IO ACCUSO! J’accuse! Yo acuso! Ich klage an! Eu acuso! Εγώ κατηγορώ! Vádolom!, Acuz Obviňuji! Jag anklagar!

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Da padre mi sento oltraggiato da questa -IN- civiltà

Ci sono momenti in cui il silenzio si trasforma in una forma intollerabile di complicità e l’analisi fredda e distaccata scivola inevitabilmente nella viltà di fronte al declino della nostra epoca. Quando ci si trova dinanzi all’ultimo, drammatico scempio perpetrato ai danni della cosiddetta famiglia nel bosco, qualcosa si spezza dentro la coscienza di chi osserva. Guardare quel bambino restituito temporaneamente ai propri genitori dopo mesi di un doloroso allontanamento coatto è un’esperienza che lascia attoniti. Il piccolo, posto di fronte al padre e alla madre, resta immobile, quasi paralizzato in un limbo emotivo che gli impedisce persino di allungare le braccia per stringere a sé le persone che lo hanno messo al mondo. Questo abbraccio mancato non è affatto un dettaglio trascurabile, né una semplice reazione passeggera che si possa archiviare con leggerezza amministrativa.

Come è stato gridato a gran voce dalle reti libere del dissenso profondo, non serve affatto essere psicologi professionali per capire che questo bambino è stato profondamente traumatizzato. Non serve una laurea in scienze comportamentali per comprendere lo strappo doloroso impresso nella carne e nell’anima di un minore. Ci si deve chiedere allora in nome di cosa sia stato perpetrato un simile scempio ai danni dell’infanzia e della genitorialità. È stato forse fatto per il reale benessere del piccolo? Certamente no. Piuttosto, è stato fatto per ubbidire ai rigidi protocolli di una macchina burocratica asettica e centralizzata, un vero e proprio Leviatano terapeutico che esercita il proprio potere bio-politico direttamente sui corpi e sulla sacralità inviolabile delle famiglie, pretendendo di normare e sottoporre a controllo persino l’istinto primordiale della vita umana stessa.

Da padre, di fronte a tutto questo, mi sento profondamente oltraggiato nei valori più intimi. Avverto ferito l’istinto più profondo, umano e sacro che lega i genitori ad i propri figli, e sento il dovere morale improrogabile di levare un grido di condanna fermo e frontale contro una civiltà terminale che ha deciso di dichiarare una guerra aperta alla natura umana e alle sue espressioni più genuine.

A poche centinaia di chilometri di distanza da questa violenza legalizzata e pianificata a tavolino dai tribunali, l’asfalto delle strade di Milano restituisce un’istantanea che è al tempo stesso speculare e complementare della medesima crisi antropologica: un ragazzino di soli undici anni fermato dalle forze dell’ordine nel bel mezzo di saccheggi selvaggi e guerriglie urbane che devastano la Milano bene. Che poi questo minore sia di origine straniera o meno, in fondo, importa davvero poco dal punto di vista della diagnosi culturale. Il bambino indossa un passamontagna troppo grande per il suo viso ancora infantile, sfreccia su un monopattino e distrugge sistematicamente le vetrine delle grandi firme della moda per portarsi via cinture e vestiti griffati, con l’unico scopo di rivenderli la sera stessa sul mercato nero per fare soldi facili.

Questo ragazzino non sa assolutamente nulla di politica, non possiede una visione strutturata del mondo e non conosce minimamente le ragioni sociali di una protesta collettiva. Egli rappresenta l’incarnazione pura del soggetto mai integrato, cresciuto nel vuoto pneumatico delle periferie globalizzate moderne, un essere radicalmente sradicato sia dalla cultura d’origine dei propri padri, sia da quella della terra che lo ospita senza avergli trasmesso alcun valore reale.

Questi due clamorosi cortocircuiti non sono affatto eventi isolati e neppure incidenti di percorso di una società distratta, ma costituiscono le due facce opposte della medesima medaglia, ovvero la drammatica crisi della civiltà europea contemporanea. Da una parte assistiamo all’iper-regolamentazione soffocante di uno Stato totalitario larvato che distrugge l’autonomia naturale e spirituale della famiglia tradizionale. Dall’altra parte si manifesta il collasso totale del controllo sociale e l’emergere prepotente di un nichilismo selvaggio e distruttivo tra le nuove generazioni, spesso figlie di un’immigrazione di massa gestita senza alcuna lungimiranza. In mezzo a queste due spinte distruttive giace il cadavere spirituale di una civiltà millenaria che ha sciaguratamente rinunciato a se stessa, affetta da quello che intellettuali lucidi e grandi pastori dell’anima hanno definito senza mezzi termini come un vero e proprio e patologico odio di sé.

Per comprendere appieno la tragedia della cosiddetta famiglia nel bosco, occorre necessariamente adottare una lente interpretativa radicale e anticonformista, che riprenda la teoria dell’Anarca elaborata dal pensiero tradizionalista del Novecento. L’Anarca non ha nulla a che spartire con l’anarchico bombarolo classico che invoca la distruzione delle istituzioni per il solo gusto del caos e del disordine sociale. L’Anarca è colui che, constatando il declino irreversibile della polis e la corruzione morale ed estetica del mondo moderno, decide lucidamente di ritirarsi dalla civiltà tecno-capitalista. Egli compie il proprio personale e spirituale passaggio al bosco non per distruggere, ma per difendere strenuamente una sovranità interiore inviolabile, un nucleo di verità immutabile e umana che lo Stato moderno non può, non deve e non ha il diritto di toccare o regolamentare.

Nathan Trevallion e Catherine Birmingham avevano tentato esattamente questa via di fuga spirituale, vivere ai margini della mega-macchina statale, educare i propri figli in armonia e a stretto contatto con la terraferma e con la natura, rifiutando categoricamente le maglie strette e soffocanti di una burocrazia asfissiante e totalizzante. Ma la modernità contemporanea non tollera in alcun modo l’eresia della libertà e dell’autarchia spirituale. E così lo Stato, muovendosi con il pretesto protettivo della sicurezza collettiva e dell’igiene pubblica, scattato paradossalmente per una banale intossicazione da funghi, ha rivelato tutta la sua fobia per ciò che è selvatico, indipendente e non tracciato dai regolamenti.

L’apparato burocratico ha calato la sua scure impietosa, strappando i figli ai genitori e inserendoli nel circuito freddo, istituzionale e spersonalizzante delle case famiglia, sotto l’occhio vigile di assistenti sociali trasformati in grigi burocrati dell’affettività e del sentimento standardizzato. Il risultato di questa operazione è il trauma devastante del distacco forzato. Quando il potere decide arbitrariamente che la tua famiglia non risponde agli standard progressisti e omologati del benessere contemporaneo, interviene militarmente e legalmente sugli affetti più cari. Il mancato abbraccio del bambino, una volta tornato temporaneamente nel casolare, è il marchio visibile impresso a fuoco dal potere sui corpi dei minori. È il segno evidente che lo Stato terapeutico preferisce distruggere la stabilità psichica di un bambino pur di riaffermare con forza il proprio monopolio educativo, etico e ideologico.

La famiglia, cellula originaria e insostituibile della Tradizione, cessa così di essere un’istituzione naturale antecedente allo Stato stesso, per essere declassata a una mera concessione che l’amministrazione pubblica può revocare o sospendere in qualsiasi momento. Siamo di fronte al trionfo spietato dell’assimilazione occulta del cittadino, ridotto a nuda vita, a semplice materiale umano da plasmare e correggere nei laboratori dell’ingegneria sociale.

Se nel bosco il sistema aggredisce con ferocia la sana identità naturale, nelle strade delle nostre metropoli quello stesso sistema dimostra la sua totale e imbarazzante impotenza antropologica. Il ragazzino di undici anni che indossa il passamontagna nei saccheggi milanesi non è affatto un ribelle politico consapevole, né un militante idealista di qualche causa sociale. I suoi stessi compagni di scuola e i residenti del quartiere lo descrivono realisticamente come un elemento lasciato completamente a se stesso, un ragazzo selvaggio, sedotto unicamente dai simulacri e dai feticci del consumismo occidentale più becero e materialista. Egli va all’assalto dei negozi della moda non spinto dalla fame o dal bisogno primario, ma per rubare cinture firmate e accessori di lusso da rivendere sul mercato nero, attratto dal mito del denaro rapido e facile sbandierato quotidianamente dai video online.

Questo bambino, e lo sottolineiamo bambino, rappresenta il fallimento totale, plastico e incontrovertibile del dogma illuminista e progressista dell’integrazione forzata e del multiculturalismo di facciata. La sociologia dominante e la cultura contemporanea, da tempo denunciate con vigore da critici occidentali acuti quali Douglas Murray e Jordan Peterson, hanno cercato disperatamente di convincerci che l’identità umana sia una tabula rasa interamente plasmabile dalla società. Hanno sostenuto per decenni che bastasse inserire un individuo in un determinato contesto economico e scolastico occidentale per trasformarlo automaticamente in un perfetto cittadino liberale, democratico, tollerante e inclusivo.

La realtà risponde invece con la violenza delle immagini di Corso Buenos Aires devastato dalle sassaiole. L’assimilazione occulta ha preteso di cancellare l’eredità storica, religiosa e tradizionale sia degli europei sia di chi arriva da altrove, offrendo in cambio il vuoto pneumatico del mercato. Non si è offerta alle nuove generazioni una vera appartenenza a una comunità spirituale ed etica, ma soltanto l’accesso illimitato a un centro commerciale globalizzato. Questo ragazzino, privato delle radici comunitarie profonde e inserito nel deserto morale delle nostre periferie urbane, ha riempito il proprio vuoto interiore con la sottocultura del consumo vistoso e della violenza gratuita fine a se stessa. Egli non è integrato semplicemente perché l’Europa attuale non possiede più alcuna identità forte in cui integrarlo, se non il proprio nichilismo terminale.

Per comprendere la vera radice teologica e filosofica di questo profondo sfacelo d’epoca, occorre necessariamente ritornare alle parole monumentali e profetiche di Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI. Nessuno come lui, nei primi anni Duemila, ha saputo tracciare con una precisione chirurgica e quasi profetica la mappa dettagliata della malattia spirituale che sta lentamente uccidendo il nostro continente. Benedetto XVI aveva compreso con assoluta lucidità che la crisi profonda dell’Europa non è affatto un problema di natura puramente economica, istituzionale o di semplice ordine pubblico nelle strade, ma costituisce una profonda ed essenziale crisi dell’uomo.

Avendo reciso sciaguratamente le sue radici cristiane e romane, e avendo rinnegato la grande sintesi classica tra la ragione greca e la fede rivelata, l’Europa si è improvvisamente ritrovata nuda, fragile e priva di difese immunitarie culturali. Nel disperato e ipocrita tentativo di rendersi accogliente e tollerante verso il mondo intero, ha iniziato paradossalmente a odiare la propria stessa storia e la propria identità. Questa patologia spirituale fa sì che la nostra civiltà consideri oggi la propria identità millenaria non come un tesoro da custodire, ma come una colpa storica da espiare, una macchia indelebile di cui vergognarsi pubblicamente.

Quando una civiltà smette di credere nei propri miti fondativi, quando la fede si riduce a un semplice relitto archeologico del passato e la ragione abdica totalmente di fronte al calcolo utilitaristico ed economico, si crea inevitabilmente un deserto dell’anima. In questo deserto morale e spirituale si muovono liberamente sia il giovanissimo teppista di Milano sia il burocrate ministeriale che strappa i figli a chi legittimamente vuole vivere fuori dal coro conformista della società tecno-capitalista. La dittatura del relativismo profetizzata da Ratzinger si mostra qui in tutta la sua sottile ferocia, essa non tollera la verità della natura, non tollera la legge scritta nei cuori, ma si piega costantemente alla volontà del più forte o alle mode ideologiche del momento.

I critici più attenti della cultura contemporanea, tra cui aggiungiamo anche Jonathan Haidt, confermano questa diagnosi su basi squisitamente psicologiche e sociali. L’Occidente contemporaneo è vittima di veri e propri , parassiti ideologici distruttivi che hanno infettato le università, i tribunali, i media e la cosiddetta società civile in tutti i suoi gangli vitali. Il primo e più pericoloso di questi virus è senza dubbio la dinamica dell’empatia suicida. In nome di un sentimento del tutto astratto di accoglienza universale e di un perenne senso di colpa post-colonialista, le classi dirigenti europee hanno tollerato e favorito la creazione di vere e proprie enclave urbane del tutto estranee alle nostre leggi, alla nostra lingua e ai nostri costumi tradizionali. Si permette così che i bambini delle periferie crescano senza la presenza autorevole dei padri, senza una chiara disciplina morale, abbandonati al flusso selvaggio dei social network e della criminalità di strada.

Ma quando un cittadino cerca coraggiosamente di sottrarsi a questa palude intellettuale e morale per crescere i propri figli secondo le leggi della natura e della tradizione, ecco che la medesima struttura statale applica una durezza amministrativa implacabile, ipocritamente travestita da doverosa protezione del minore. Siamo di fronte a un’inversione totale e grottesca dei valori tradizionali, lo Stato si mostra debole, tollerante e pavido con chi devasta e saccheggia le nostre città, ma diventa improvvisamente feroce e abusante con chi difende la sacralità e la legittima indipendenza della propria istituzione familiare. Si assiste in questo modo al trionfo definitivo del costruttivismo sociale radicale, quella follia ideologica secondo la quale l’essere umano può essere riprogrammato e corretto a piacimento, negando la genetica, la storia, la tradizione e il buonsenso più elementare.

Accanto a questa crisi dei valori affettivi si staglia un paradosso normativo ed economico che svela in modo brutale la reale gerarchia valoriale della modernità tecno-capitalista. Si consideri questa stortura oggettiva che governa la nostra quotidianità aziendale, un’impresa che perde un appalto commerciale può tranquillamente licenziare i propri collaboratori in carne e ossa invocando il giustificato motivo oggettivo, gettando da un giorno all’altro intere famiglie nella disperazione economica. Quella stessa azienda, tuttavia, non possiede il diritto legale di recedere anticipatamente da un semplice contratto di noleggio auto a lungo termine senza essere stritolata da penali finanziarie capestro.

Questo cortocircuito contabile e legislativo ci dice chiaramente che nel mondo dell’assimilazione occulta e della burocrazia asettica, il legame umano e sociale è considerato del tutto sacrificabile, mentre il contratto finanziario assume una valenza sacra e inviolabile. La carne dell’operaio e del padre di famiglia vale meno del ferro e del bilancio delle multinazionali. Lo Stato e il mercato uniti tutelano il dogma della finanza a scapito della stabilità delle famiglie, il lavoratore si trasforma in un costo variabile da tagliare con una semplice firma su un foglio di licenziamento, mentre la lamiera della vettura aziendale rimane un costo fisso inamovibile, protetto da barriere legali insormontabili. È il trionfo perfetto del nichilismo mercantile ampiamente denunciato da Benedetto XVI, l’economia non è più al servizio dell’uomo, ma l’uomo è tragicamente ridotto a una pura funzione matematica sacrificabile sull’altare dei bilanci trimestrali, mentre le macchine e i contratti finanziari godono di una stabilità quasi metafisica e inviolabile.

Da padre, rifiuto radicalmente questo baratto infame che umilia il lavoro e la dignità umana. Non posso accettare che il ferro dei contratti finanziari valga più della stabilità e della serenità dei nostri figli, né che lo Stato pretenda di riprogrammare l’essere umano nei laboratori del conformismo sociale, riducendoci a nuda vita da catalogare nei registri ministeriali.

Quale strada concreta rimane, dunque, per chi rifiuta fermamente di arrendersi a questo crepuscolo della civiltà europea? La risposta non può e non deve passare attraverso le urne di una democrazia svuotata di ogni reale significato, né tanto meno attraverso la violenza cieca, effimera e nichilista delle piazze e delle rivolte urbane. Bisogna invece avere il profondo coraggio esistenziale di compiere il proprio passaggio al bosco, inteso sia in senso letterale e reale, sia in senso squisitamente metaforico e spirituale. Significa proteggere attivamente la propria famiglia dalla stretta soffocante e normalizzante del Leviatano statale, significa trasmettere con dedizione ai propri figli i valori eterni e immutabili quali l’onore, la lealtà e il legame profondo con la terra e con la dimensione del sacro, rifiutando sdegnosamente la melassa del relativismo moderno.

La vicenda della famiglia nel bosco, pur nella sua intrinseca tragicità e nel dolore che ha generato, dimostra chiaramente che esiste ancora un’umanità residua che rifiuta categoricamente di farsi schedare, omologare e sterilizzare dall’apparato statale dominante. L’Europa delle grandi cattedrali, delle opere d’arte e del “Massimo Fattor, del creator”, delle foreste millenarie non risorgerà certamente dalle riforme burocratiche o dalle direttive economiche emanate da Bruxelles. Essa risorgerà, se mai risorgerà, dalle macerie inevitabili di questo sistema totalitario “liberale”, quando il vuoto pneumatico dei saccheggi urbani avrà finalmente consumato se stesso e questo Stato di pensiero bioetico politico sarà crollato sotto il peso insostenibile della propria stessa immoralità e insostenibilità esistenziale.

Come ricordava ancora una volta la celebre e suggestiva profezia di Joseph Ratzinger sulla Chiesa del futuro, la vera rinascita partirà sempre da piccoli gruppi coesi, fedeli custodi della verità originaria della natura, capaci di ripartire da capo tra le rovine di un mondo che ha scelto consapevolmente di morire rinnegando se stesso. Fino ad allora, il compito storico immutabile e spirituale che ci rimane è chiaro, vigilare attentamente nel bosco della nostra coscienza, custodire gelosamente il fuoco sacro della Tradizione e rifiutare fermamente ogni forma di assimilazione occulta.

Rodolfo Frassanito