Estetica e modernità, sulle radici medievali dell’arte
C’è un luogo comune duro a morire, quasi una favola rassicurante che la modernità ama raccontarsi: l’idea che l’estetica nasca quando l’arte si libera definitivamente dalla religione, quando la bellezza smette di essere ancella del sacro e conquista una propria autonomia. Eppure, basta aprire un recente libro di Daniele Guastini per accorgersi che la storia è molto più intricata, fatta di passaggi lenti, di continuità sotterranee e di trasformazioni graduali.
Pubblicato da Il Mulino nel 2026 (416 pagine, 36 euro), “Estetica e modernità. Sulle radici medievali dell’arte” rovescia la prospettiva più diffusa: la modernità estetica non nasce semplicemente contro la fede ma dentro una lunga metamorfosi della cultura cristiana tra XIII e XV secolo. È nel tardo Medioevo, nel momento in cui la religione si fa più emotiva, affettiva, sensibile —basti pensare alla devozione francescana o alla centralità delle immagini nella predicazione— che si aprono spazi inattesi per concetti che diventeranno decisivi nell’estetica moderna: immaginazione, sentimento, esperienza individuale.
Guastini conduce il lettore in una genealogia della sensibilità che attraversa secoli e figure storiche, mostrando come la separazione tra arte e religione non sia stata un taglio netto ma un processo complesso. L’arte occidentale, prima di diventare un ambito autonomo tra Rinascimento e Illuminismo, si è formata proprio nel confronto con ciò da cui intendeva emanciparsi: liturgia, teologia, istituzioni ecclesiastiche, pratiche devozionali. E quindi è sparito quel ‘contro’ di cui ancora parliamo.
La modernità, allora, non appare come un esito lineare o inevitabile ma come il prodotto di una crisi culturale: la frattura tra verità teologica e finzione poetica, tra autorità religiosa e nascente soggettività dell’artista.
Uno dei fili più suggestivi è quello del “defectus veritatis”, la consapevolezza medievale che l’opera poetica, in quanto finzione, non coincide con la verità rivelata. Nel XIII secolo, in piena Scolastica, la poesia è spesso riconosciuta e ammessa solo come allegoria morale; ma proprio questo ‘difetto’ diventa generativo. L’opera non è più soltanto imitazione o strumento edificante, bensì luogo di polisemia, spazio interpretativo aperto, eccedenza di significato.
In questo senso, Guastini mostra come alcune condizioni storiche della modernità estetica nascano ben prima del Settecento: nelle università medievali, nelle dispute sulla funzione delle immagini, nei nuovi linguaggi della predicazione e della letteratura volgare.
Particolarmente originale è poi la centralità attribuita al francescanesimo: Francesco d’Assisi appare come figura simbolica di una svolta storica e culturale. Tra XIII e XIV secolo, la spiritualità francescana introduce un rapporto diverso con il mondo sensibile: attenzione alle singole creature, gioia del canto, valorizzazione dell’esperienza immediata. L’universale tomistico viene messo in questione -ma assolutamente non negato- dalla forza del particolare: la bellezza non è più soltanto riflesso dell’eterno ma presenza concreta, esperienza irripetibile.
Il percorso attraversa tappe decisive della storia artistica e letteraria: Giotto, che inaugura una nuova rappresentazione dello spazio e dell’umano; Dante, che fonde teologia e immaginazione poetica; Petrarca, che porta al centro l’interiorità; fino addirittura al più tardo Montaigne, dove l’esperienza individuale diventa criterio di verità. E poi Alberti e Vasari, testimoni di un Rinascimento in cui l’artista acquista statuto sociale e l’arte inizia a essere pensata come ambito autonomo.
Guastini accompagna così il lettore fino al Barocco e oltre, mostrando come la trasformazione della sensibilità storica —la nascita di nuovi pubblici, il declino dell’unità medievale, la mondanizzazione delle immagini— prepari il terreno a ciò che nel XVIII secolo verrà poi propriamente chiamato “estetica”.
Ma l’autonomia, suggerisce l’autore, non è una rottura assoluta: è una metamorfosi. “L’arte bella” rinascimentale non nasce dal nulla, bensì da un lungo alleggerimento dell’antica serietà poetica e da una trasfigurazione del sacro nel mondano. La modernità estetica non cancella il Medioevo: lo rielabora.
Alla fine, “Estetica e modernità” lascia una sensazione dinamica: come se la modernità, invece di essere un traguardo definitivo, fosse un movimento continuo, un dialogo inquieto con le proprie origini. Origini medievali. E forse è proprio questo l’aspetto più affascinante del libro: ricordarci che la modernità estetica, tanto orgogliosa della sua libertà, porta ancora dentro di sé l’eco medievale di ciò da cui credeva di essersi separata.
Come certe strade che sembrano andare avanti drittema sotto la superficie continuano a incrociare sentieri antichi, pronti a riemergere quando meno ce lo aspettiamo. E il Medioevo è vivo, sempre vivo; sempre qui tra noi.
Marino Pagano