Fiume, addio! Intervista a Marino Micich

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Figlio di esuli dalmati, Marino Micich vive a Roma fin da bambino. In continuità morale, storica ed ideale con i drammi vissuti dai suoi avi riguardo il massacro delle foibe e l’esodo, da anni Micich si dedica ad approfonditi studi storici.

Direttore dell’Archivio-Museo storico di Fiume facente parte della Società Studi Fiumani, dopo il successo conseguito con il libro “Togliatti, Tito e la Venezia Giulia. La guerra, le foibe, l’esodo 1943-1954”, sempre con il coraggioso editore Mursia, Micich pubblica un nuovo volume, già in libreria, frutto di ricerche durate anni: “Fiume, addio! L’epopea fiumana dalla Seconda Guerra Mondiale al grande esodo. 1940-1954”.

Il 10 febbraio scorso si è celebrato il Giorno del Ricordo. In questa data quali particolari pensieri ricorrono, da sempre, nella sua mente?

“In occasione del 10 febbraio in cui ricorre il Giorno del Ricordo, istituito dalla legge 92 nel 2004, penso alle migliaia di esuli giuliano-dalmati che non ci sono più. Esuli che non sempre hanno avuto una buona accoglienza e mi riferisco a tale riguardo soprattutto ai comunisti italiani, alleati al capo jugoslavo Tito, guidati da Togliatti che si opposero a tale venuta. Penso alla nostra storia di confine per decenni sottaciuta anche dalle forze politiche centriste dell’epoca. Una vicenda che ha coinvolto oltre 300.000 esuli italiani dalle terre giuliane e dalmate assente nei libri di testo scolastici almeno fino a dieci anni fa. Ecco penso a queste e ad altre mancanze come al deleterio negazionismo che ancora si fa sentire all’estrema Sinistra”.

Dottor Micich perché ha intitolato il suo ultimo libro, di cui discutiamo, “Fiume, Addio!”?

“Il titolo completo del mio ultimo libro ‘Fiume, Addio! L’epopea fiumana dalla Seconda Guerra Mondiale al grande esodo (1940-1954)’, nasce per raccontare in maniera documentata le traversie dei fiumani durante il conflitto mondiale, le persecuzioni della polizia comunista jugoslava a guerra finita e il tragico grande esodo che avvenne dopo l’occupazione jugoslava della città, a partire quindi dal 3 maggio 1945 fino al 1954. Un lungo periodo in cui si verificò la fuoriuscita dalla città di circa 38.000 italiani, per sempre. Ecco il perché del titolo”.

Da storico, nelle sue ricerche, lei si avvale anche della storiografia croata e slovena, come ad esempio gli studi dell’Istituto Croato per la storia di Zagabria. Ci può parlare a questo riguardo?

“Si, la conoscenza del croato per i miei studi e ricerche mi è stata utile per conoscere le posizioni prese da diversi storici slavi, ma anche per analizzare relazioni e documenti inerenti il Secondo Conflitto Mondiale custoditi presso gli archivi statali di Zagabria, Belgrado e Fiume. Le fonti documentali jugoslave sono utili soprattutto per ricostruire le azioni belliche dell’esercito popolare di Tito nel territorio fiumano tra il 1943 e il 1945 e le disposizioni contro i ‘nemici del popolo’. In Italia gli studiosi di storia in genere non conoscono le lingue slave e quando si parla di guerra e di politica i loro studi sono spesso incompleti”.

Nell’epoca in cui Fiume era politicamente italiana, ricordiamo che nel 1924 la città venne annessa al Regno d’Italia dopo l’episodica Impresa dannunziana finita tragicamente alla fine del 1920. Fiume fu un crogiolo di nazional patriottismo, di rivolta e di vivissimi fermenti culturali.

“L’epoca in cui Fiume accentuò il suo carattere italiano fu alla fine della Prima Guerra Mondiale (1915-1918) quando l’Italia sconfisse l’Austria-Ungheria. Tuttavia le potenze alleate, mi riferisco soprattutto a Regno Unito e alla Francia, non volevano che Fiume passasse all’ Italia per ragioni di geopolitica. Ad un certo momento anche gli Stati Uniti favorirono l’opzione anti italiana riguardante Fiume. Gli italiani della città quarnerina insorsero contro tale volontà e chiamarono in città Gabriele d’Annunzio, che vi giunse il 12 settembre del 1919 alla testa di un migliaio di soldati, diventati in un paio di mesi oltre 2.500. Il poeta-soldato dopo alcuni mesi instaurò a Fiume la Reggenza italiana del Carnaro, dotandola di una moderna costituzione. L’impresa dannunziana fu poi soffocata nel sangue durante gli scontri, tra esercito regolare italiano ed i legionari, che si svolsero durante le giornate di Natale del 1920”.

Durante il Secondo Conflitto Mondiale la X Mas della Repubblica Sociale Italiana (RSI) comandata da Junio Valerio Borghese cercò di difendere la Venezia Giulia, dal 10 settembre 1943 in mano tedesca, dai partigiani di Tito. Vi furono contatti tra l’ammiraglio De Courten, Ministro e Capo di Stato Maggiore della Regia Marina operante al sud e Borghese. Cosa può accennare in merito ai contatti tra le due Marine che operavano in fronti opposti?

“Posso solo dire che tali contatti, purtroppo, non portarono alcun frutto concreto per i fiumani come anche per gli istriani. I tedeschi erano padroni della situazione militare in tutto il territorio giuliano e tale iniziativa durò ‘L’espace d’un matin’”.

Quanto, le rimanenti forze della RSI e tedesche contribuirono alla difesa della Venezia Giulia dalla furia slavo-comunista di Tito?

“Le forze militari germaniche ed italiane, comandate dal Gauleiter Friederich Reiner, per lungo tempo furono padrone della situazione sbaragliando già ai primi giorni di ottobre del 1943 i reparti partigiani jugo-comunisti che avevano, dopo lo sfacelo italiano dell’8 settembre 1943, preso il controllo dell’Istria interna, dando il via ai primi infoibamenti. Va però fatto notare che sin dall’estate del 1944 ci fu da parte tedesca un effettivo ridimensionamento del ruolo militare della X Mas, per attirare dalla propria parte alcuni reparti armati sloveni anticomunisti. Non fu, alla fine, una scelta che portò giovamento alla parte italiana”.

I cittadini italiani di Fiume presenti oggi in città e le autorità croate cosa pensano delle foibe e dell’esodo degli italiani da quelle terre?

“La comunità italiana presente oggi a Fiume, circa 1.600 connazionali, conosce il dramma toccato ai fiumani. Ben 650 furono le vittime a guerra finita causate dal giustizialismo del nuovo potere comunista jugoslavo, circa 38.000 fiumani furono costretti all’esodo dalla politica antidemocratica del governo jugoslavo. Da parte croata in questi ultimi anni si è cercato solo di permettere alle associazioni degli esuli fiumani di giungere in città e di organizzare alcune iniziative culturali, ma niente di più. La storiografia croata considera l’esodo degli italiani una sorta di libera scelta e per quanto riguarda le foibe ridimensiona le cifre delle vittime a un massimo di 2.000!”.

Lei ha intitolato il libro “Fiume, Addio!”. Perché non “Fiume, arrivederci?”. Non crede che un giorno la Storia possa riportare Fiume in Italia?

“Non penso che quanto sia accaduto ormai circa ottanta anni fa possa far pensare a un ritorno politico dell’Italia a Fiume, soprattutto perché oggi in città su circa 120.000 abitanti gli italiani, come ho segnalato in precedenza, sono solo 1.600. Ciononostante dobbiamo operare per fare in modo che la cultura e la lingua italiana non scompaiano del tutto e in questo ambito la Società di Studi Fiumani, di cui sono il direttore, offre un valido contributo da diversi decenni collaborando con la locale comunità degli italiani”.

Marino Micich, “Fiume, addio! L’epopea fiumana dalla Seconda Guerra Mondiale al grande esodo. 1940-1954”, Ugo Mursia Editore

(per acquistare il libro https://www.amazon.it/Fiume-addio-Lepopea-mondiale-1940-1954/dp/884257029X)

Michele Salomone