«Fango su La Russa»: l’ex federale Chiarenza ricostruisce il giovedì nero di Milano
Il diluvio di polemiche ed improperi che nei giorni scorsi ha investito il Presidente del Senato Ignazio La Russa, reo aver condannato duramente, «senza se e senza ma», le recenti manifestazioni di violenza generalizzata che hanno colpito varie città d’Italia a cominciare da Milano, alla fine è nostalgicamente debordato su di un gravissimo fatto di oltre mezzo secolo fa, con l’intento di screditare la seconda carica istituzionale.
In particolare a La Russa è stata rimproverata la partecipazione ad una manifestazione organizzata a Milano dal MSI il 12 aprile 1973 che, dopo essere stata autorizzata, venne improvvisamente revocata dal prefetto Libero Mazza per motivi di ordine pubblico. I fatti gravi ed immediati che seguirono il provvedimento costarono la vita all’agente di Pubblica Sicurezza Antonio Marino, colpito a morte da una bomba lanciata da mani estremiste. Poiché all’epoca Ignazio La Russa era dirigente della destra giovanile milanese, su di lui si sono abbattute accuse di ogni risma per aver partecipato a quella manifestazione non autorizzata. Ma come andarono realmente i fatti?
Nel merito abbiamo rintracciato Paolo Chiarenza, all’epoca federale missino di Cuneo, presente a Milano in quelle tragiche ore.
Chiarenza cosa accadde a Milano quel 12 aprile 1973?
Partiamo dal fatto che la manifestazione avente per tema «No alla violenza», organizzata a Milano dal MSI-DN per il 12 aprile 1973, approvata dai vertici nazionali del partito, fu regolarmente concordata con le autorità locali della Pubblica Sicurezza che l’autorizzarono. Era previsto un corteo che si sarebbe concluso con un comizio avente, fra gli oratori, il senatore reggino Ciccio Franco e Massimo Anderson presidente nazionale del Fronte della Gioventù. Furono invitate le federazioni del nord Italia, io stesso rappresentavo Cuneo in qualità di federale missino della provincia. Alla manifestazione dovevano prendere parte, ovviamente, i vertici del MSI-DN milanese, a cominciare dall’onorevole Franco Servello commissario federale e l’onorevole Franco Petronio.
Cosa accadde, quindi, di clamoroso?
Accadde che nel momento in cui la macchina organizzativa era in pieno movimento, la Questura, ventiquattrore prima della manifestazione, ossia del corteo e del comizio, rese note alcune sostanziali modifiche al programma:
- corteo annullato;
- comizio spostato in piazza del Tricolore.
E venne subito accettato quanto intimato dalla Questura?
Certo che accettammo anche se cominciava ad essere problematico informare iscritti e simpatizzanti, che da varie parti del nord erano in procinto di raggiungere Milano. Sennonché accadde ancora un qualcosa di più clamoroso. Il 12 aprile, a poche ore dal comizio in programma in piazza del Tricolore, il prefetto Mazza annullò anche questo. Fu il colpo di grazia perché ormai iscritti e simpatizzanti missini avevano già raggiunto Milano ed ancora tanti altri stavano affluendo ed altri ancora vi sarebbero affluiti. In più si aggiungevano, come spesso avviene nelle grandi manifestazioni di protesta, alcuni elementi della destra extraparlamentare che non erano certo ben disposti nei confronti del MSI-DN.
Che accorgimenti furono adottati dagli organizzatori della manifestazione improvvisamente annullata con più provvedimenti emanati a distanza di poche ore l’uno dall’altro?
Cercammo di reperire qualche sala cinematografica, ma ogni tentativo fu inutile perché i responsabili dei cinema temevano le violente rappresaglie della sinistra. Ci radunammo nei pressi della federazione del MSI-DN di via Mancini,
Se non erro oggetto di un pesante attentato nel settembre 1972.
Il 2 settembre 1972, poco dopo le 4,00, due bombe ad alto potenziale distrussero una, l’allora federazione del MSI-DN in seguito ricostruita, l’altra la redazione e tipografia del settimanale «Candido» diretto dal senatore missino Giorgio Pisanò,
Torniamo al 12 aprile 1973. Ci radunammo proprio nei pressi della nostra federazione per rendere noto e per quanto possibile, ai militanti già presenti, gli improvvisi ed intervenuti divieti.
Dinanzi alla ennesima discriminazione che si veniva a consumare nei confronti del MSI-DN io, l’onorevole Servello, il senatore Franco, l’onorevole Petronio, Massimo Anderson ed altri dirigenti decidemmo di andare dal prefetto Mazza non solo per esprimere la nostra vibrata, ma civile protesta, ma soprattutto per cercare di convincerlo affinché si potesse tenere il comizio in piazza del Tricolore anche ed al fine di stemperare gli animi. Scortati dalla Polizia ci portammo verso corso Monforte, sede della prefettura.
Quindi, le famose foto che immortalano voi dirigenti missini l’uno al fianco dell’altro, non attengono il vostro corteo non autorizzato che marciava contro la Polizia, come da accusa formulata da più parti.
Ma queste sono solo scempiaggini divulgate ad arte per gettare fango sul MSI-DN. Se la Polizia era alle nostre spalle per scortarci in prefettura, come facevamo a marciare contro di essa?
Come vi accolse il prefetto Mazza che, ricordiamolo, nel 1979 divenne senatore democristiano?
Ci ricevette nel salone della prefettura facendoci accomodare. Ci accingevamo ad entrare nel merito del problema quando Mazza fu raggiunto da una telefonata che durò almeno trenta secondi. Quando riattaccò, chinò la testa dicendo:
“È stato ucciso un agente. Questo non dovevate farlo!”.
Restammo sbigottiti, non potevamo assolutamente credere che uno dei nostri avesse potuto uccidere un agente di quella Polizia, di quelle Forze dell’Ordine, che eravamo unici e soli a difendere. Nell’accomiatarci dal prefetto Mazza gli esprimemmo il nostro dispiacere per l’uccisione dell’agente. Avevamo però fretta di constatare quanto accaduto.
Come fu possibile che un personaggio come il prefetto Mazza, fino a prova del contrario esperto nel suo campo, abbia adottato più provvedimenti a poche ore dalla manifestazione, dapprima modificandola, poi annullandola? Possiamo escludere che abbia ricevuto degli ordini politici da Roma? Ricordiamo che dal 1970 il MSI aveva cominciato ad inanellare una serie di successi elettorali e politici che sfociarono nella clamorosa e grande affermazione della Destra Nazionale alle elezioni politiche per la prima volta anticipate del 7-8 maggio 1972. Quel trionfo mise a soqquadro il cosiddetto arco costituzionale costringendo la DC a rallentare il suo avvicinamento al PCI.
Ma è chiaro che ci fu una regia politica da Roma per mettere in difficoltà il MSI-DN. Tra l’altro negandoci il comizio, e noi i comizi li tenevamo con il Tricolore Italiano, fatto questo malvisto dalla sinistra che, è bene ricordarlo, avversava la Bandiera Italiana.
Tra l’altro, proprio Mazza era stato autore di un famoso Rapporto inviato al Ministro degli Interni Restivo nel dicembre 1970, reso pubblico nell’aprile 1971, attraverso il quale denunciava a Milano il «progressivo rafforzamento e proliferazione delle formazioni estremiste extraparlamentari di ispirazione maoista (Movimento studentesco. Lotta continua. Avanguardia operaia). Nonché di movimenti anarchici e di quelli di estrema destra». Quel Rapporto – cito l’organo comunista «l’Unità» del 17 aprile 1971 – poneva l’accento su «circa ventimila estremisti che dispongono di “equipaggiamento e armamento che può qualificarsi paramilitare: servizio medico, collegamento radio fra i vari gruppi. servizio di intercettazione radio della polizia”. Elmetti, barre di ferro, fionde per lancio di sfere d’acciaio, tascapane con ‘bottiglie molotov’, selci, mattoni, bastoni, eccetera”. Questi gruppi – continua il rapporto – per ribadire la loro estrazione di ‘sinistra’ – si dedicano ad una “fanatica e intensa opera di propaganda e proselitismo sia nell’ambiente studentesco, che in quello operaio” e con sempre maggiore frequenza ad organizzare cortei e riunioni che “sono spesso l’occasione per turbare profondamente la vita della citta, compiere atti vandalici con gravi danni alle proprietà pubbliche e private, limitare la libertà dei cittadini e dileggiare i pubblici poteri centrali e locali con ingiurie volgari e accuse cervellotiche”».
Quel Rapporto non andò giù al PCI che lo definì «provocatorio» e chiese addirittura le dimissioni del prefetto Mazza. Ed all’epoca, a sinistra, c’era chi chiedeva perfino il disarmo della Polizia.
Ma alla luce di quel Rapporto, perché la vostra manifestazione venne inizialmente autorizzata, poi modificata fino ad essere annullata in una manciata di ore? Se sussistevano rischi per l’ordine pubblico, a mio parere l’autorizzazione doveva essere negata fin dal momento in cui il MSI-DN ne fece richiesta.
Se fu autorizzata significava che le Forze dell’Ordine erano in grado di tutelare il nostro diritto costituzionale a manifestare. Furono le pressioni politiche, certamente giunte da Roma, a provocare i pasticci successivi che sfociarono nella tragedia. Inoltre, risultava scomoda per qualcuno la presenza del senatore reggino Ciccio Franco, che godeva di largo seguito di compaesani a Milano. Il battagliero sindacalista era stato protagonista della Rivolta di Reggio Calabria che non pochi problemi creò al potere, specie con la plebiscitaria elezione al Senato del maggio 1972, con oltre il 38% dei voti conseguiti con il MSI-DN nel collegio di Reggio.
Torniamo al 12 aprile. Quali furono i passi successivi una volta lasciata prefettura?
Lasciata la prefettura ci portammo immediatamente sul luogo del fatto delittuoso per renderci conto dell’accaduto.
Subito informato, Almirante da Roma era una furia scatenata e pretendeva che il colpevole o i colpevoli venissero immediatamente individuati ed assicurati alla giustizia. L’onorevole Servello annunciò addirittura una taglia di 5 milioni di lire a chi avesse fornito utili informazioni per la cattura di chi aveva ucciso l’agente Antonio Marino. Fu proprio grazie alla responsabile testimonianza di Gianluigi Radice, nostro dirigente giovanile, che furono individuati chi aveva ucciso Marino: due extraparlamentari di destra, non aderenti MSI-DN, tali Murelli e Loi.
Traeste un duplice sospiro di sollievo venendo a sapere che non erano iscritti al MSI-DN coloro che avevano mortalmente attentato al giovane agente Marino e che i due attentatori erano stati assicurati alla giustizia grazie alla testimonianza di un giovane dirigente missino?
Si certo. Anche se tutto il MSI-DN si mobilitò per individuare i responsabili, eravamo molto, molto amareggiati e soprattutto arrabbiati per l’agente caduto. Noi che, difendendole sempre, reputavamo le Forze dell’Ordine e le Forze Armate il fiore all’occhiello della Nazione, non potevamo accettare quanto accaduto, anche se fummo sempre convinti che non poteva essere stato uno dei nostri, un missino, a commettere quell’atto nefando. Ricordiamo che le risultanze processuali della vicenda esclusero ogni responsabilità del MSI-DN e dei suoi esponenti.
Ma allora, perché, tutti gli attacchi odierni al Presidente del Senato La Russa?
Perché La Russa viene dalla militanza, è sempre stato un militante coraggioso, non ha rinnegato Almirante e la politica di Destra Nazionale. E quel 12 aprile 1973 svolse un ruolo importante in qualità di dirigente del Fronte della Gioventù milanese, nel portare la calma fra i giovani militanti del Fronte.
Ma le pare che se ci fosse stata una pur minima macchia su di lui, La Russa avrebbe potuto ricoprire la carica di Presidente del Senato ed ancor prima di Ministro della Difesa? Poi specie in una Nazione come la nostra dove la immoralità politica dei due pesi e delle due misure viene sempre fatta valere, non da oggi, contro la destra? Si tratta, in realtà, di attacchi mirati e strumentali da parte di una sinistra priva di idee, tesi e programmi, mancante di un progetto alternativo a Giorgia Meloni. Sono nostalgici di un passato che li ha condannati.
Mi permetta di aggiungere che, se anche Franco Servello – scomparso nel 2014 – avesse avuto qualche macchiolina, difficilmente sarebbe stato gratificato della onorificenza di grande ufficiale al merito della Repubblica italiana (https://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/173871).
Ma lo sa che Servello non aveva il gradimento unanime del partito? Lui, figlio di emigranti, era nato in America. Si ritrovò in Italia durante la Seconda Guerra Mondale al seguito delle truppe alleate. Sposò la causa missina nel 1947 quando i terroristi della Volante Rossa assassinarono lo zio, Franco De Agazio, direttore del «Meridiano d’Italia». Servello divenne direttore del quotidiano che in quel momento stava portando avanti molte battaglie, dall’oro di Dongo ai crimini partigiani, alla volontà di pacificazione degli italiani.
In conclusione, ha altro da aggiungere?
Rammento che se qualcuno a sinistra definì i terroristi rossi “compagni che sbagliano”, sul fronte opposto, a destra, nessuno osò sussurrare, a proposito dei terroristi neri, essere quei criminali dei camerati che sbagliano. Sfido chiunque a dimostrare il contrario anche perché, il terrorismo, il colpo alle spalle, non hanno mai fatto parte del nostro album di famiglia.
Ricordiamo che Giorgio Almirante, a proposito dei terroristi neri o di estrema destra, chiese «la doppia pena di morte» perché infangavano la Destra Nazionale, la Destra, il senso dello Stato della Destra.
Pertanto, oggi come allora, non accettiamo lezioni di etica e di morale da parte di quegli alfieri della doppia morale applicata sempre agli avversari politici, per opportunismo ideologico, convenienza politica, propaganda storica a senso unico.
Michele Salomone