L’ambiente, la fame energetica e la balla “sostenibile”
L’ecologia è uno dei temi che sta a cuore a La Fiaccola e ai suoi elettori. Tra i collaboratori de La Fiaccola spicca Sandro Marano storico esponente dell’associazione ecologista Fare Verde al quale abbiamo, quindi, pensato di porre qualche domanda su argomenti che sono all’ordine del giorno.
Tra le fonti di energia alcuni sostengono che il nucleare sia quella più pulita. Il ministro dell’ambiente parla pure di “nucleare sostenibile”. Che ne pensi?
Come ecologisti sappiamo bene che l’energia “pulita” non esiste, ma che esistono diverse fonti energetiche con diversi impatti e che sotto questo profilo l’idroelettrica è certamente la fonte rinnovabile più “pulita”. Il sole 24 ore del 10 settembre scorso dava notizia che è stata costruita da Webuild in Etiopia, anche grazie all’apporto di imprese italiane, una grande diga sul Nilo Azzurro a circa 700 chilometri da Addis Abeba. Si tratta dell’impianto idroelettrico più imponente dell’Africa. Ora, lasciando da parte il giudizio sull’opportunità di questa grande opera, va messo in rilievo che quest’opera è in grado di produrre energia rinnovabile equivalente a tre centrali nucleari di medie dimensioni e a regime produrrà 15.700 GW/h all’anno. La sua costruzione è stata, peraltro, interamente finanziata dal governo e dalla popolazione etiope attraverso l’emissione e l’acquisizione di bond, senza ricorrere a prestiti bancari.
Quanto al “nucleare sostenibile” dico che è puramente e semplicemente una balla. Sostenibile per chi? Per la terra che accoglierà le scorie radioattive? Per le popolazioni che dovranno fare i conti con le radiazioni? Non basta la parola “sostenibile” per coprire i problemi e i rischi che il nucleare comporta.
Fare Verde fin dalla sua nascita nel 1986 propone una visione dell’ecologia che si richiama all’ecologia profonda in opposizione all’ecologia di superficie. Qual è in due parole la differenza tra le due ecologie?
Beh, mentre la prima si limita a gestire quelle che sono le nostre risorse vitali, la seconda mette in discussione un modello di società e di economia fondata sulla crescita della produzione delle merci e dei consumi. Se per l’ecologia superficiale bisogna salvare il mare per poter fare il bagno in acque pulite e avere ancora pesci da mangiare, per l’ecologia profonda bisogna salvarlo non soltanto per questi motivi, ma perché ha un valore in sé. Il mare è sacro. Certamente proteggere l’ambiente con leggi e depuratori, conservare zone protette, ridurre l’inquinamento e i consumi con tecnologie meno invasive e nocive è utile, ma, ammesso e concesso che questo sia fatto, non basta. L’ecologia superficiale è come una nave che avvertendo il pericolo di andare a sbattere contro un iceberg cerca di rallentare la sua corsa, ma non cambia la rotta, come invece suggerisce l’ecologia profonda.
Quando nasce la questione ambientale?
La questione ambientale nasce con la civiltà industriale, con una visione antropocentrica che contrappone uomo e natura vivente, considera la natura vivente come mera utilità, come risorsa economica, e non pone freni alla avidità dell’uomo, come era invece nelle civiltà tradizionali che riuscivano a preservare un equilibrio dinamico tra uomo e natura e non conoscevano i “raffinati” concetti economici di PIL, di crescita, ecc.
Non si può salvare il mondo senza mettere in discussione il paradigma della nostra civiltà che è la crescita con il relativo mito del progresso. La civiltà industriale, che ha la crescita come sua caratteristica essenziale, non fa altro, come ben sostiene Guido Dalla Casa, che sostituire «materia inerte (fabbriche, città, strade, impianti, macchine) al posto di sostanza vivente (foreste, paludi, praterie, savane, barriere coralline)». Non a caso Fare Verde intitolava il suo documento fondativo nel 1986 “Ecologia, una questione di civiltà”.
Voi sostenete che la crescita economica e demografica sia in rotta di collisione con la biosfera, perché presuppone una crescita infinita in un Pianeta finito e distrugge i cicli vitali a ritmi non più sostenibili. Ma come si può fermare o ridurre la crescita?
Non c’è altra strada che una rivoluzione culturale che modifichi il nostro punto di vista, acquisendo una visione del mondo biocentrica, per la quale la Terra è un tutto organico di cui facciamo parte. Come scriveva nel 1854 il capo indiano Seattle al presidente degli Stai Uniti, che gli proponeva di comprare le loro terre: «tutte le cose sono collegate. Ciò che succede alla Terra, succede ai figli della Terra. Non è l’uomo ad aver tessuto a trama delle vita: egli ne è solamente un filo. Tutto ciò che lui fa alla trama, lo fa a se stesso». Questo in nuce è l’atteggiamento dell’ecologia profonda.
I tempi non sembrano propizi per questo cambio di mentalità…
Purtroppo, non abbiamo più molto tempo per intervenire. L’ambientalista americano Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute e autore di varie pubblicazioni, tra cui “Il piano B” – che indica le misure necessarie per «recuperare un pianeta sotto stress» e viene costantemente aggiornato – usa una significativa metafora: quella del 29mo giorno. Supponiamo, dice lo scrittore americano, che una ninfea raddoppi la propria superficie ogni giorno. Al 29mo giorno, quando solo metà del lago è ricoperta, ci illudiamo che nulla di grave sia ancora successo e che abbiamo ancora tempo. Noi ci troviamo per l’appunto al 29° giorno.
Ma ritieni che gli uomini possano rinunciare spontaneamente alle proprie abitudini?
In una splendida pagina del suo saggio Misura della Francia del 1922 lo scrittore Pierre Drieu La Rochelle sosteneva che, al di là di tutte le piccole questioni politiche che tengono banco, si profila un grande interrogativo sul fondamento dei nostri costumi e della nostra civiltà e concludeva dicendo che “bisognerà condurre una lotta paziente, secolare, discreta contro la follia materialista”. Ora siamo ad un punto di non ritorno. Non si tratta di sostenere la preminenza della natura sull’uomo, ma di ricomporre un equilibrio andato perduto. È da questa visione dell’ecologia che discende la contrarietà degli ecologisti radicali alla scelta nucleare, alle grandi opere distruttive del paesaggio, all’uso dei pesticidi come il glisofato in agricoltura, e così via.
Circa la scelta nucleare, la cui presunta necessità torna ciclicamente alla ribalta grazie a classi dirigenti dalla vista assai corta e forse troppo sensibili a precisi interessi economici, vorrei consigliare un pamphlet del giornalista francese Hervé Kempf intitolato Il nucleare non fa bene al clima (Einaudi 2024). Kempf denuncia senza mezzi termini una strana ossessione, quella di «scommettere su un’energia divenuta marginale nel mondo, più costosa delle rinnovabili e causa di rischi incommensurabili». Il nucleare in fondo esprime una visione del mondo superata, quella che sogna una crescita senza limiti.