Sotto la sola bandiera dello spirito: l’Anarca e la guerra contro il mondo moderno
Nel panorama del pensiero contemporaneo, il concetto di libertà è diventato il terreno di scontro tra due visioni antropologiche inconciliabili. Da un lato vi è l’illusione progressista della libertà “da”, intesa come il tentativo sistematico di recidere ogni legame costitutivo dell’essere. Dall’altro lato si erge la libertà “di”, intesa in senso positivo, organico e identitario: la libertà dell’uomo integrato nella propria comunità e radicato nella propria storia.
Questa dicotomia non si riflette solo nel grande scontro geopolitico tra la fluidità globalista e la sacralità del confine sovranista, ma trova la sua massima espressione filosofica nella distinzione fondamentale che intercorre tra l’anarchico tout court (o progressista) e l’anarchico di destra, storicamente definito come l’Anarca.
Come scriveva il filosofo e politologo Alain de Benoist, capofila della Nouvelle Droite: «L’ideologia dominante propone oggi un modello di uomo senza legami, senza appartenenze, senza radici. Ma un uomo senza radici è un uomo alienato, un atomo interscambiabile in un mercato globale». L’anarchico classico o progressista incarna la deriva estrema della “tabula rasa”, la sua è una libertà puramente negativa, mossa dall’ossessione di distruggere ogni autorità esterna per approdare, tuttavia, a una forma subdola di schiavitù interiore. Nel tentativo di liberarsi dalla famiglia, dalla biologia, dallo Stato e dalla tradizione «vissuti unicamente come gabbie opprimenti» egli finisce per disintegrare l’essenza stessa dell’uomo.
Rifiutando i “fardelli oscurantisti” del passato, l’anarchico tout court vuole essere libero “da” tutto, ma finisce per non essere libero dalle proprie bassezze e dai propri vizi. Egli diventa lo specchio perfetto della società dei consumi, che accetta, fagocita e tollera ogni cosa pur di distruggere l’identità e la capacità di giudizio. Contro questo atteggiamento massificato e privo di spina dorsale, risuona il durissimo monito di Friedrich Nietzsche: «L’essere contenti di tutto, in modo da avere gusto per tutte le cose, non è il migliore dei gusti! Io onoro le lingue e gli stomaci ritrosi e schifiltosi, che hanno imparato a dire “Io” e “Sì” e “No”. Ma masticare e digerire tutto, questo è da maiali.» Dire “Io” significa possedere una forte identità e consapevolezza individuale. Dire “No” significa avere il coraggio di rifiutare la mediocrità, la morale comune e ciò che indebolisce lo spirito. Dire “Sì” non è l’assenso passivo dell’asino (che accetta ogni carico), ma la sacra affermazione della propria vita e dei propri valori scelti attivamente.
L’anarchico comune, pretendendo di emanciparsi da ogni confine, finisce per “masticare e digerire” la melassa del pensiero unico e della decadenza moderna, scambiando i propri vizi per libertà e riducendosi a un atomo fluido, privo di patria e indifeso di fronte al nulla. Diametralmente opposta è la figura dell’anarchico di destra, l’applicazione pratica del pensiero di Julius Evola, che in Cavalcare la tigre delinea l’atteggiamento dell’uomo differenziato di fronte al crollo del mondo tradizionale: «Il principio della vera libertà non è il fare ciò che si vuole, ma l’essere sovrani di se stessi, sapendo dire di sì e sapendo dire di no alle forze che trascinano l’uomo comune.»
L’Anarca non riconosce al mondo attuale nessuna legittimità e nessuna legge; vede il vuoto spirituale e il nichilismo imperante. Tuttavia, non cerca la sua rivalsa nella democrazia delle masse o nella protesta collettiva. Egli sa che la verità non si misura con i grandi numeri dell’omologazione globalista, ma con la verticalità dello spirito. Come ricordava con lucidità Schopenhauer, definendo il primato della qualità sulla quantità: «L’intelletto non è una grandezza estensiva ma intensiva, perciò un solo individuo può tranquillamente opporsi a diecimila imbecilli, e un’assemblea di mille imbecilli non fa una persona intelligente.»
L’Anarca incarna esattamente questa opposizione intensiva. Egli cerca la libertà unicamente in se stesso, mirando al dominio su di sé e all’autarchia. Non ha bisogno del riconoscimento di una società che disprezza, né si piega al volere di una maggioranza massificata. È il polo positivo della libertà, non distrugge l’autorità per capriccio, ma la rende superflua dentro di sé perché è già sovrano del proprio regno interiore.La rinascita identitaria e il sacrificio per l’Idea. Mentre l’anarchismo di sinistra si traduce in uno sradicamento che isola e sterilizza l’individuo, l’anarchismo di destra comprende che per ricostruire l’uomo sulle macerie della modernità non basta la semplice negazione del presente.
È necessario un risveglio eroico, una restaurazione interiore che ricollochi l’essere umano sulla via della Tradizione e della trascendenza. Il superamento di questa palude nichilista, in cui l’individuo è ridotto a mero consumatore globale, richiede un atto di rottura assoluto con l’edonismo contemporaneo: «Noi usciamo fuori da questo decadimento solo attraverso un’immensa rettificazione morale, insegnando di nuovo agli uomini ad amare, a sacrificarsi, a vivere, lottare e a morire per l’Idea superiore.» È in questa “immensa rettificazione morale” che si compie il destino dell’Anarca. Egli non si isola nel vuoto per fuggire dai doveri, ma custodisce nel proprio IO interiore la capacità di edificare e di donarsi a un’Idea che supera la sua stessa esistenza biologica. Due destini divergenti in sintesi, la differenza fondamentale tra le due figure risiede nella qualità e nella direzione della loro ribellione: L’anarchico tout court distrugge i legami per indulgere nelle proprie bassezze, finendo per essere digerito dal sistema stesso che dichiara di combattere. L’Anarca rifiuta la legittimità di un mondo decadente per ritrovare l’ordine sacro dentro di sé. Impara a dire “Io”, “Sì” e “No”, e si fa custode di una libertà positiva che è, prima di tutto, rigorosa disciplina interiore, autarchia e fedeltà a un’Idea superiore. L’Anarca guarda verso l’alto e verso l’interno nega legittimità morale al mondo moderno, ma risponde edificando una fortezza dentro di sé.
Questa è la vera libertà positiva, non l’illusione di non avere padroni esterni per poi essere schiavi dei propri capricci, ma la consapevolezza granitica di chi si è. È l’imperio assoluto sulla propria vita, lo stesso che spinge a navigare in un oceano di indifferenza senza mai piegarsi. Perché, come ci ha insegnato il Capitan Harlock di Leiji Matsumoto, la vera libertà non cerca l’approvazione del mondo, ma esige di rimanere fedeli a se stessi, sollevando la propria legge come l’unica bandiera sotto cui vale la pena di combattere: «Combatti per ciò in cui credi, e non per obbligo. Combatti per ciò che senti dentro al cuore». Mentre il mondo naufraga nel caos, chi governa se stesso ha già vinto la sua guerra. La libertà dell’Anarca non si rivendica: si esercita. È la consapevolezza granitica di chi si è; l’imperio assoluto sulla propria vita.
Rodolfo Frassanito