggi, esperienze, famiglia, fede e domande.

Quindi non è semplicemente un’autobiografia?

No. La mia storia personale è soltanto il punto di partenza. Raccontare se stessi ha senso quando la propria esperienza riesce a parlare anche agli altri. Nel libro ci sono luoghi lontani, incontri e situazioni diverse, ma soprattutto c’è l’uomo con le sue fragilità e il suo desiderio di essere felice. Il vero viaggio non è quello che ci porta più lontano, ma quello che ci conduce più profondamente dentro noi stessi.

Nel libro emerge anche il tema della libertà. Che cosa significa oggi essere liberi?

R. Significa innanzitutto non diventare prigionieri del rumore del mondo. Viviamo in una società che ci spinge continuamente verso il successo, il consumo, l’apparenza e la velocità. Ma l’uomo ha bisogno anche di silenzio, di relazioni autentiche e di tempo per interrogarsi. La libertà non consiste nel fare tutto ciò che vogliamo, ma nel capire ciò che vale davvero la pena scegliere.

C’è un legame tra Buon Cammino e il suo impegno in Europa Benedettina?

È un legame molto forte. L’esperienza benedettina ci ricorda che l’Europa non è soltanto un progetto economico o politico. È soprattutto una storia fatta di cultura, spiritualità, lavoro, accoglienza e comunità. I monasteri hanno custodito per secoli la memoria europea e hanno contribuito alla nascita di una civiltà fondata sull’incontro tra fede, cultura e persona.

È questo il motivo per cui oggi parla spesso delle radici dell’Europa?

Sì. Recuperare le radici non significa guardare nostalgicamente al passato. Significa comprendere da dove veniamo per capire meglio dove vogliamo andare. L’Europa ha bisogno di ritrovare una visione dell’uomo. E in questo senso la tradizione benedettina può ancora parlare al nostro tempo.

Nel suo libro c’è anche un’idea di Europa attraverso il viaggio.

Esattamente. Il viaggio permette di incontrare persone, culture e mondi diversi. E quando viaggiamo veramente, non torniamo mai uguali a come siamo partiti. Questo vale anche per l’Europa: le sue diversità non devono essere viste come una debolezza, ma come una ricchezza. Il cammino europeo può diventare un cammino umano prima ancora che istituzionale.

Qual è il messaggio che vorrebbe arrivasse soprattutto ai giovani?

Direi loro di non avere paura del caos. Il mondo che hanno davanti è complesso e spesso contraddittorio. Ma proprio per questo devono imparare a camminarci dentro senza perdere la propria direzione. Non devono lasciarsi definire esclusivamente dal successo, dal denaro o dall’immagine. Devono avere il coraggio di chiedersi: «Chi voglio diventare?».

Una domanda forse più personale: cosa significa per lei oggi “buon cammino”?

Significa augurare a una persona di non smettere mai di cercare. Anche quando sbaglia strada, anche quando incontra una salita, anche quando pensa di essere arrivata al punto di non poter più ripartire. Un cammino autentico non è necessariamente facile. Ma può diventare un’occasione di rinascita.

Se dovesse definire Buon Cammino con una sola frase?

Direi: un libro sull’uomo che cerca la propria strada in un mondo che corre troppo velocemente.

E dopo Buon Cammino, dove sta andando il suo cammino?

Verso nuove domande. Perché credo che il cammino finisca soltanto quando smettiamo di cercare. E oggi, attraverso Europa Benedettina, sento ancora più forte il desiderio di mettere in dialogo persone, culture e luoghi che appartengono alla grande storia dell’Europa. Forse il prossimo cammino sarà proprio questo: riscoprire ciò che ci unisce.
«Buon cammino» non è soltanto un saluto. È un augurio. È l’invito a partire, a cercare, a cadere e a rialzarsi. Ma soprattutto a non smettere di domandarsi dove conduce il cammino della nostra vita.

Paolo Scagliarini