Dalla propaganda al potere: plutocrazia e indottrinamento USA.
Negli ultimi decenni gli Stati Uniti si sono presentati come promotori universali della democrazia e dei diritti umani. Tuttavia, dietro questa narrazione, molti osservatori denunciano un processo più complesso e controverso: non una semplice diffusione di libertà, ma un’imposizione indiretta di modelli culturali, politici e sociali.
Valori tradizionali come la famiglia, l’identità culturale, i costumi locali e l’autonomia morale delle nazioni sembrano spesso entrare in conflitto con un’agenda globale che condiziona scelte politiche, economiche ed educative. Ne abbiamo discusso con il dott. Roberto Pecchioli, scrittore e saggista, collaboratore di riviste e blog, ex funzionario dell’ Agenzia delle Dogane impegnato in attività antifrode e difesa del made in Italy.
Gli Stati Uniti affermano di esportare la democrazia. Cosa c’è di problematico in questa affermazione?
Non si tratta di un’affermazione problematica, ma falsa in radice, benché per molti occidentali sembri una verità ovvia. La democrazia – esportata con le armi, certo, ma prima di tutto con l’immenso apparato di propaganda, deculturazione e inculturazione coloniale di Hollywood, di certa musica e di molta non-arte – è plutocrazia, cioè il potere del denaro. L’idea che tenere elezioni a scadenze prefissate con liste apparentemente contrapposte sia la democrazia è una grossolana falsità. La democrazia, nella forma che conosciamo, è una semplice procedura che non sceglie i governi e nemmeno i rappresentanti del popolo; è piuttosto la giustificazione del sistema che può affermare di essere stato scelto da una maggioranza popolare anziché da oligarchie economiche, finanziarie e industriali, all’ombra dell’unico potere che davvero conta nello stato di eccezione permanente, quello delle armi . In più è estranea alla mentalità americana l’idea che ogni popolo abbia il diritto di scegliere come in base a quali principi e modalità pratiche governarsi. La democrazia è un totem, e sempre più spesso la negazione di se stessa.
In che modo questa influenza si manifesta concretamente?
Il soft power (potere morbido, soffice) di Hollywood e dell’apparato di propaganda dall’America spande la sua influenza su buona parte del mondo. Poi c’è la capacità di avere dovunque élite locali di servizio, educate negli Usa o adattate all’american way of life. Il terzo elemento è la potenza tecnologica, industriale e finanziaria. Il Venezuela, per esempio, ha un’industria petrolifera obsoleta, difficile anche da ammodernare per il ritardo accumulato. Ma la colpa è della più vigliacca delle armi, ossia le sanzioni che gli Usa applicano per impoverire e strozzare gli Stati che non si conformano al suo modello. Infine, se tutti gli strumenti descritti non raggiungono lo scopo, ecco l’intervento diretto nella forma delle “rivoluzioni colorate”, istigando cioè i popoli e le loro élite contro i governi nemici attraverso finanziamenti, operazioni psicologiche, intervento di grandi ONG controllate dal deep State o in quella dell’invasione militare, sempre giustificata da pretesti. L’esito è la deposizione sanguinosa dei governi preesistenti e l’instaurazione di regimi favorevoli o controllati dagli Usa.
Qual è l’impatto sulla famiglia e sui costumi sociali?
L’american way of life ha un unico principio: gli affari. Contano solo il denaro e il successo misurato in dollari. Ogni altro valore, ogni altra modalità esistenziale è negata o derisa. Poiché gli affari hanno bisogno di abbattere ogni limite, ogni costume viene prima criticato e poi distrutto come obsoleto, antiquato, incompatibile con la “libertà”. Che è libertà “da”, cioè liberazione dai vincoli: famiglia, usi, costumi, tradizione spirituale, religione, etica. Poiché non vi possono essere limiti alla circolazione di beni, servizi, capitali e persone, nessun valore può sopravvivere allo tsunami economicista e materialista. L’ideologia del consumo è innanzitutto consumo di se stessi, sull’altare del denaro, del successo, della “prestazione”.
Che ruolo ha il femminismo in questo contesto?
Il femminismo storico si divide in “ondate”. La prima chiedeva legittimamente parità di opportunità e superamento di legislazioni e mentalità non giuste. Le ondate successive si sono concentrate sull’odio anti maschile, sul disprezzo della maternità, per il perseguimento di quello stesso successo inteso all’americana (la “realizzazione” individuale in termini di denaro, esito professionale, liberazione dai vincoli di cui sopra). In più si è ibridato con parti del marxismo culturale e con gli “studi di genere”. Oggi il femminismo radicale, specie anglosassone, è apertamente omosessuale e omosessualista, furiosamente abortista, condivide l’orizzonte woke e la cultura della cancellazione. E’ insidiosissimo il disprezzo per il ruolo materno – addirittura considerato un costrutto sociale e non un dato biologico- unito all’ostilità per la famiglia e ogni legame comunitario. Tutto questo non è l’America, ma proviene dall’America. Non da spezzoni impazziti della cultura, ma da fortissimi centri di irradiazione culturale e da università finanziate dai miliardari e dalle oligarchie di potere. E’ quindi cultura dominante in senso gramsciano: cultura della classe dominante.
E l’ideologia gender?
I “gender studies” sono nati nelle università Usa negli anni ’70 e hanno diffuso non solo l’accettazione dell’omosessualità e della transessualità, ma soprattutto l’idea folle che non esistano sessi, in senso naturale e biologico, ossia il dimorfismo uomo-donna, ma generi revocabili scelti in base al nuovo criterio dell’ “orientamento sessuale”. Madrina di questa ideologia è Judit Butler, femminista radicale ed attivista omosessuale, docente universitaria assai ascoltata, purtroppo. Il gender è un pezzo del post marxismo occidentale ibridato con il radicalismo liberal nelle officine culturali delle università. Tutto rigorosamente made in Usa.
Possiamo parlare di una nuova forma di colonialismo?
Colonialismo culturale e morale, sicuramente. Non da oggi, e l’Italia ne è una delle vittime principali. Poi c’è il colonialismo politico, di cui siamo testimoni quotidiani. Quello economico e finanziario è altrettanto pesante, con l’aggravante di essere l’ideologia ufficiale dell’Unione Europea. Non manca ovviamente il colonialismo diretto, sfacciato, sperimentato da decine di paesi e oggi riproposto con l’attacco al Venezuela e addirittura la minaccia di occupare la Groenlandia, importante per la nascente rotta commerciale artica e gli ingenti depositi di terre rare e di prodotti energetici. Quanto all’Italia, siamo colonia dal 1943 e i trattati di pace lo ribadiscono. Chi ospita e paga con il proprio bilancio oltre cento basi Usa (tra cui bombe atomiche e il centro di intercettazione Muos in Sicilia) non è un alleato, ma un suddito. Per di più pagante.
Che ruolo hanno i media e l’industria dell’intrattenimento in questo processo di “esportazione culturale”?
Credo di avere già risposto nelle considerazioni precedenti. La vera arma di distruzione di massa degli Usa è la potenza dell’apparato propagandistico, culturale e di intrattenimento. Diventiamo dipendenti dei modelli esistenziali elaborati negli Usa ed esportati con ingenti guadagni per il bilancio americano. Paghiamo per essere indottrinati. I media europei e italiani seguono la stessa logica e diffondono i medesimi modelli. Una forza singolare del sistema è di ingoiare, assorbire e in qualche modo incorporare in sé, neutralizzandole, anche le critiche più radicali.
La diffusione e l’allentamento delle leggi sul divorzio rientrano, secondo lei, in questo processo di influenza culturale?
Indubbiamente. La banalizzazione del matrimonio parte dal cinema: i divorzi express di Las Vegas, l’idea della “crudeltà mentale” del coniuge che si oppone, il mito falso delle famiglie allargate. Concretamente, l’Open Society di George Soros ha finanziato in modo enorme la promulgazione di leggi divorziste e abortiste dovunque, specie nei paesi di tradizione cattolica. La cosiddetta pianificazione familiare è americana e gode di immenso prestigio e ricchezza. Pensiamo a Planned Parenthood, grande centrale antifamiliare privata, fortemente abortista e antinatalista. Più in generale, il globalismo privo di limiti sa che l’istituzione familiare e la sua stabilità e radicamento comunitario , sono gli ostacoli più potenti alla sua vittoria definitiva. Per questo lavora ad ogni livello per distruggere la famiglia, screditare i ruoli genitoriali, negare la logica naturale dell’incontro trai due sessi aperto alla vita.
In che modo questa influenza incide sulle scelte politiche dei Paesi coinvolti?
Attraverso il cambiamento indotto dei valori sociali si diffondono a cascata legislazioni favorevoli ai cosiddetti “diritti” civili. Tutto ciò è facilitato dalla negazione della legge naturale a favore del “diritto positivo”. Il gioco è fatto, sempre in nome della democrazia e dell’ idea di libertà come assenza di vincoli e limiti. L’operazione è riuscita, non c’è che dire.
Le ribellioni sociali e i movimenti di protesta sono sempre spontanei?
Al di là dell’inettitudine e della reale impopolarità di alcuni governi, le rivoluzioni “colorate”, come dicevo, sono state preparate, indotte, finanziate e spesso anche eseguite- vedi Ucraina 2014 con il ruolo di Usaid e di personaggi come l’americana Victoria Nuland – dagli organismi riservati occidentali e dalle ONG le cui centrali sono negli Usa.
Esiste un’alternativa a questo modello di democrazia “esportata”?
L’alternativa è il multipolarismo, ossia l’esistenza di più ambiti di influenza e di potere internazionale. In campo economico ridimensionando il ruolo del dollaro; finanziario, con regole monetarie e creditizie diverse; politico, riconoscendo il diritto naturale di ogni popolo a governarsi secondo i propri costumi e preferenze; culturale, rifiutando, o almeno relativizzando l’american way of life. Piace agli Stati Uniti? Benissimo, vivano come ritengono giusto, ma senza imporre militarmente e culturalmente l’egemonia di un pensiero unico “americano” liberale in politica, liberista in economia, libertario nelle leggi e libertino nei costumi.
Tuttavia, sarebbe giusto non riconoscere il contributo degli Stati Uniti alla libertà politica, alla ricostruzione post-bellica, all’innovazione scientifica e al contrasto di regimi oppressivi o nonostante ciò nei fatti, smentiscono la loro stessa narrazione di difensori della libertà?
La libertà politica non è stata inventata dagli Usa; il ritorno della democrazia parlamentare e rappresentativa in Italia, ad esempio, è stato favorito anche da aiuti economici come il famoso piano Marshall postbellico. Ma non fu certo gratuito, piuttosto un modo per legare l’Italia al carro occidentale. Certo, meglio gli Usa, in quella fase storica, dell’Urss e meglio l’Alleanza Atlantica che essere indifesi. Ma fino al 1989, quando crollò il comunismo novecentesco, o al massimo al 1991, quando si sciolse l’Unione Sovietica e con essa la sua alleanza militare, il Patto di Varsavia. Quanto all’innovazione, è innegabile la superiorità americana, pagata però anche dal nostro denaro e dalla nostra difficoltà di vassalli a liberarci dal sistema dei brevetti, delle licenze e delle privative industriali dominato dagli Usa. Silicon Valley è in California, cittadini americani sono i grandi leader transumanisti – da Elon Musk a Peter Thiel e Bill Gates- americane le formidabili tecnologie vendute a caro prezzo in Europa, in alleanza con la finanza (fintech), a partire dall’Intelligenza Artificiale. Gli Usa vendono a caro prezzo anche il loro autoproclamato ruolo di sceriffi: il conto a piè di lista è sempre in capo alle economie e ai popoli che conquistano, pardon liberano. Difendere la libertà è certo una gran bella cosa, a patto di mettersi d’accordo preventivamente sul significato della parola!
Cinzia Notaro